Cuore allegro

Gabriella Musetti 20 gennaio 2021

L’esergo di Antonella Anedda indica una traiettoria e un impegno: l’osservazione attenta dei gesti e la memoria di ombre passate sono persistenze che mantengono cogenti (nel senso di incontrovertibilmente presenti) le «ombre di allora». Elvira Seminara, nella introduzione, parla di «spietata innocenza» e di «rabbia liberatoria» nella esposizione degli attrezzi linguistici che Viola Lo Moro utilizza in questa sua prima prova poetica intitolata “Cuore allegro”. Gli oggetti assumono un ruolo e un valore di concentrazione di senso. Un mondo di oggetti, di cose, di atti singolarmente squadrati che popolano quel continuum diffratto che è la vita di una giovane donna di oggi.
Questo esordio di Viola Lo Moro ha il passo convincente di una indagine aperta che mette in scena una ricerca dialogica e relazionale diretta, senza compromessi, con l’intelligenza inesorabile del comportamento invariabile a causa di obbligo o necessità. «Tenera è la notte pensavo/ ma non è vero», apertura spiazzante della prima poesia che da subito indica il rigore della posizione da cui si guarda. Poi l’elenco degli oggetti puntuti e degli stati soffocanti di questa prima scena: notte uncinata, spillo che attraversa il costato (spillo si conta per quattro volte nella poesia), esofago stretto, respiro d’affanno, sospiro di schianto, fino all’immagine di chiusa del percorso: «prenderei su di me/ il tuo incubo ricorrente».
Già dal primo testo emerge una forte componente relazionale, un dialogo serrato tra un io e un tu che percorre le diverse poesie in una alternanza di stati e situazioni, con balzi temporali, anticipazioni del futuro, possibilità ancora da attraversare, ipotesi e lacerazioni non nascoste; «Tu non hai contezza/ di me nella metropoli», si legge in una poesia intitolata “Treppiedi”, verso il fondo del volume. Il tu assume diverse fisionomie, incarna molteplici rapporti, d’affetto, amorosi, di ricerca: «Nel luogo immobile/ della parola che non ti ho detto/ si è compiuta la strage/ delle altre».
È una osservazione spietata delle modalità dello sguardo che incide come un coltello affilato sull’apparenza e ne fa sortir fuori la faccia nascosta, ma rivela anche una tensione emotiva trattenuta e vigile, attenta a cogliere le minime differenze dell’animo, una disposizione all’ascolto generosa e una interrogazione pressante. Le emozioni trovano una dicibilità attraverso i gesti osservati come da uno sguardo estraneo: «Apro e chiudo la bocca come pesce/ schiocca poca saliva sull’orlo della lingua», e siamo noi, con i nostri personali bagagli enciclopedici di lettrici e lettori a dare un senso alle immagini, a smistare sulla linea ermeneutica gli opportuni collegamenti. La relazione con la vita è esposta attraverso gesti diretti, scabri, che paiono definitivi, «sposto il piede, cancello tutto», «un ferro da calza spi
nto a forza nella lana».
In questa realtà materica, oggettuale si insinuano i sogni e gli incubi, animali senza zampe, tenuti a freno per qualche momento dal gesto misurato di un piede, ma l’inconscio «è un cesto colmo di feti prematuri» e il soggetto inerme si trova a osservare il «dentro che si plasma e si guarda/ nel misterioso fondo di una cosa che è/ e non è se stessa». Ancora una rappresentazione che mette una distanza tra il soggetto e ciò che vede, nel declinarsi dello squilibrio immane delle forze oppositive e l’ironia finale alla vista «Del T-rex che decide di camminare sulle acque», forse novello salvatore, non serve ad abbassare il tono inquietante delle immagini, né è una semplice resa a un gioco alchemico tenebroso, estetizzante e fantastico di tanta produzione contemporanea in cui l’immagine ha spazio assoluto, dalle serie TV ai graphic novel.
È invece la volontà di portare sulla carta le sensazioni pure che presiedono a una presa di coscienza drammaticamente diretta in cui le immagini non sono metafore allestite per un qualche fine letterario agognato, ma sono realtà visive che travestono l’opacità del non senso, anche se l’impronta della cultura visiva contemporanea lascia tracce evidenti.
Un parte rilevante della raccolta riguarda il tema della morte, la propria «non morte», quella del nonno amato, ricoverato in clinica con tutte le attrezzature consuete e terribili di queste situazioni (la luce bianca, le flebo, i gesti rallentati) e la consapevolezza della prossima fine, ma a scandire un lascito da conservare restano quelle parole dette con voce flebile: «Tieni il cuore allegro», che diviene il titolo di questo libro. Ancora la morte protratta, pubblica e rumorosa del terremoto e il tremare della terra disordina, sconquassa e scardina l’esistenza: non a caso tutta questa sezione è collocata al centro del libro, incistata nella memoria e luogo di confronto persistente.
