PERSONAGGE: L’interrogata

L’interrogata

di Roberta Ortolano

 

 

– La domanda è semplice. La risposta o la sai o non la sai. Non farci annoiare. Quali sono i sette re di Roma?

– Ma prof li devo dire in ordine o va bene anche… così? Cioè tipo quelli che mi ricordo.

– In ordine! Che domande!

– Allora… il primo era sicuramente Romolo!

– E fin qui…

– Facile. Poi…

Seguono lunghi secondi di silenzio.

Maria, ultimo banco a destra, sta disegnando sul diario un volto di donna dagli occhi grandi e i capelli persi nel vento; ogni tanto alza lo sguardo per capire che succede, ma tutta l’attenzione se la sono conquistata le sue mani che segnano, sfumano e cancellano. Leonard, seconda fila al centro, si dondola, non visto, sulla sedia, mentre sgranocchia il laccio della felpa, e pensa a come reggersi in equilibrio solo su una delle quattro gambe. Luca, al primo banco, è pallido, guarda fisso la professoressa come si guarda un precipizio con occhi spalancati e terrorizzati. Lo so, si ripete, lo so, lo so. Margherita ha uno sguardo altezzoso e sprezzante. Che domanda noiosa quella; e ancor più noioso è che Alessandra non sappia rispondere, neanche le avesse chiesto tutte le fasi dell’espansione romana nel Mediterraneo! Valerio sussurra tra sé e sé qualcosa, muovendo piano le labbra e la testa come in una cantilena. Sta ripetendo e sembra agitato. Manuel, quarta fila a sinistra, è tutto spalmato sul banco, con lo sguardo rivolto fuori dalla finestra e la mente altrove, tra i rumori della strada e il verso degli uccelli appollaiati sui rami. L’unica a proprio agio sembra l’interrogata.

– Niente prof non mi vengono – Alessandra rompe il silenzio e sfoggia un lieve ma inequivocabile sorrisetto malizioso.

– La cosa mi delude.

– Eh lo so – segue un nuovo sorriso, ancora più deciso e sfidante.

– Hai uno sguardo sfacciato. Cos’è che ti fa sorridere?

– Ha ragione prof, non c’è da ridere… – Alessandra immediatamente asseconda l’insegnante con un repentino cambio di tono che finisce per suonare però come una nuova canzonatura.

– Ma scusi – riprende – non potrebbe farmi un’altra domanda?

– Ah sì? Vuoi un’altra domanda? Perché c’è qualcosa che sai, vero?

– Vabbè prof, proviamo, no?

– Intanto vedo che hai la gomma in bocca.

– Mo’ la sputo prof, ecco.

– Ma dove l’hai messa? Santa pazienza!

– Ah, oddio, scusi, eh, l’abitudine… Ecco mo’ la metto nel fazzoletto. Oh! Qualcuno c’ha un fazzoletto?

Alessandra stacca la gomma ancora calda dal banco, la avvolge con la massima cura e la massima lentezza nel fazzoletto che le è arrivato, si alza, percorre la classe con passo fiero – è la più alta lei – butta il fazzoletto nel cestino e prima di sedersi nuovamente al banco si sfila la lunga coda, si scioglie i capelli e se li riannoda nuovamente. Il tutto di fronte a una professoressa statuaria che non si è mossa nemmeno di un millimetro, che aveva osservato e atteso con pazienza che ogni microazione fosse ultimata.

– Hai finito? – chiede l’insegnante.

– Sì, ecco.

– Ci vuoi parlare del mito di fondazione di Roma, almeno?

– Ah la storia della lupa che allatta i gemelli!

– Sì, ma diciamolo come si conviene.

– Eh no vabbè, io mi ricordo questo.

– Va bene Alessandra, con te abbiamo finito. Mi hai stancato.

– Vabbè… – risponde Alessandra facendo spallucce. E sussurrando a Maria che le sta di fianco: – Però lo vedi che ce l’ha con me? Scusa, ma che vuole?

– Alessandra però pure tu, non sai un cazzo.

– Certo… ma che c’entra? – le ragazze ridono.

*

Alessandra ha gli occhi scuri, i capelli corvini e lunghissime unghie delle mani con sopra ricamato il disegno di una stella luccicante.

– Queste me le sono fatte da sola – aveva detto a Maria – sto diventando una bomba! Però mio padre m’ha detto che se mi bocciano non mi fa andare più al salone. Quindi oggi, guarda, studio. Sì, sì. Ho fatto un calcolo: matematica è irrecuperabile, e pure storia a ‘sto punto, però c’ho arte, italiano, educazione fisica… dai ce la faccio!

