Testimonianze al tempo del virus/8

Elvira Federici, 15 maggio 2020

La fine del mondo

1960: i funghi delle esplosioni atomiche in tivvù appaiono sempre più numerosi. E una bimba terrorizzata aspetta il momento in cui la terra e il fuoco la inghiottiranno.

Di Elvira Federici

Alla tivvù compaiono sempre più spesso i funghi luminosi delle esplosioni atomiche. Durante questa estate 1960, è ufficiale, ci sarà la fine del mondo.  Lo hanno proprio detto alla tivvù, credo lo scrivano anche sui giornali ma di quelli vedo solo il paginone che nasconde a lungo la faccia di papà dopo il pranzo. Ci sono foto e titoli grandi, sempre abbastanza minacciosi, arrabbiati. Alla tivvù invece lo raccontano in mezzo a tante cose divertenti, il Musichiere per esempio, che però finisce quest’anno a maggio: chiaro indizio che la fine del mondo ci sarà davvero. Se no, perché interrompere? La mamma fa una faccia smarrita, papà tace e scrolla il capo: lo so che sanno qualcosa che non vogliono dirmi.

A dottrina, in parrocchia, le ragazze del catechismo ci parlano del Terzo segreto di Fatima, il papa lo svelerà quest’anno o forse no, perché di sicuro sarà un messaggio terrificante, che avrà a che fare con la fine del mondo. Non ci aiutano molto ad immaginarcela, le smorte catechiste: per certo si sa che sarà annunciata da calamità naturali, fino a quando il cielo si squarcerà e il fuoco celeste si precipiterà sulla terra, le cui viscere si apriranno ed esploderanno come i funghi delle atomiche che vediamo fiorire ogni sera, tanto per ricordarci.

Toccherà a tutti, quindi è meglio mettersi tranquille. C’è solo una cosa che non potrei sopportare: che accada mentre sono lontana da casa. No, questo terrore non riesco a sopportarlo: il fuoco che ti divora e la terra che ti inghiotte senza che ci si possa stringere insieme, con mamma, papà, la sorellina!  Per questo la notte mi sveglio e mi metto seduta sul letto e nel buio scruto se mia sorella è nel suo. A dire il vero, lei spesso è nel mio. Scoccia sempre dicendo che da sola non riesce a prendere sonno, così mi chiede ospitalità. Mi dice che ha paura ma non sa bene di che. Fino a poco tempo fa la respingevo con ogni mezzo, io devo dedicarmi a notturne letture sotto le coperte e lei mi è d’impiccio. Da qualche tempo però ho smesso di allontanarla, anzi, cerco scuse perché venga a stare da me, nel letto di fronte al suo.

Lei è contenta ma io non posso dirle perché. E’ troppo piccola per capire quello che io so e mi schianta il cuore. Occhi sbarrati, stringendo le sue manine grassocce, passo in rassegna tutto il dolore che ci toccherà prima di… prima di che? Se almeno fosse vera la resurrezione di tutti!  No, misuro quanto durerà la morte, quello spaventoso precipitare, quel tremendo bruciare, la mancanza d’aria, il respiro che soffoca. Soffoco! Devo alzarmi, muovermi, fare lunghi respiri che non riempiono i polmoni. Il mondo finisce ma così io sarò la prima!

Quando torna il giorno qualcosa, per poco, si rasserena. Di là la mamma prepara il caffellatte, quando spalanca la finestra della nostra stanza e ci dice – su su, ché tra poco è finita, io sento un colpo  al cuore. La guardo, spio i suoi gesti: anche lei l’ha sentita la notizia, di quello della Val D’Aosta che ci ha messo pure la data, alla fine del mondo, il 14 luglio. A pranzo mi studio di guardare bene anche mio padre. Difficile, la faccia è dietro il giornale, mia sorella gli si arrampica sulle ginocchia, la mamma riordina e io resto sola con il piatto che non riesco a finire. Mangio meno di sempre. Parlano di quello, semmai, loro. Non sono preoccupati dalla fine del mondo, non leggono i segni nel cielo, sempre corrusco, nei temporali che si concentrano intorno al culmine del giorno, con lampi e tuoni e scrosci senza fine.  Mio padre è preoccupato per la Guerra Fredda, la mamma per la mia inappetenza. Per fortuna è finita la scuola, dicono, così la mandiamo dai nonni.

