Ogni femminista reinventa il femminismo

Barbara Mapelli, 30 novembre 2020

«Il femminismo si inventa e si reinventa ogni volta che nasce una nuova femminista, ogni volta che nasce un nuovo collettivo, ogni volta che le femministe producono il femminismo che desiderano. (…) Ogni femminismo è particolare e generale allo stesso tempo. Ogni femminismo è, nella logica della presenza, legato a un altro femminismo: ogni femminismo è in una relazione dialettica, in tensione con l’altro». (pp. 53-4)

Due brevi citazioni per introdurre un libro e spiegarne anche i titoli, quello originale in portoghese-brasiliano e quello scelto per l’edizione italiana. Feminismo em comun il primo, Il contrario della solitudine il secondo che però nel sottotitolo riecheggia il titolo originale, Manifesto per un femminismo in comune. 

Prima di leggere il testo della filosofa brasiliana Marcia Tiburi non trovavo che nel titolo e nella proposta del libro ci fosse nulla di particolarmente interessante o innovativo e un po’ mi ero stupita che mi fosse stato raccomandato da una persona di cui mi fido. Ma poi ho iniziato la lettura e mi sono trovata come davanti a uno specchio, uno specchio ingrandente, che rifletteva molte delle mie idee a proposito del femminismo, ma con una respiro e una competenza (e pazienza) riflessiva ben maggiore di quella che io avevo finora avuto. 

Si sottolinea nella prima parte della citazione che ho ripreso poco sopra ciò che viene più volte ripetuto nel testo: la capacità straordinaria del femminismo di continuamente reinventarsi, adeguarsi ai tempi e ai bisogni che mutano, il suo essere, insomma, processuale, poiché non è tanto o soltanto un intreccio di teoria e pratica ma è soprattutto l’invenzione, che progredisce e muta nel tempo, di un altro mondo, una promessa scrive l’autrice.

Nella seconda parte della citazione si rende esplicito il senso dei due titoli, e così traduco con parole mie quanto Marcia Tiburi scrive a questo proposito: il femminismo è un dialogo che a sua volta si esprime con un movimento tra presenze che si mettono in relazione ma che si differenziano tra loro, il contrario della solitudine e il femminismo in comune appunto, ma questa che possiamo chiamare un’utopia concreta, un intreccio tra etica e politica  è comunque  orientata “verso la difesa della singolarità delle persone”, a partire dalle donne ma verso chiunque soffra di mancanza di libertà, di espressione di sé, di una forzata assenza di visibilità.

Questa perpetua attenzione, e valore, attribuito al lavoro comune, all’esperienza condivisa, così diversa nell’avvicendarsi e convivere di diversi femminismi, e al contempo al vissuto individuale, è una tensione difficile da mantenere in equilibrio, ma è qualità specifica del femminismo, che pur tra contraddizioni e regressioni, conflitti interni, è riuscito a custodirla come sua garanzia di vitalità, progettualità etica e politica.

Mi consento a questo proposito un riferimento alla mia personale esperienza: quando ho cercato di motivare il mio interesse di studio e pratica nei confronti delle persone e del movimento lgbt, ho tracciato una storia individuale, la mia, che dal femminismo degli anni Settanta si è protratta nel tempo – non senza intoppi e pause – fino a portarmi a considerare il Movimento come una grande filosofia critica che, come tale, era in grado anche di esercitare autocritica, ad essere mobile e in divenire, ad allargare il proprio sguardo ai cambiamenti, trasformazioni sociali in una prospettiva di liberazione che non comprendesse solo le donne. 

Questo percorso personale, ma che naturalmente non ha riguardato solo me, lo ritrovo, e molto meglio motivato, nelle parole di Tiburi, quando discute ad esempio del grande passo in avanti del femminismo intersezionale, che ha richiesto un’autocritica alle donne del  Movimento degli anni Settanta del Novecento, bianco e composto prevalentemente da soggetti non deprivati e non emarginati, un’autocritica che quelle donne hanno saputo in buona misura sviluppare e che ha determinato mutamenti profondi negli sguardi sul mondo anche solo femminile. E poi la vicinanza, la condivisione di metodi e pratiche, di teorie e spazi con le cosiddette minoranze sessuali, che tanto hanno mutato e tanto insegnato a tutte e tutti, anche a chi come me appartiene alla maggioranza etero, ma ha imparato a rifiutare la binarietà imposta, ha capito che la nominazione donna (ma anche uomo) è una costruzione del patriarcato che il femminismo nel tempo ha risignificato, così come uomo bianco è in realtà una metafora che va al di là degli individui concreti, ma rappresenta una figurazione collettiva e una logica esistenziale storicamente datata che ci proponiamo di mutare.

Per la sua proposta radicale, dunque, femminismo è una parola profondamente amata e odiata “in egual misura” scrive l’autrice, ma è senz’altro nostro compito – nostro perché nel femminismo crediamo – aumentare la comprensione di quello che è, approfondirla seguendone ogni mutamento, verificandone il significato come presenza nel sociale, come azione potente e riformatrice. Ne conosciamo la complessità e, come scrive Antonia Caruso nella postfazione, come sia “un amalgama di sfumature e fragilità, di conflitti anche, di fatiche e riconoscimenti, di emozioni complesse e multiformi”(p.139), ma sappiamo anche che è un contenitore che riempiamo dei nostri desideri, significati, delle reti che vi sappiamo tessere e che possono essere anche miste di stimoli che provengono da varie temporalità, generazioni, contesti tra loro lontani. Sappiamo – e lo ripeto perché così anche l’autrice si ripete – che l’intreccio tra etica e politica che desideriamo e cerchiamo di realizzare col femminismo è, con le parole di Tiburi, “quello che si orienta verso la difesa della singolarità delle persone”.

«Il diritto di essere chi si è, di esprimere liberamente la forma di essere e di apparire e, soprattutto, di autocomprendersi, è ciò a cui il femminismo ci conduce. L’approccio autocritico – che ogni critica onesta necessita – dipende da questo cambio di attenzione. Questa capacità non è naturale, è costruita attraverso percorsi di apprendimento che coinvolgono la nostra propria costruzione come persone». (p.34)

Vorrei sottolineare la cruciale importanza di queste ultime parole: l’apprendimento all’attenzione, all’autocritica, come Movimento plurale e come persone singole, è ciò che ci avvicina a noi stesse e che rende etica l’azione trasformatrice che col femminismo ci si propone come “opportunità di inventare noi stessi e un altro mondo” a partire necessariamente dal pensiero critico. 

Invenzione di sé e del mondo rende questa etica anche una poetica, scrive l’autrice, poiché è opera di creazione, di reinvenzione: a partire da sé reinvenzione del mondo. 

 

Marcia Tiburi, Il contrario della solitudine. Manifesto per un femminismo in comune, ed effequ 2020 

 

   

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Barbara Mapelli

Barbara Mapelli, pedagogista e saggista, da anni mi occupo, studio e pubblico testi sulle tematiche di genere e lgbtqia+. Ho insegnato Pedagogia delle differenze di genere presso la Facoltà di Scienze della Formazione, Ateneo Bicocca. Attualmente sono nel Consiglio Direttivo della Libera Università delle Donne di Milano, nel Comitato Scientifico della Fondazione Badaracco, e, con altre/i, ho fondato il gruppo di ricerca interuniversitario NUSA (nuove soggettività adulte). Collaboro abbastanza regolarmente con la rivista Leggendaria. I miei ultimi due libri sono “Nuove Intimità”, Torino 2018 e “Nel frattempo. Storie di un altro mondo in questo mondo”, Milano 2020.

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