La scuola per Alessandra era sempre stata una guerra. La sedia era troppo stretta per il suo corpo, il banco troppo basso, la luce troppo accecante, faceva troppo caldo o troppo freddo. La mattina Alessandra aveva sonno, aveva fame, era stanca. La notte non andava mai a dormire prima delle tre e la sveglia suonava tutti i giorni alle sei. Giusto il tempo di rinfilarsi i vestiti del giorno prima, afferrare un paio di merendine e buttarsi sull’autobus dove dormiva per un’altra ventina di minuti. Lì nessuno la infastidiva dalla volta in cui aveva freddato con uno schiaffo in piena faccia un ragazzino che le aveva fatto un versaccio. Dormiva tranquilla, prendeva due sedili e nessuno osava sedersi affianco a lei. Però poi in classe doveva stare con gli occhi aperti altrimenti le avrebbero messo una nota sul registro e addio unghie e addio campeggio estivo. Per tenersi sveglia le veniva da muoversi continuamente. L’unica compagna di banco che poteva sopportarla era Maria: capelli verdi, mingherlina, silenziosa, voleva solo disegnare volti sul suo quaderno, stretta sul ciglio del banco parlando con gli altri il meno possibile. Se non fosse che Alessandra era una continua richiesta: – Che ha detto la prof? Ma tu hai capito? Che significa questo? Che ore sono? Quanto manca alla fine della terza ora? Ho dimenticato il libro di chimica! Mi presti una penna? – Maria aveva la pazienza dei fiumi dove tutto scorre inesorabilmente, senza giudizio e senza sorriso. Alessandra si alzava, chiedeva di andare al bagno, rideva ogni tre minuti, tornava, si appoggiava al muro, imbruttiva un ragazzino, si alzava, masticava, andava a fumare, andava al bar, mangiava un panino, e poi finalmente a ricreazione poteva giocare a Candy crush e allora si calmava un po’. Non veniva mai interpellata se non per le interrogazioni. E questo è il motivo per cui era felice di essere interrogata anche se non sapeva niente di quello che le veniva chiesto. Sorrideva con sfida e disprezzo, non riconoscendo bene da dove le venissero quello sguardo e quell’intenzione: lei sentiva solo una gioia sinistra apparecchiarsi in quel contatto.

Mi faccia un’altra domanda. Era la richiesta di rito al termine del colloquio che Alessandra non voleva finisse mai. Riproviamoci. Ancora. Mi guardi ancora un po’. Sembrava dire con gli occhi. Qualche compagno di classe a volte, qualcuno di temerario che non avesse paura di ritrovarsi schiaffeggiato, ridacchiava di quell’elemosina. I professori invece si sentivano presi in giro dal suo sorriso incerto, ma anche felice e sprezzante. No, dicevano, può bastare. E Alessandra tornava a nitrire sulla sedia, a muovere il ginocchio, a scalciare con i piedi sotto il banco, a sbuffare di noia.

A casa nel pomeriggio provava a studiare, apriva il libro di storia, ma i pensieri le si attorcigliavano tutti in testa, non riuscendo a trovare una forma né un ordine. Sbadigliava e guardava un video su Tik Tok, accendeva la tv, la spegneva, accendeva il computer, leggeva i Whatsapp di classe e poi di nuovo una parola sul libro che non capiva… sbadigliava ancora e poi le veniva in mente quello che aveva sentito dire a Maria, pensava a quella storia di Leonard e Margherita, a quello che avrebbe voluto dire lei, e che non diceva mai, perché delle cose serie non riusciva a parlare. Si grattava e sentiva una puzza che non andava via, come una distrazione fastidiosa e inutile. Si immaginava un altro mondo e piano piano si trascinava con la mente e con il cuore via dal suo.

*

La professoressa di storia aveva cinquantasei anni e aveva nella borsa un fazzoletto di lino con cui si asciugava le goccioline di sudore che le imperlavano il viso in ondate di calore fitto e acre ogni giorno, ogni mattina, ogni venti minuti. Con l’abitudine era ormai riuscita a stabilire quale fosse l’ora e il minuto più adeguato, tra un paragrafo e l’altro, per chinarsi, asciugarsi e riporre il fazzoletto nella borsa. Un’ondata tra il termine della prima guerra punica e l’esercizio di ricostruzione cronologica, la seconda tra la fine della correzione e la campagna di Annibale in Spagna, la terza quando era già fuori dall’aula, nel mezzo del corridoio, dietro a una colonna.