Ci vado sempre volentieri dai nonni a Montelatino, ma quest’anno no. Se finisce il mondo io sarò lontana. Il terrore che provo quando non dormo la notte è già un anticipo  delle pene infernali del giorno del giudizio. Mi sveglio, non mi bastano le manine di mia sorella, corro fino al letto di mamma e papà. Mi metto in piedi, accanto alla mamma, mi basta sentire il suo respiro nel buio, sono lì accanto e la guardo, senza vedere molto ma non stacco gli occhi da dove immagino sia il suo volto. Ho paura mamma, ho paura di morire, mamma, dico con gli occhi ciechi! Lei di soprassalto apre i suoi. Mi afferra e mi sdraia vicino a sé. Non svegliare papà, fantasima, mi dice accarezzandomi la testa. Non preoccuparti, domenica ti portiamo dai nonni. Mamma, non voglio andarci dai nonni! Mamma, non voglio allontanarmi da voi! Mamma, perché non riesco a dirtelo?

Invece è stata forse una buona idea. I nonni mi fanno le feste, come al solito; io, da sola, perché in un paesino così piccolo si può andare dove ti pare, farò il giro di zie, prozie e cugini. Uno stuolo di cugine e cugini di tutte le età. La differenza tra un paese e una città è che lì sono tutti parenti. In città invece la nostra famiglia è da sola. Andrò dalle zie che mi riempiranno di dolci e di regalini, dai cugini e mi vanterò delle cose che faccio in città – adesso comincio tennis, dico a loro, che giocano a nascondino di notte, negli orti dietro casa e catturano le lucciole. Ma non riesco a farlo. Appena arrivata mia nonna parlando con gli occhi e mezze parole accenna alla mamma che Mina, la figlia della zia Lucia, l’hanno riportata a casa.

Riportata a casa. Da dove? E perché dirlo come un sotterfugio, e con quel dolore nella voce? Mina ha i miei anni, è molto bella, ha capelli biondissimi e occhi azzurri e sembra un paggio; l’ammiro tanto per questo, dalla mia posizione di  scrocchiazzeppi, è la mia amica fatata. Guardatemi, guardate anche me, grido con gli occhi alla nonna e alla mamma. Mi avvicino e scrollo un braccio della nonna che invece di sottrarsi sorridendo mi abbraccia forte e piange. E me lo dice! Mi dice tutta la verità, la nonna grande grande che piange come una bambina; che Mina sta morendo, che forse è già morta e che sì, non ti terrò niente nascosto, se vuoi salutarla.

La mattina che andiamo a salutarla, fuori si addensa il solito temporale dell’apocalisse. Le nuvole sono gonfie e nere e tutte bruciate agli orli. Filtrano raggi ed è come essere additati. Penso che eccola, tra un po’ ci troveremo tutti morti; che mi dirà allora Mina, che ha aperto la strada, risparmiandosi il fuoco e  la lava dei vulcani ?

Nella camera ardente messa su in quella dei genitori, in mezzo al letto grande, vestita di bianco e circondata di fiori e tutto tutto il mondo piangente intorno a quel letto, io vedo solo le sue narici chiuse con due tamponi di cotone. Due tamponi di cotone, mi sembrano insanguinati ma non ci giurerei è già spaventoso così.

Provo a stringere il naso tra le dita, provo quanto resisto con il fiato, provo a vedere come può essere da morti, provo fino a sentirmi svenire. No, non può essere che non si può respirare.

Tu non respiri più e il mondo finisce.

 

 

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Elvira Federici

Elvira Federici è nata e vive a Viterbo. Laureata in filosofia alla Sapienza, ha insegnato nelle medie e nei licei, ha fatto la preside ( poi dirigente scolastica) in istituti medi e superiori impegnandosi sui temi del genere e della differenza; dal 2007 al 2011, ha lavorato in Brasile per conto del M.A.E.,. È cultore della materia per Linguistica Italiana –Università della Tuscia. ed è stata contrattista per Didattica delle lingue moderne. Ha pubblicato due manuali scolastici per Mondadori e Mursia. Ha scritto per Riforma della Scuola, Insegnare, Il Filo, Mosaico ( Comunità Italiana in Brasile). Nel 2005 ha pubblicato per la IDC PRESS di Cluj Napoca (RM), la raccolta di versi "Oriente Domestico". Collabora con la rivista Leggendaria. Di recente, oltre alla organizzazione del ciclo di filosofia Lineamenti di femminismi, genere, differenza, con Federica Giardini e le docenti del Master pari titolo di Roma3, ha progettato e curato per la Biblioteca Consorziale di Viterbo il ciclo "Elogio della Poesia", incontri con undici grandi poeti e poete della contemporaneità. È femminista ed ha attraversato il movimento a partire dalla differenza sessuale. Trova stimoli di fronte alla complessità emozionante del mondo, anche nel pensiero di Gregory Bateson, che frequenta da anni con il Circolo omonimo.

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