Testimonianze al tempo del virus/17. Fine “Furore” di pandemia

Gabrella Musetti 18 giugno 2020

Se mi dico sottovoce che non riesco più a sopportare questo clima ossessivo dilagante sui media, nelle analisi, nelle scritture, perfino nei racconti pubblicati, nei libri, nelle poesie, vado nel panico perché i morti, troppi, sono una realtà e non fantasia. I disastri economici, medicali, le povertà, i drammi psicologici e sociali, di comportamento, i femminicidi, i traumi dei bambini, tutto quanto è andato fuori norma, fuori senso, e non voglio neppure fare il conto delle responsabilità gravissime di chi doveva gestire una situazione precipitata, per quanto fosse stato imprevisto il fenomeno, almeno a livello del senso comune. Molti, molte ne hanno scritto.
Mi ritaglio la parte della osservatrice angosciata – certo dalla situazione – ma anche dalle reazioni bulimiche invadenti. Invadono il mio spazio vitale. Non le capisco più, sono troppe. Specialmente quelle che rischiano di estetizzare il dramma per renderlo sopportabile alla mente umana. Bene lo conosceva Paul Celan questo argomento, quando rispondeva ad Adorno che poesia si può ancora fare dopo Auschwitz, ma senza abbellire i contorni dell’orrore, senza sentirsi soddisfatti e creativi per aver scritto un bel verso, forgiato una bella immagine. E’ un confine delicato e quanto mai scivoloso e i conti puliti ognuno ognuna li fa dentro la propria anima. Non c’è specchio che tenga.
Virginia Woolf direbbe che la scrittura per essere efficace nella sua funzione specifica va decantata, depurata dalle immediate emozioni viscerali fortemente vissute, l’io non può ipertrofizzarla, per questo Charlotte Brönte benché autrice di genio è meno poeta di Emily, quando si lascia trascinare in “Jane Eyre” dalla sua forte passione per la libertà delle donne, tema quanto mai caro alla stessa critica scrittrice. Si sente dietro il linguaggio un’anima ancora personalmente scottata e ribelle. Questo non vuol dire che solo la distanza dalla passione prima rende vera la scrittura e ne fornisce l’autentica cifra. Ma la distanza consente lo sguardo altro, l’osservazione impersonale, benché personalissima sia stata la scelta e il posizionamento.
Non sto qui rifacendomi a quanti e quante hanno scritto contro l’instant book, denunciandone i limiti e soprattutto il rischio di narcisismo o sovraesposizione. E neppure voglio nascondere o minimizzare la funzione terapeutica e il benessere soggettivo insiti nella scrittura, anche quando non è questo il suo fine primario. Tuttavia osservo una generale e smodata proliferazione di scritti in prosa e in versi che dalla testimonianza di un periodo critico da non dimenticare nelle sue dinamiche ed emozioni immediate (questa è una giustificazione che viene spesso dichiarata), passa rapidamente a scelte più mimetiche riguardanti il pronunciare con la propria singolare voce un tratto di collettiva esperienza traumatica. Voler esserci, essere visibile a ogni costo come contraltare sofferto dell’isolamento e del confinamento. Un “Furore”(The Grapes of Wrath) come lo sguardo cupo di Steinbeck sulla Grande Depressione degli anni Trenta, che racconta perdite, rimozioni, paura, smarrimento sociale e privato. Tutte emozioni e stati d’animo condivisibili, che attraversano il pianeta da un capo all’altro oltre le distanze. Una vera dimensione planetaria del trauma. Io stessa sono dentro l’esempio.
Ma chi scrive conosce anche i limiti di questa posizione, come osserva la scrittrice Sloane Crosley, appena un paio di mesi fa, dal New York Times: «I buoni libri non nasceranno dall’ego, dalla competizione o dalla paura. Hanno bisogni di tempi lenti. Metteranno il nuovo mondo in una nuova luce. In questo momento, romanzi di questo tipo sembrano un lusso impossibile. Ma credo che tutti prendiamo appunti. Prendere appunti, prendersi cura. E vedremo chi arriva primo a far emergere questo tipo di materiale». E questo, naturalmente, non significa chi pubblica per primo. E noto anche che una scrittrice, non a caso, parla di «prendersi cura», lessico molto frequentato in questo tempo, ma in altri contesti.
Un altro aspetto della vicenda riguarda altre supposte giustificazioni. Paolo Giordano nel suo recente libro “Nel contagio” scrive: «Non ho paura di ammalarmi. Di cosa allora? Di tutto quello che il contagio può cambiare. Di scoprire che l’impalcatura della civiltà che conosco è un castello di carte. Ho paura dell’azzeramento, ma anche del suo contrario: che la paura passi invano, senza lasciarsi dietro un cambiamento» (dalla prima di copertina). Un libro-diario di riflessioni e osservazioni in tempo reale, che dovrebbero essere utili a una elaborazione collettiva, a non perdere i dettagli di questa esperienza, una volta terminata.
Non ho letto il libro, né lo leggerò, quindi questa non è una recensione. E’ lo spunto per dire che rimettere mano al ruolo (defunto) dell’intellettuale in questo momento storico e in questi termini mi pare una operazione assai dubbia.

