La mia storia e quella di Marie Curie 2/

Silvia Neonato, 14 settembre 2020

“Siamo reliquiari delle persone che amiamo. Li portiamo dentro, siamo la loro memoria. E non vogliamo dimenticare”. Queste alcune delle parole che la scrittrice e giornalista spagnola Rosa Montero dedica alla perdita dell’amatissimo compagno di vita Pablo in un libro molto particolare e dal bel titolo La ridicola idea di non vederti più.  Non è possibile ‘riprendersi’, come gli amici ti spingono a fare, aggiunge. “La ripresa non esiste: non è possibile tornare a essere chi eri. Esiste la reinvenzione, e non è una brutta cosa”.

Un libro particolare, sì, perché Montero, che è autrice di romanzi storici di successo, prende in certo senso a pretesto per descrivere il proprio lutto il diario tenuto da Marie Curie dall’aprile 1906 all’aprile 1907 (prezioso testo riportato in ampi stralci in fondo al libro di Montero) subito dopo che il marito Pierre Curie morì investito mentre rientrava a casa a Parigi in una giornata piovosa.

Rosa ripercorre turbata la disperazione di Marie che si ritrova da sola nel laboratorio in cui con Pierre ha studiato e scoperto le radiazioni, ottenendo perciò nel 1903 (con lui e Antoine Becquerel) il premio Nobel per la Fisica, dopo anni di lavoro non pagato, faticoso e molto rischioso. Rosa Montero la segue ammirata mentre continua il lavoro in laboratorio e cresce da sola le sue figlie, pur scrivendo nel proprio diario che vorrebbe “ululare come un animale selvaggio”. Le figlie, ribadisce più volte Curie, le danno la forza di procedere: una, Irène, prenderà a sua volta il Nobel per la fisica e morirà di leucemia, poco dopo sua madre, scomparsa a 67 anni, anche lei consumata dalle radiazioni. La seconda figlia, Ève, fece invece tutt’altro e scrisse anche una biografia – spesso citata da Montero, insieme alle molte altre dedicate alla scienziata – della coraggiosa e non facile madre ebrea, povera e orfana, che fuggì in Francia per potersi iscrivere all’università e che è e resta l’unica donna tra i quattro vincitori di più di un Nobel.

Val la pena ricordare che Marie – nata Maria Skłodowska – vinse nel 1911 il secondo Nobel, per la Chimica questa volta, per la sua scoperta del radio e del polonio, nome da lei scelto in onore della terra nativa. Così come è la prima a ottenere la cattedra alla Sorbona, al posto del marito. (“Ieri ho fatto la prima lezione. Ma farla al tuo posto, oh, Pierre mio, si potrebbe immaginare una cosa più crudele?”).

Alla fine Rosa Montero ammette: in questo libro ci sono più cose su Marie e Pierre che su di lei e Pablo. Confessa di essersi censurata, di aver tolto alcune pagine su Pablo, di non essere riuscita a rendere pubblica “la noce di perfetta e tacita intimità tra lui e me”. Ecco perché il ricorso alle vite di altri, ecco perché la tanta passione per quella donna straordinaria che prende la patente per andare sul fronte della Prima Guerra mondiale con un’auto dotata della macchina per radiografare i feriti ed evitare mutilazioni inutili dovute alla chirurgia bellica d’emergenza. Il gioco di immedesimazione letteraria in Marie continua. “Ho sempre avuto bisogno dell’intermediazione del racconto per poter esprimere le mie gioie e le mie pene. I personaggi di finzione sono le marionette dell’inconscio”, scrive l’autrice spagnola.

Ancora qualcosa va detta di questo libro commovente e profondo, la cui intonazione a me è però suonata, in alcune pagine, troppo confidenziale, anche se presumo sia stata utilizzata per sdrammatizzare il tema della morte. Inoltre – e ancora in nome della vita che deve andare avanti – Montero decide, mentre ne racconta la vita straordinaria, di risarcire Marie Curie delle tante ingiustizie patite: vuole infatti “sviscerare qual è il posto della donna in questa società in cui i ruoli tradizionali sono stati cancellati”.

Un’intenzione apprezzabile, ma che mi pare pleonastica rispetto ai due temi portanti, di cui il principale è il lutto. Il secondo tema, vigoroso come la scrittura di Rosa, è la forza riparatrice dell’arte e della letteratura in particolare, in cui l’autrice crede fortemente. “Un’arma potente contro il Male e il Dolore”, dice. Perché Conrad scrisse Cuore di tenebra se non per esorcizzare il trauma da lui stesso subito nel suo terribile viaggio in Congo, che quasi lo fece impazzire? E gli orfani di Dickens, suggerisce ancora Montero, non furono da lui creati per sopportare il dolore della propria infanzia? Scrivere altro non è che “un tentativo alchemico di trasmutare la sofferenza in bellezza”.

“La letteratura ci fa essere parte del tutto e, nel tutto, il dolore individuale sembra che faccia un po’ meno male”, conclude Montero.

Rosa Montero, “La ridicola idea di non vederti più. La storia di Marie Curie e la mia”, traduzione di Bruno Arpaia, Ponte alle Grazie, 2019

  • L’articolo è comparso anche su Leggendaria n. 138
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Silvia Neonato

Silvia Neonato, giornalista, genovese, vive a Genova. Organizzatrice di eventi culturali, è socia della SIL, di cui è stata presidente nel biennio 2012-2013. Ha debuttato su il manifesto, ha diretto il magazine Blue Liguria ed è nella redazione di Leggendaria. Ha lavorato a Roma per molti anni, nella redazione del giornale dell’Udi Noi donne, a Rai2 (nella trasmissione tv Si dice donna) e Radio3 (a Ora D), per poi tornare a Genova, al Secolo XIX, dove ha anche diretto le pagine della cultura. Fa parte del direttivo di Giulia, rete di giornaliste italiane. Ha partecipato con suoi scritti a diversi libri collettanei.

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