Il sonno era una delle cose che aveva perduto con la giovinezza. Alle tre di notte mentre Alessandra si addormentava lei apriva gli occhi per la prima volta e fissava per alcuni minuti i segnali luminosi della radio sveglia domandandosi se mai si sarebbe riaddormentata e percependo con lo stesso lucido ritardo ogni notte l’irrimediabilità della sua attività cerebrale, l’imperio invitto della sua mente attiva che nell’oscurità le dava sempre il solito freddo e irremovibile buongiorno.

La professoressa arrivava a scuola al mattino con abiti composti di una tenue eleganza borghese. Preferibilmente gonne, camicette, golfini e scarpe con un accenno di tacco, quel minimo per dare uno slancio a quel suo corpo esile e sottile da libellula che invece di spiccare il volo le sembrava si rimpicciolisse sempre più, quasi scomparendo nell’aria che attraversava. La professoressa aveva il cellulare, ma lo maneggiava con estrema goffaggine, ostentando, qualora si trovasse in pubblico, il suo disagio e il suo fastidio per quell’oggetto. Lo stesso capitava del resto con qualsiasi altra cosa che fosse appartenuta non tanto alla sola area tecnologica quanto più in generale a una manualità quotidiana che non contemplasse il dominio del puro intelletto cui lei era devota. Nella borsa c’era un’agenda rossa nella quale appuntava ogni cosa degna di interesse e ce n’erano delle più varie: dagli appunti di scuola, ai giudizi sugli allievi, a teorie di interpretazione storiografica, speculazione filosofica e pedagogica. Il solo gesto di scrivere sull’agenda aveva su chi la guardava il potere pietrificante di Medusa, anche se nessuno poi avrebbe mai saputo quello che lei scriveva. Oltre al fazzoletto e all’agenda nella borsa c’era un libro di Benedetta Tobagi sulla strage di Piazza Fontana da cui la professoressa non voleva separarsi mai.

– Se non vi interessa la verità non vedo cos’altro potrebbe interessarvi – soleva dire quelle poche volte che si rivolgeva con tono colloquiale alla classe.

Quella era l’unica frase che Alessandra ascoltava, come risvegliandosi da un sonno a occhi aperti, come cadendo da una corsa folle del respiro che la trascinava costantemente fuori dal presente. “Verità” era per Alessandra una parola piena di fascino e di mistero, anche se non ne avrebbe saputo spiegare in alcun modo le ragioni.

Quando la professoressa pronunciava quelle parole la ragazza la guardava aggrottando le sopracciglia con l’aria interessata e lo sguardo curioso, ma l’insegnante non ci faceva caso. Aveva già ripreso la sua lezione e leggeva con devota sacralità l’incipit dell’Ab urbe condita di Tito Livio non sollevando più lo sguardo dal libro. Alessandra invece aveva ripreso la sua corsa silenziosa in groppa alle parole udite, e poi trasformate in bolle di sapone, sfiorite a poco a poco nel loro significato, rimaste appese come vestiti esanimi nel vortice di pensieri, immagini, fremiti e colpi di tosse.

Alla professoressa sembrava non importare delle irrequietudini di Alessandra, procedeva inesorabile e indifferente come il tic toc delle lancette di un orologio.

*

Era un giorno come tanti quello in cui la professoressa all’improvviso interruppe la sua lettura cadendo in un inspiegabile mutismo. Guardò fisso negli occhi Leonard, Maria, Margherita, Manuel e gli altri, un poco per volta, un po’ per ciascuno, come scrutandoli. Le gocce di sudore le puntellavano il viso e nessuno osava chiederle cosa stesse avvenendo. I suoi occhi erano aperti e luccicanti, sembrava preda di una qualche visione mistica. E difatti la professoressa era spettatrice di un fenomeno ben più mirabolante di quel che trapelasse dal suo mutismo e da quel suo guardarsi intorno.

Alessandra in fondo alla classe stava lentamente cambiando corpo, prendendo fattezze nuove e misteriose. Era cominciato con una fitta dietro la schiena, un dolore sordo e pungente che rapidamente le si era diffuso sulle gambe e le aveva stretto lo stomaco risalendo sulla spina dorsale con una frustata finale sul petto e sul collo. La ragazza si contorse per qualche secondo, con gli occhi rivolti al soffitto e un ghigno della bocca da cui brillavano i denti appena liberati.

La professoressa la fissava cercando di capire cosa le stesse accadendo e allo stesso tempo si guardava intorno per capire se lo stesso avvenisse anche agli altri.

Alessandra era l’unica non più umana, ma equina.

