Allarme per la Casa Mondo

Clotilde Barbarulli 30 aprile 2020

In questo momento di clausura forzata, guardo le camelie, rosso screziato, nella mia terrazza, per rallegrarmi, ma – come tant* – non dimentico chi soffre, chi è senza casa e chi muore anche a causa delle scelte liberiste che hanno depotenziato la sanità pubblica esasperando così, drammaticamente, la situazione causata dal virus. Ed è l’ultimo libro di Toni Maraini a venirmi incontro, scritto prima del coronavirus ma che s’intreccia a pensieri e problemi di questi giorni.
La protagonista Agata – già trovata in Pandemonio blues  circondata da ”una pila di documenti cartacei”, attraversata da domande e controdomande sul “subbuglio” del momento, da dati e allarmi sulla sorte del mondo – in questo libro parla al telefono, sempre fra libri e documenti,  con l’amico pittore Giovanni della percezione di una realtà che si deteriora, una “Casa” sempre più precaria per colpa nostra, un pianeta che stiamo distruggendo: ha senso parlare dell’Arte se tutto appare ormai sempre più cristallizzato in una prospettiva la cui unica logica è il profitto, il che significa ad alto livello multinazionali e sfruttamento delle risorse locali e a basso livello un tipo di opportunismo che inquina anche i rapporti umani? Siamo in un mondo in cui l’intrusione della realtà virtuale nelle nostre vite, rischia spesso di anestetizzare i nostri sentimenti e, soprattutto, la nostra capacità di stupirci: è il torpore dell’anima che spaventa Agata/Toni in un orizzonte di cannibalismo economico camuffato dall’asettica dicitura “leggi di mercato”.
Judith Butler dice che a rendere discriminatoria l’azione del virus è la disuguaglianza sociale ed economica: e siamo noi umani a farlo, costituiti e animati come siamo dai poteri del nazionalismo, del razzismo, della xenofobia, del capitalismo. La particolare vulnerabilità cui ci si sente espost* nell’angoscia di un pianeta colpito da epidemie, non impedisce però di aprirsi a nuovi orizzonti di possibilità infrangendo il sentimento di impotenza e fabbricando speranze sul bordo del precipizio (Stengers): ma lo sanno i “cittadini benpensanti” che “il mondo è una tasca in cui nessuna mano fruga più senza incontrare un’altra mano?” Agata/Toni  – che si definisce “pessottomista” riprendendo il termine dallo scrittore palestinese Emil Habibi – sostiene che si può resistere alla barbarie, come si avverte da segnali sparsi ovunque, che è ancora possibile la capacità di sognare nella Casa Mondo, la nostra Casa comune che Agata/Toni vive da sempre in prima persona,  alla ricerca di una dimensione dove non più l’io individuale ma l’io collettivo abbia sede stabile:  “non so come conciliarmi con la storia/ e non ho cellulare con algoritmi virtuali/ ma ho mani amiche e voci/ che s’intrecciano con le mie”.
Tutte le opere di Toni Maraini esprimono, infatti, l’intento appassionato di sottolineare come ogni cultura esprima un patrimonio variegato che spinge alla convivenza, nonostante ovunque si applichino misure disumane alimentando propagande xenofobe.
Si può resistere alla barbarie: Serughetti dice che dopo “dovremo pensare ai nostri morti e ai nostri vivi, a ricostruire un sistema sanitario… a riparare un mondo del lavoro distrutto dalla mancanza di tutele… a fare spazio ad altre e altri che chiedono protezione”. Butler, nell’affermare che la realizzazione di un ideale di uguaglianza radicale deve essere portata avanti dai movimenti sociali, scrive: “Possa non abbandonarci la speranza di mantenere vivo questo desiderio.” E non parliamo di guerra, perché – scrive Sontag –  trattare una malattia come fosse una guerra ci rende ubbidienti, docili e, in prospettiva, vittime designate. Perciò Benasayag invita ad uscire dalla passività in questa epidemia che è conseguenza dell’ecocidio in corso: non si tratta di obbedire, di dare una fiducia cieca ai governi, ma di rispettare quelle misure, con atteggiamento critico e vigile.
Come sottolinea la scrittrice Annie Ernaux, nella sua lettera a Macron (ma vale per ogni paese), siamo in molt* a non volere più un mondo dove l’epidemia rivela diseguaglianze stridenti. E, al contrario, in molt* a volere un mondo dove i bisogni essenziali siano garantiti a tutt*: “non ci lasceremo più rubare la nostra vita… né imbavagliare a lungo le nostre libertà democratiche, oggi ristrette”. Se questa pandemia è – come sostiene Arundhati Roy – una “porta” tra un mondo e il prossimo, possiamo attraversarla con “le carcasse dei nostri pregiudizi  e dell’odio, delle nostre banche dati e idee morte” oppure “possiamo camminare con leggerezza e poco bagaglio immaginando un altro mondo. E pronti a lottare per questo”. E allora – consentitemi un sogno – se ne andranno, in silenzio, i cantori del liberismo, che per anni hanno proclamato come la spesa sociale per la sanità, la formazione e la ricerca fossero uno spreco dato che la libera iniziativa ci avrebbe condotto alla terra promessa della felicità.
Giustamente l’europea/Toni “da sempre convinta cittadina di uno spazio, quello euro-mediterraneo,” nei cui mari non possono continuare a morire migranti, esuli e rifugiati, si pone domande per una prospettiva diversa di civiltà in cui ci sia possibilità di coabitazione senza disuguaglianze  e ingiustizie. Non dimentichiamo la scena – evocata nel libro – del film  Il mago di Oz, in cui Dorothy, il Leone, l’Uomo di latta e lo Spaventapasseri fuggono insieme dalla strega malefica, danzando e cantando, in un “sodalizio tra regno umano, vegetale e minerale”. Questo abbozzo di originale alleanza narrata da Frank Baume nel 1900 sembra un ammicco alla fabulazione speculativa di Donna Haraway che nel 2016 invita a “generare parentele, non bambini!” (making kin) attraverso connessioni inventive, tra gli esseri umani e gli esseri altro-dagli-umani in una miriade di configurazioni aperte per poter “sopravvivere in un pianeta infetto”.
Contro la visione “di dominio, sfruttamento e consumo di persone e cose e della Terra, che è… un’unica casa comune”, esiste infatti – sostiene Agata/Toni – anche un’altra realtà, una rete di persone, associazioni, gruppi che compongono trasversalmente la società e che, con documentazioni, manifestazioni, libri e rapporti prendono parola e resistono, “in attesa  di rimboccarsi le maniche per un mondo migliore”: una Casa Mondo, un progetto di società “senza barbarie, razzismi,  pratiche antidemocratiche”, necessita “manutenzione e attenzione dalle fondamenta alle travi, dalle basi della vita alle strutture”, e le vie della cultura possono aprire varchi e sormontare muri… raggiungere coscienze e smuovere pensieri”.