Le parti finali riprendono un percorso osservativo più personale e  al contempo più “politico”, che riguarda «il nostro portato generazionale»: gli amori, la con-fusione («ho confuso te con me/ noi con me/ il non-noi con il non-me»), la ricerca di una propria soggettività che possa districarsi nelle incertezze del presente, negli intrichi di una realtà che si abbatte con accanimento sulle giovani generazioni, non lascia spazi e respiro per cui ogni cosa deve essere conquistata con fatica e con lotta; e i giochi erotici dei corpi femminili desideranti, con «i muscoli tesi nell’atto feroce/ di tenersi insieme». Dinamiche relazionali, abbandoni, movimenti incalzanti, un susseguirsi di eventi e di incontri che rendono convulsa una vita nella ricerca di una dimensione abitabile.
Non è una società per giovani questa, (non lo è per nessuno/a – verrebbe da dire), e inventarsi una vita accettabile è frutto di intelligenza e scelte rigorose e difficili: «Siamo diventate visioni./ Noi due rattrappite nel fondo della terra/ il compost dell’anima». Il richiamo a Donna Haraway, assemblaggi di specie diverse organiche e non, che operano in sinergia, qui a fertilizzare il dato immateriale dell’umana esistenza, viene rovesciato in un “rigetto”, frutto di stanchezza e caduta di ogni illusione o progetto generativo.
La parte ultima del lavoro è una sorta di resa dei conti con gli affetti primari, con la madre e con il padre per una richiesta di identificazione soggettiva cercando di misurare distanze e ripetizioni, incongruenze e somiglianze. E ancora relazioni diversificate con altre/i, compresa la figura ricorrente del padre («Non ho più paura d’esser figlia tua»); ancora oggetti accatastati disordinatamente, per finire in un inventario che codifica e separa «in un telo di plastica/ in una busta di plastica/ in una scatola di plastica», quasi una ossessiva necessità di catalogazione per osservare che cosa possa restare di una vecchia vita dispersa, chiamando a raccolta imprecisati «avventori» nella testimonianza della «responsabilità dello sfacelo/ del mondo in miniatura che casca». Una responsabilità generalizzata ma rivolta soprattutto alle giovani generazioni, indicata proprio dal termine neutro e senza connotazioni empatiche di “avventori”, con la richiesta: «rifaremo tutto/ ristruttureremo gli appartamenti/ e ne costruiremo un complesso di tre case/ unitecongiardino». Termine sintatticamente accumulativo che svela l’ironia amara di chi non si aspetta, in realtà, cambiamenti.
Il campo esplorato in questa raccolta è sostanzialmente visivo e la vista sembra essere il senso privilegiato. Il ritmo dei versi franto, diseguale nella disposizione, accosta versi lunghi a brevi e brevissimi, cercando una intensità dura, a volte attraverso iterazioni, allitterazioni, a volte disseminando parole dal suono resistente, sordo, secco, martellante, accanito. Poche le rime, qualche sparsa assonanza, più numerose le metafore e le similitudini, alcuni enjambement marcano la forza – nella separazione – di crude immagini.
Sono la ricerca di una dimensione propria svolta come una lotta accanita e senza scampo e lo specifico uso di un linguaggio di indagine tanto spigoloso, acuto, dettagliato e oggettuale i punti nevralgici di questa raccolta, che tratta temi profondi e intricati dell’esistenza contemporanea, non facili a dirsi e neppure a essere individuati con tale precisone. Soprattutto gli “strumenti” lessicali e i punti di osservazione scelti intendono mantenere una distanza di sguardo oggettiva e asettica, fuori dagli straripamenti dell’io e dai palesi coinvolgimenti delle emozioni, per evitare cadute in sentimentalismi inattuali.
Il soggetto parlante si carica di responsabilità attive e di forza nella nudità da cui osserva ed espone il proprio dettato. Non è esclusa neppure una immaginazione simbolica “guerriera”, cara a molta filosofia femminista contemporanea, e bene in accordo con esperienze di vita soggettive di numerose giovani di oggi. Questo libro è una operazione letteraria riuscita che ha il pregio di individuare le lacerazioni e le trappole di una storia, mostrandocele come in un laboratorio e facendoci intravedere il dolore denso e non ostentato di chi parla.

Viola Lo Moro, Cuore allegro, Giulio Perrone Editore, Roma, 2020

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Gabriella Musetti

Nata a Genova, vive a Trieste. Organizza “Residenze Estive” Incontri residenziali di poesia e letteratura. Dirige “Almanacco del Ramo d’Oro, Nuova serie”, semestrale di poesia e cultura. E’ socia della Società Italiana delle Letterate. Ha fondato, insieme ad altre, la casa editrice Vita Activa: www.vitaactivaeditoria.it. Ha curato numerose pubblicazioni saggistiche tra cui: Sconfinamenti. Confini passaggi soglie nella scrittura delle donne (2008); Guida sentimentale di Trieste (2014), Dice Alice (2015), Oltre le parole. Scrittrici triestine del primo Novecento (2016). In poesia ha pubblicato: Mie care (2002), Obliquo resta il tempo (2005); A chi di dovere (2007), Premio Senigallia; Beli Andjeo (2009), Le sorelle (2013), La manutenzione dei sentimenti (2015).

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