La maturità al tempo del Covid

Antonella Fimiani, 14 giugno 2020

La campanella tornerà a suonare ma non ci sarà la corsa all’ultimo banco. Il 17 giugno un incedere contingentato guiderà il passo di circa cinquecentomila ragazzi e ragazze alle prese con il ritorno in aula per l’esame di Stato. La prova finale di un percorso di studi trattenuta dal timore della pandemia ancora in atto e venuta dopo mesi di angoscia e solitudine. Non ci si potrà abbracciare, i volti parzialmente coperti dalle mascherine e i corpi disciplinati dal distanziamento. Nulla a confronto della clausura che ha costretto a casa per mesi, relegato nella «tana» della rete e privato milioni di adolescenti della cosa più preziosa: la libertà di stare insieme.

La sensazione è che per molti il passo iniziatico verso il mondo degli adulti, destinato a compiersi con il rito della «maturità», sia già avvenuto. Mai come quest’anno. L’impatto col reale si è consumato nel chiuso delle loro solitudini, in un corto circuito sanitario, sociale, economico che ha spezzato famiglie e sbriciolato certezze. Un trauma esistenziale sigillato dalla perdita di una comunità fondamentale e insostituibile come la scuola. Uno strappo che ha reso opaco il futuro. Nessuna pacca sulla spalla o sorriso di accompagnamento in questo scorcio amaro di fine anno; una sensazione di abbandono ha investito l’universo scolastico e ai ragazzi è toccato pagare il prezzo più alto.

La didattica a distanza messa su in pochi mesi non ha potuto fare miracoli; il prodigio è stato mantenere il filo sottile di una comunità le cui disparità sociali ed economiche sono state radicalmente acuite dalle rete. Fra qualche giorno, si ritornerà in classe per preservare la ritualità di un gesto. La prova è snellita dal solo colloquio, di massimo un’ora, su quel che si è riusciti a fare durante l’anno. A differenza del passato, i commissari sono interni e tutti sono ammessi. Unica presenza esterna: il presidente di commissione di fatto introvabile fino a qualche settimana fa, data la scarsità di domande prodotte dai docenti, specie nelle zone più colpite dalla pandemia. Le perplessità crescenti di gran parte del mondo scolastico, alunni e famiglie comprese, circa la sicurezza di un esame in presenza ridotto a mera burocrazia non hanno arrestato la macchina dei preparativi. Intendiamoci, l’esame di Stato è da tempo diverso, per fortuna, dalla originaria «maturità» di gentiliana memoria. Voluta, quest’ultima, in pieno fascismo quale fine del percorso liceale e soglia di sbarramento selettiva per proseguire gli studi. Dagli anni Novanta, il termine maturità è stato sostituito con quello asettico di «Stato». Un cambio di nome e di sostanza che non ne ha alterato la dimensione simbolica: quella di rito iniziatico di accompagnamento verso la giovinezza. Uno dei pochi rimasti. Non è un caso che ci si ostini ancora a chiamarlo maturità. I dati parlano da sé: l’anno scorso sono stati ammessi il 96% circa degli studenti e promossi il 99,7%. La forza del simbolo è tuttavia sempre stata nella sensazione da parte dei giovani di sentirsi «presi sul serio» per la prima volta nella vita. Un bisogno di riconoscimento, il loro, destinato a tradursi nell’incontro-scontro tra generazioni.

La maturità al tempo del Covid rischia di rivelarsi una mera questione di estetica. Un tentativo strenuo di rivendicare la ritualità di un gesto svuotato da mesi di abbandono e silenzio. L’illusione di una attenzione, il riconoscimento di una presenza negata di fatto dall’assenza di un dibattito politico serio sul futuro della scuola. Il ritorno di oggi in aula continua a fare i conti con il silenzio di settembre, con il tacere sul diritto alla studio di tanti adolescenti. L’assenza di una visione programmatica alimenta il triste presentimento che la «distanza» possa essere ancora l’unico modo di fare scuola nei prossimi mesi. I nodi cogenti delle carenze degli edifici scolastici e della scarsità del personale sono lì sul piatto. La didattica a distanza è un terreno assolutamente inedito ma privo di regolamentazione. Il ritorno in classe di questa inconsueta fine d’anno non apre squarci sul futuro ed ha il sapore amaro di un incontro mancato.

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Antonella Fimiani

Classe 1978, dopo la laurea in filosofia, Antonella Fimiani ha conseguito il dottorato in “etica e filosofia politica” e collaborato come research fellow presso il Kierkegaard Research Center di Copenaghen. Studiosa del pensiero femminile, con un particolare riferimento al Novecento, ha pubblicato: “Sentieri del desiderio. Femminile e alterità in Søren Kierkegaard”, (Rubettino 2010) e “Donna della parola. Etty Hillesum e la scrittura che dà origine al mondo” (Apeiron 2017, vincitore premio “Nabokov” 2018, finalista premio “Carver” 2019). Collaboratrice di “Leggendaria”. Gli attuali interessi vertono sul tema della memoria con particolare riferimento alla diaristica. Insegna filosofia e storia nei licei. Vive a Salerno con suo marito Massimo, in compagnia di due gatti.

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4 Comments
  1. Ilaria Francesca Martino

    Condivido appieno queste parole.
    Anche io credo che i nostri ragazzi abbiano sperimentato l’apprendimento in solitaria, le frustrazioni derivanti dalla mancanza di confronti diretti e siano stati davvero privati del bene più prezioso per la loro età che è lo stare assieme.
    Una maturità anticipata certo, li ha sorpresi.
    Noi “adulti” tuttavia credo abbiamo tra le mani una grande opportunita’ che è quella di guardare dritto negli occhi i nostri ragazzi (la mascherina copre gran parte del volto, ma scopre gli sguardi) per dire loro che questo tempo ci ha reso tutti un po’ più fragili. Dichiarare che le loro paure sono anche le nostre, le loro incertezze sono simili alle nostre, che la vulnerabilità fa paura, ma può renderci più saggi. Spiegare che se gli scenari cambiano, talora lo fanno inaspettatamente e indipendentemente dalla nostra volontà, ma, nell’imprevisto può nascondersi un potente slancio creativo. Ecco, se sapremo fare i conti con la nostra incertezza, io credo fermamente che avremo avuto tutti noi una grande occasione e il tempo del covid sara’ stato anche questo.
    Forse si arriverà meno preparati alle materie scolastiche, con meno risposte certe e qualche dubbio in più, ma saremo più pronti a “maturare”, assieme.

    Non insegno, ma ammiro chi “e-duca” per professione. Ho seguito la didattica a distanza e visto gli sforzi fatti dal corpo docente e dagli studenti, a vari livelli e il tentativo di ” inventarsi” un nuovo modo di fare scuola.
    Come genitore mi sono posta tante domande in questo tempo strano.
    Ringrazio Antonella Fimiani per i numerosi spunti di riflessione offerti nel suo interessante articolo.

  2. Nino Borrelli

    Analisi che condivido non solo per l’incertezza lunga di un percorso formativo, ma anche per l’improprio senso educativo che insiste nei luoghi accademici da tempi non sospetti. Giustamente non c’é sorpresa nel pezzo di Antonella Fimiani, ma l’amara consapevolezza di aver lasciato andare alla deriva il luogo principe della pluralità democratica, la scuola.

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