Un amore spezzato a Giaffa

Clotilde Barbarulli, 12 novembre 2020

Quest’ultimo romanzo di Suad Amiry prende spunto “da una storia vera”, una intensa storia d’amore – dove realtà e finzione sono universi porosi e sconfinanti –  fra il quindicenne Subhi e la tredicenne Shams a Giaffa, una città portuale fiorente e viva, ricca di arance (“oro puro”), piena di colori. Subhi ha la possibilità di mostrare la propria capacità ad un ricco uomo d’affari che ha difficoltà di irrigazione nella sua piantagione d’arance. Risolto il problema, Shubi riceve in dono un abito di stoffa inglese realizzato su misura: con questo raffinato abito cominciano i suoi sogni e progetti. Ma siamo nel 1947, nella Palestina amministrata dagli inglesi, e si verifica la Nakba

Il 29 novembre 1947 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò la risoluzione 181, che determinava la divisione della Palestina sotto mandato britannico in due Stati, uno arabo e uno ebraico. Giaffa rientrava nello stato arabo, ma, dopo l’attacco di gruppi armati ebrei “si scatenò l’inferno”: iniziarono incendi, violenze e saccheggi e “ogni forma di cooperazione pacifica e convivenza fra arabi ed ebrei diminuì fino a cessare del tutto”. 

L’evento traumatico per il popolo palestinese, costituito dal forzato abbandono delle proprie case nel 1948, con la fondazione di Israele, è un nodo, una ferita aperta, che sempre affiora nella scrittura di Suad Amiry ma con Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea” ora vi s’immerge. Fin dal primo libro, Sharon e mia suocera aveva parlato del ritorno emotivamente  “insostenibile” a Giaffa a cercare la casa di cui i genitori le avevano parlato, nei dettagli, con tanto amore e profonda nostalgia. Anche i giovani protagonisti di questo libro sono divisi dalla Nakba: Subhi, che non ha più notizie di Shams, è costretto dagli israeliani a lasciare perfino la casa della nonna morta, perché – gli viene detto – sta “occupando l’abitazione di una persona assente”: “Stava nascendo una nazione, mentre un’altra moriva”. Gli israeliani, dice Suad Amiry, “danno alla Nakba del 1948 il nome di Guerra d’Indipendenza. Indipendenza da chi? Dagli Inglesi che li hanno aiutati a fondare uno stato ebraico nella Palestina storica?”

Molt* si sono interrogat* su come sia possibile trasmettere la memoria di un evento tragico a chi non ne ha esperienza diretta, ma solo conoscenza mediata da altri: i romanzi sono più efficaci delle testimonianze? Suad Amiry sembra rispondere alla domanda sulla postmemoria quando spiega perché ha voluto raccontare una storia personale, vera ma reinventata: “attraverso Shams e Subhi, l’amore perduto, la terra perduta, si può vedere il quadro completo… Un’opinione politica si può negare, si può vedere diversamente”. Il romanzo invece le sembra adatto a coinvolgere chi legge proprio offrendo una storia di persone reali, non opinabile: “è quella che è”. Ritiene che non ci sia nulla di più politico delle vite devastate di due giovani innamorati. Alla fine i “titoli di coda”, come nei film, informano su cosa sia successo ai protagonisti reali.

Attraverso il racconto di un amore tra due adolescenti si conoscono così gli eventi storici, solo in questo modo si può capire quello che succede dopo, cioè l’occupazione coloniale dello Stato di Israele, e l’oggi. È dal 1948 che Israele mostra di voler occupare tutta la terra palestinese. A distanza di decenni – ha detto in una intervista l’autrice – siamo allo stesso punto: “senza terra, sotto occupazione e milioni di palestinesi restano profughi esattamente come settanta anni fa. […] i fatti storici sono molto chiari, non lasciano spazio a versioni e interpretazioni opposte. Siamo stati colonizzati”. 

Se la Palestina è il luogo, fisico e mentale, di ogni suo libro, l’autrice palestinese ne parla attraverso la strategia narrativa dell’ironia, uno sguardo sorridente e politicamente implacabile, che coglie le assurdità del quotidiano in una terra occupata, insieme alle sofferenze e ingiustizie di quel vivere. Suad Amiry considera l’ironia – per chi vive “un’occupazione da quarant’anni – come arma necessaria per fare i conti con le difficoltà del quotidiano”, una strategia quindi di sopravvivenza e di resistenza, che coglie gli aspetti comici nelle tragedie. Però l’ironia – vorrei sottolineare – che non oscura il dolore, è anche luogo della tensione, in quanto esprime un conflitto fra valori e visioni del mondo, fra il dominio imposto da Israele e il desiderio di ‘normalità’ e di giustizia di chi vi è sottoposto. 

Di fronte all’ultimo violento atto politico – mi riferisco all’accordo di Abramo fra Trump ed emirati arabi in un silenzio complice dei governi occidentali – l’ironia è ancora efficace? Credo che, nonostante le difficoltà dell’oggi, sia proprio della letteratura, della poesia trovare le parole che mancano alla politica, in una società come la nostra povera di relazioni e di progetti di convivenza, attraversata da tanta violenza. Israele ha occupato non solo i territori, ma le menti, le emozioni, il tempo, privando gli/le abitanti anche della possibilità di immaginare il futuro, tuttavia la forma ironica della narrazione incrina i “discorsi trionfanti” propri di quel sistema di potere e fa emergere differenti universi di significato della vita sociale e della giustizia politica. 

Héléne Cixous si chiede cosa possa fare una poeta, un poeta “quando veglia, da solo, nel tumulto della Storia”, ma crede che sia “missione della letteratura inventare l’altrove illuminando il presente con differenti mondi”. Ancora una volta è la letteratura – portatrice di interrogativi e visioni dissimili – a trovare le parole quando la politica dei governi tace o balbetta o assume la maschera dell’arroganza e della sopraffazione: può far condividere a chi legge quella sofferenza che affonda profondamente nella morte, nella rabbia, nella perdita ed essere così uno strumento di decolonizzazione rispetto ad una Storia scritta da chi esercita un dominio assoluto.

 

 

Suad Amiry, “Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea”, traduzione di Sonia Folin, Mondadori 2020

Hélène Cixous, “Apparizioni” in Scritture del corpo  a cura di Paola Bono, Luca Sossella 2000.

Suad Amiry, Sharon e mia suocera, Feltrinelli 2003.

Suad Amiry, “Un libro speciale”, intervista a cura di Edoardo Vigna, 3/7/2020, Corriere della Sera Sette.

 

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Clotilde Barbarulli

Clotilde Barbarulli collabora attivamente con associazioni quali il Giardino dei Ciliegi di Firenze, la Libera Università Ipazia, la Società Italiana delle Letterate. Si occupa di autrici contemporanee fra lingue e culture e di scrittrici '800/900. Tra le sue pubblicazioni: con L. Brandi, I colori del silenzio. Strategie narrative e linguistiche in Maria Messina (1996); con M. Farnetti, Tra amiche. Epistolari femminili tra Otto e Novecento (2005); con L. Borghi Visioni in/sostenibili. Genere e intercultura (2003), Forme della diversità. Genere, precarietà e intercultura (2006), Il Sorriso dello Stregatto (2010)."Scrittrici migranti: la lingua, il caos, una stella" (ETS 2010),
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