 

Susan Sontag, Malattia come metafora, Einaudi 1979.

Isabelle Stengers, Au temp des catastrophes. Résister à la barbarie qui vient, La Découverte 2009.

Emil Habibi, Il pessottomista. Un arabo d’Israele, Bompiani 2002.

Judith Butler, “Il capitalismo è giunto al suo limite” https://www.dinamopress.it/news/capitalismo-giunto-al-suo-limite/

Giorgia Serughetti,   “Ricostruire lo spazio pubblico dopo l’eclissi della politica”#CallMeCOVID19

Miguel Benasayag, “L’epidemia è una conseguenza dell’ecocidio in corso”, Radio popolare 10/3/2020

Arundhati Roy, “La pandemia è una porta tra questo mondo e il prossimo”, Financial Times 2 aprile 2020

Toni Maraini, Pandemonio blues, Poiesis 2009

Toni Maraini, in: Diario incoronavirus  con grani di scrittura, marzo 2020 info@fuis.it

 

 

 

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Clotilde Barbarulli

Clotilde Barbarulli collabora attivamente con associazioni quali il Giardino dei Ciliegi di Firenze, la Libera Università Ipazia, la Società Italiana delle Letterate. Si occupa di autrici contemporanee fra lingue e culture e di scrittrici '800/900. Tra le sue pubblicazioni: con L. Brandi, I colori del silenzio. Strategie narrative e linguistiche in Maria Messina (1996); con M. Farnetti, Tra amiche. Epistolari femminili tra Otto e Novecento (2005); con L. Borghi Visioni in/sostenibili. Genere e intercultura (2003), Forme della diversità. Genere, precarietà e intercultura (2006), Il Sorriso dello Stregatto (2010)."Scrittrici migranti: la lingua, il caos, una stella" (ETS 2010),

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