 

Foto di Licia Ugo

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Gabriella Musetti

Nata a Genova, vive a Trieste. Organizza “Residenze Estive” Incontri residenziali di poesia e letteratura. Dirige “Almanacco del Ramo d’Oro, Nuova serie”, semestrale di poesia e cultura. E’ socia della Società Italiana delle Letterate. Ha fondato, insieme ad altre, la casa editrice Vita Activa: www.vitaactivaeditoria.it. Ha curato numerose pubblicazioni saggistiche tra cui: Sconfinamenti. Confini passaggi soglie nella scrittura delle donne (2008); Guida sentimentale di Trieste (2014), Dice Alice (2015), Oltre le parole. Scrittrici triestine del primo Novecento (2016). In poesia ha pubblicato: Mie care (2002), Obliquo resta il tempo (2005); A chi di dovere (2007), Premio Senigallia; Beli Andjeo (2009), Le sorelle (2013), La manutenzione dei sentimenti (2015).

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  1. Tuttavia osservo una generale e smodata proliferazione di scritti in prosa e in versi che dalla testimonianza di un periodo critico da non dimenticare nelle sue dinamiche ed emozioni immediate (questa è una giustificazione che viene spesso dichiarata), passa rapidamente a scelte più mimetiche riguardanti il pronunciare con la propria singolare voce un tratto di collettiva esperienza traumatica. Voler esserci, essere visibile a ogni costo come contraltare sofferto dell’isolamento e del confinamento.”

    Non ho mai capito questa lamentela, che si ripete implacabile ad ogni evento traumatico. Per fare solo alcuni esempi a noi più vicini, non fu così nel 1989 della caduta del muro di Berlino, nel 1990-1 della Guerra del Golfo, nel 2001 delle Torri Gemelle?
    Se qualcosa ci scotta, perché non dovremmo urlare dal dolore anche in modi scomposti?
    Meno ancora capisco commentare la “smodata proliferazione di scritti in prosa e in versi” ponendosi dal punto di vista di un astratto Scrittore, convocando persino i nomi di Celan, Virginia Woolf, Emily Dickinson per una polemica spicciola e snobistica.
    Insomma, perché insistere di fronte al fenomeno di massa di una scrittura-sfogo a ricordare che i buoni libri non nasceranno dall’ego, dalla competizione o dalla paura e che. hanno bisogni di tempi lenti etc, come dice la citata scrittrice Sloane Crosley?
    Sicuro che tutti questi scriventi abbiano l’ambizione o la vocazione o il modello dei Grandi Scrittori? Ma soprattutto, scrivendo come scrivono, impediscono forse ad un ipotetico Grande Scrittore di pensare o portare a compimento la sua Opera-Monumento?
    P.s.
    Replico qui il commento che ho lasciato sotto questo post ospitato in POLISCRITTURE FB

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