L’isola del futuro e delle madri

Nadia Tarantini, 20 marzo 2020

Sara, Kateryna, Livia, Mariama. Sarà difficile, forse impossibile, dimenticare le quattro donne cui Maria Rosa Cutrufelli da corpo ed anima ne “L’isola delle madri”, il suo nuovo romanzo. E dimenticare la voce di Nina, che ce le racconta, dalla prima all’ultima pagina. L’isola è l’approdo, ma anche la prigione in un mondo devastato, che innalza muri, recinzioni sorvegliate da guardie armate, in cui ci vuole il permesso per passare da un quartiere all’altro di una città. Dove non c’è più vegetazione, non ci si può bagnare nel mare o in un lago, e la contaminazione con veleni di ogni genere è un rischio quotidiano.

Non so bene come funzionasse il mondo prima di me, né qui né sull’isola né altrove. Però Irena, la vecchia ostetrica in servizio alla Casa della maternità, sostiene che nel suo lontano passato le cose erano molto più semplici. (…) E veniva naturale chiamare “madre” la donna che ti aveva partorito. (…) Io invece sono nata nel tempo del Grande Vuoto, dentro una confusione esasperante di ruoli, compiti e appellativi, perciò ho dovuto riordinarli e aggiustarli un po’ per fare largo a me stessa. Con quale risultato, ancora è presto per dirlo.

Adesso, non ci sono più bambini. L’unico ad animare le pagine del romanzo è Petro, il figlio di Kateryna: ha un bel carattere, Petro, si oppone alla madre e alla solitudine dell’isola, fugge per ritrovare la nonna lasciata nel paese d’origine, accetta con garbo la sconfitta e chiede, con insistenza, di avere un compagno/una compagna.

Adesso, ci vogliono mamme uovo, mamme canguro e mamme giardiniere per comporre una maternità completa. Adesso generare comporta lucide sale operatorie, medici in camice bianco, trattamenti di diversa serie a seconda delle disponibilità economiche. Adesso, l’umanità che ha stuprato la terra – paga il conto vivendo la medesima sterilità dei campi, bruciati dal sole o allagati da piogge che non finiscono mai.

Se il pulsare di un romanzo si capisce dall’incipit, qui sentiamo il suono di un tamburo che chiama a temi ancestrali, potenti – e nello stesso tempo, avvertiamo il battito lieve di una scrittura rispettosa delle diversità, mai enfatica, riflessiva e generosa nel porgere a chi legge la libertà di pensarla diversamente.

Sara, Kateryna, Livia, Mariama, le quattro donne che Maria Rosa Cutrufelli anima nel romanzo, rappresentano il tempo del Grande Vuoto, e insieme ne tracciano il limite. Disegnano un’altra possibilità. Un tempo futuro ma già presente:  e non si può, in questi giorni, non vederne tracce inquietanti nel deserto dei luoghi in cui volevamo stare insieme con piacere, nelle raccomandazioni di tenere distanze. Nel vuoto delle nostre città – e, in certi momenti, dei nostri cuori.

Pensare ai nostri corpi come risuonanti di un unico pericolo insieme alla terra, non “isolando” malattie, virus, stupri, violenze e accidenti personali dalla tragedia ambientale – è la corrente sotterranea de “L’Isola delle madri”, quella che ne fa un grande romanzo speculativo, dove la fiction del futuro ha senso perché legata  intimamente ai temi che ci dilaniano nell’oggi.

Sara, dalle lunghe gambe, il passo un po’ sghembo e imbarazzato di quelle che da piccole si sono sentite troppo alte, è la donna volta al bene delle altre e degli altri, la cui vita si esaurisce in un compito che sopraffà qualsiasi altra esigenza: saranno prima i profughi e le profughe, i respinti e le carcerate da ogni luogo della terra, poi la casa di maternità. Anche Livia appartiene al mondo che frequentiamo ogni giorno, insegna all’università, con la sua voce profonda evocativa, di tragedie greche e scoperte archeologiche, di religioni arcaiche e primordiali, delle Grandi Madri del Mediterraneo   – e sarà la sua voce il leit motiv che lega nel libro presente e passato ancestrale, tanto più prezioso a mano a mano che l’umanità ha perso ogni goccia di umanesimo. Livia ha subìto un’operazione che la rende “guasta” alla generazione, e il suo corpo minuto tende a diventare invisibile.

