Brutta e abbandonata

Maristella Lippolis, 09 febbraio 2021

Cosa accade se le donne vengono cancellate? Se il potere le tiene sottomesse nell’ignoranza? Karen Kohler prova a raccontarlo nel romanzo distopico “L’Isola di Altrove” che ci parla di noi attraverso la sua eroina senza nome.

Di Maristella Lippolis

 

“Sin dall’inizio ero così brutta che mia madre ha preferito abbandonarmi qui, invece di tenermi con sé. Una come me, dicono, una come me non può essere di qui, così brutto qui non c’è nessuno, di madri simili qui non ce n’è. Dicono mi abbia messo in uno scatolone pieno di carta di giornale, mia madre, come immondizia che si aggiunge ad altra immondizia. Lo scatolone, dicono, l’ha poggiato su un gradino della scala del Tempio. Nel bel mezzo della notte, nel bel mezzo di un acquazzone, nel bel mezzo dell’inverno. Che razza di madre, dicono, che razza di peccato, e alzano gli occhi al cielo, ha infangato tutto il villaggio. E che io venga dall’Altrove è più che evidente, di lì, da che mondo è mondo, viene solo il male. E fanno quel gesto con la mano, quello che fanno sempre quando si lamentano. Una come me, dicono, una così l’avrebbero eliminata. E io mi auto-elimino, mi auto-elimino ogni giorno”.

Inizia così il romanzo “L’Isola di Altrove”, con i pensieri della ragazza senza nome, che si auto-elimina per passare inosservata e nascondere meglio quello che sta accadendo in lei: la lenta presa di coscienza di sé, dell’ingiustizia subita, dell’emarginazione in cui il Villaggio la costringe a vivere, sempre sulla difensiva. Non ha nome perché non si sa da dove venga e tanto basta a farne un’emarginata che non merita nemmeno un nome, secondo ciò che dettano le regole della società maschilista e ferocemente patriarcale governata dal Consiglio degli Anziani dell’isola. Anche l’isola è senza nome, e lei la definisce Isola Bella: nessuno sa com’è il mondo Altrove, oltre quello che si vede all’orizzonte; nessuno può lasciare l’isola né desidera farlo.

I desideri vengono scritti su foglietti di carta dagli uomini e consegnati al Priore; solo loro possono farlo perché hanno imparato a leggere e a scrivere; le donne invece no,  e appendono i propri desideri a un albero in forma di strisce colorate. Nessuno ha mai lasciato quel luogo che una volta al mese viene raggiunto da una barca per i rifornimenti essenziali. La ragazza si costruisce una propria vita, è operosa, pensa e matura  una propria idea del mondo e di se stessa, anche grazie alle pochissime persone che le vogliono bene: il Priore del Tempio che l’ha trovata quella notte e l’ha tenuta con sé e protetta con la propria autorità, un’anziana saggia che sa leggere e scrivere anche se non può manifestarlo perché alle donne è vietato, e che le insegnerà a riconoscere le parole, il mare e a nuotare; un vecchio mugnaio che abita sulla montagna e che la soccorrerà nel momento più drammatico; un inaspettato amore con cui scoprire i sentimenti e il corpo.

La ragazza racconta a se stessa la propria storia per avere un mirologio, un canto funebre in cui si tesse il racconto della vita di chi muore. Perché “Il mio mirologio devo cantarmelo da sola, non posso aspettare di essere già morta, altrimenti non sarò mai esistita”. E così si snoda la storia attraverso 128 strofe: ogni strofa ha un titolo, e la voce prima ingenua e via via sempre più consapevole ci porta dentro i pensieri e i giudizi sempre più impietosi sul modo di vivere del villaggio, i privilegi degli uomini e la fatica quotidiana delle donne, i soprusi e le violenze che sono costrette a subire, le ribellioni. Ma con i suoi occhi vediamo anche la ciclicità della natura, l’alternarsi delle stagioni, la bellezza dell’isola, i riti quotidiani tessuti dalle donne che consentono alla vita di proseguire e riprodursi. L’autrice di questo romanzo, scritto con un linguaggio poetico e nello stesso tempo di grande potenza epica, è attrice e drammaturga tedesca, si chiama Karen Kohler, e questo è il suo esordio nella narrativa.

In una bella intervista rilasciata a Francesca Maffioli per il quotidiano Il manifesto, ha dichiarato che nonostante il taglio distopico il romanzo in realtà parla di noi, del nostro presente, svela cosa accade quando le donne vengono cancellate dalla narrazione storica e ridotte a una mera funzione. La storia si dipana velocemente attraverso 460 pagine e si vuole arrivare alla fine per scoprire cosa l’autrice ha riservato alla sua personaggia e a quella comunità chiusa, stretta tra la cieca e malevola obbedienza a leggi fatte dagli uomini a loro immagine e somiglianza, e non previsti desideri. Scoprire se dall’invisibilità che le è servita per proteggersi la ragazza riuscirà a trovare la forza di capovolgere la rappresentazione maschile, e a trasformare i meccanismi della sua oppressione in un’abilità.

Una storia meravigliosa, nei molti significati che si possono attribuire a questo aggettivo. Una lettura che vi consiglio.

Karen Kohler, “L’Isola di Altrove”, Guanda 2020 (traduzione di Margherita Belardetti)

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Maristella Lippolis

Maristella Lippolis ha esordito nella narrativa pubblicando racconti sulla rivista Tuttestorie. Nel 1999, con la raccolta di racconti La storia di un'altra, ha vinto il Premio Piero Chiara. Seguono i romanzi Il tempo dell'isola, Ed. Tracce 2014; Adele né bella né brutta, Piemme, finalista al Premio Stresa 2008; Una furtiva lacrima, Piemme 2013; Raccontami tu, L'Iguana, Editrice 2017; Non ci salveranno i Melograni, Ianieri Edizioni 2018. Collabora con la rivista Leggendaria, con il Letterate Magazine, con il Magfest (Festival di donne nel teatro). Organizza laboratori di scrittura creativa e autobiografica. Di origine ligure, vive a Pescara.

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