Il suo sbuffo si era irrobustito, il respiro si era fatto grugnito, la lunga coda corvina si muoveva da una parte all’altra spinta dall’impulso della testa e della schiena. Le scarpe a forza di colpire il pavimento con colpi bassi e decisi si erano trasformate in zoccoli sonanti e le gambe s’ammorbidivano in quello che già da sotto al banco pareva un trotto elegante, orgoglioso e fiero. Le unghie brillanti luccicavano al sole come le armature dei cavalieri medievali. Nessun altro sembrava poter vedere quel prodigio. Solo la professoressa che a un certo punto conquistando chissà quale sicurezza ruppe il silenzio e chiese: – Alessandra, vuoi essere interrogata?

La ragazza si stirò in aria sollevando le braccia al cielo come per afferrare qualcosa e rispose con un nitrito lungo e profondo che sapeva di armi e di amori, di conquiste, di anni e di galoppate furibonde. Per cui si alzò, fece quattro, cinque e sei giri intorno ai banchi raccontando tutto quello che sapeva, che era tantissimo. Raccontò della battaglia di Roncisvalle e di quella di Waterloo, delle merendine che aveva mangiato a colazione e dell’odore della pizza del bar della scuola, dei viaggi sull’autobus e di quelli di Marco Polo, dei disegni sulle unghie al salone e delle miniature dei monaci amanuensi, parlò dell’assassinio dei Gracchi e di quella volta che aveva urlato le fiamme dell’inferno contro sua madre. Disse anche di un certo suo diario segreto e di un sogno che le era apparso un mese prima nel quale un incendio aveva fatto crollare un palazzo e lei, caduta in acqua con un gran tonfo, era andata giù e giù e aveva fatto amicizia coi pesci, i polipi e le meduse. Raccontò delle liti e delle leggende, di quello che le sembrava vero e di quello che non ricordava. Qualcosa disse pure delle guerre mondiali e di suo padre che la guardava storto o non la guardava affatto. Nitriva e parlava, correva e galoppava.

La professoressa, che l’aveva guardata tutta zitta, muta e ipnotizzata, a un certo punto prese a seguirla, a passi brevi e cadenzati, come in una specie di danza. Si tolse le scarpe e il foulard che le stringeva il collo: si sentì improvvisamente leggera, anche se di tanto in tanto si fermava a prendere fiato perché non riusciva a starle dietro tutto il tempo. A tratti le due si guardavano e si incontravano per un secondo come accadeva alle tre del mattino, quando separate da strade scure, palazzi, nuvole e giardinetti, si incrociavano tra il sonno dell’una e la sveglia dell’altra. Così procedevano in questa ebbra processione tra i banchi stretti mentre tutte le altre e tutti gli altri, spaesati e confusi, si guardavano tra loro, parlottando e sghignazzando. Di quell’immagine in realtà loro vedevano solo una minima parte, come un’ombra, come un fischio, che li chiamava e li incuriosiva, anche se non sentivano bene e non capivano granché. Margherita chiedeva a gran voce: – Che c’è? Che succede? Perché? – era scettica, nessuna risposta le piaceva e le quadrava. Valerio e Luca tremavano di paura – Non dovremmo alzarci – ripetevano – dovremmo chiamare la preside, la polizia, l’ambulanza, i pompieri…

Nel frattempo la professoressa svolazzando dietro alla cavalla si era ritrovata fuori dalla porta dell’aula, su per il corridoio, e di lì giù per le scale fino al cortile e oltre il cancello.

Manuel fu il primo che con decisione prese a seguire le due anime in corsa e dietro di lui si aggiunse Leonard in preda alla risarella e poi Valentina, Martina e Francesco. In breve tempo tutte e tutti si erano mossi, uno dietro l’altro, in un ordine disordinato, in un allegro sciame che non aveva nessuna idea di dove andava e di quel che faceva. L’ultima era stata Maria. Si era alzata da quello spicchio di sedia che occupava portando con sé la matita e il quaderno. Li seguiva distante, con un accenno di sorriso. Poi in cortile si fermò, li guardò che si allontanavano, si sedette sull’erba e con calma ricominciò a disegnare.

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Roberta Ortolano

Roberta Ortolano insegna latino e italiano in un liceo di Roma ed è specializzata al sostegno didattico e alle pratiche inclusive; dal 2003 è formatrice del pubblico teatrale, soprattutto per la fruizione del teatro antico e i rapporti tra teatro e scuola; dal 2019 è curatrice del gruppo di lettura "Una stanza per leggere" e autrice del blog "Come in uno specchio".

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