Kateryna e Mariama vengono da luoghi lontani, dove la malattia della terra ha prodotto danni irreparabili, (in uno) un inquinamento irresolubile, (nell’altro) un’aridità che rende impossibile la vita degli esseri umani e delle piante. E dove ancora ci sarebbe possibilità di coltivare, i rapaci coltivatori globali avvelenano tutto con la chimica. Kateryna è bionda, ha gli occhi azzurri ed è bella; mai quanto, forse, Mariama, che a una bellezza splendente di nero, lucido e riccio (come i suoi capelli), unisce la capacità di fare centro in se stessa, di sapere sempre chi è e da dove viene. Pure dopo gli oltre tre anni di peregrinazioni per mare e per terra, dopo aver vissuto un dolore che non si può raccontare, si ritrova in quel nucleo forte, piantato in lei, come un seme, dalla sua cultura materna.

Chernobyl, un famoso processo contro i pesticidi, la militarizzazione del mondo, le guerre a scacchiera che seguono gli itinerari del denaro e dell’avidità; echi della tratta degli schiavi, dell’abbandono delle industrie chimiche in Sicilia, di tutti i cimiteri del progresso che è fallito; l’infelicità delle singole persone: ogni cosa scorre sotto pelle in una narrazione che è, prima di tutto, grande scrittura, abilissima costruzione delle personagge e della trama, attenzione minuta ad espressioni del viso come a stati d’animo, movimenti del corpo e pensieri.

Protagonista occulta ma visibilissima è l’Isola, con la sua Montagna che la domina, con le sue tracce di Grandi Madri e popoli sapienti di cui abbiamo smarrito la saggezza. L’isola è lunga e larga e ha catene montuose, vallate e perfino un vulcano (la Montagna, per gli isolani) che ogni tanto si tinge di rosso. Il Mediterraneo le scorre intorno, ma di notte, sulla sponda opposta, si intravede il riflesso delle nostre luci e c’è chi esclama: ecco! Si è accesa l’isola delle madri.

Maria Rosa Cutrufelli è una scrittrice che non mi ha mai deluso, ma ne “L’Isola delle madri”– apre ad una parte di sé che restava celata nelle sue storie della Storia, da “La donna che visse per un sogno” a “D’amore e d’odio”, a  “Il giudice delle donne”, al debutto letterario de “La briganta”…  Una parte di sé che trascorreva in brevi accenni, o in quella scrittura segreta che è il piacere dei critici letterari.

Qui la scrittura segreta esce potente e non più sotterranea – è  svelamento di radici autobiografiche (senza compiacersene), la tessitura di una personalità empatica e lucida, nella vita e nella scrittura: evoca emozioni forti. Come nella nascita delle piccole tartarughe, un’apertura al mondo e il segno che l’Isola delle madri può ancora regalare magia.

La sabbia scivola attorno ai nuovi nati e loro si spingono su, scalano le buche da cui sono emersi muovendo le pinne come fossero zampette. Come fossero remi. Strisciano sulla pancia gattonando come i bambini. Incespicano, smuovono la rena, la buttano di lato, avanzano. Quindi si fermano per riprendere le forze, alzano la testolina, la riabbassano e ricominciano a zampettare. Sono goffi, impacciati, ma hanno fretta e si lanciano avanti sgambettando per raggiungere la riva. Corrono, corrono come possono per immergersi e sparire, finalmente, dentro gli abissi marini: vanno a cercare le loro madri. La loro storia.           

 

Maria Rosa Cutrufelli, L’isola delle madri, Mondadori, pag. 241, 18,00 euro

 

 

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Nadia Tarantini

Nadia Tarantini Scrittrice e giornalista. Esploratrice di molti mestieri, sin da giovanissima ha cercato la scrittura in molti luoghi, dalla vendita rateale di libri, al giornalismo e infine all’insegnamento… della scrittura, sia privatamente (“Le vie dei Cinque Sensi”) che nelle università. Solo nel 2017, a 71 anni, dopo una decina di altri libri, ha pubblicato il suo primo romanzo, “Quando nascesti tu, stella lucente” (L’Iguana), storia ambientata nel lontano 2346. Con Iacobelli, nel 2011, ha ripubblicato “Il risveglio del corpo. Dai sintomi alle emozioni l’arte della salute”, romanzo-saggio uscito nel 1996 presso La Tartaruga, che ha avuto quattro edizioni. A fine maggio 2019 il suo secondo romanzo, “Amore Inquieto”, nei Leggendari di Iacobelli. È vissuta fuggendo e cercando le storie dentro di sé e ha combattuto furiosi dubbi sul proprio valore attraverso la relazione con altre donne. La rivista Leggendaria e la Sil sono stati i luoghi privilegiati della sua “autorizzazione alla scrittura”.

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