PERSONAGGE: Mani di raganella

Amanda Rosso, 14 marzo 2020

MANI DI RAGANELLA

Di Amanda Rosso

 

 

Aveva mani di raganella, scivolose di alghe, pruriginose di bolle, soffici di melma. Limacciose e corrugate come felci galleggianti.

Era di acqua dolce Lavinia, gambe bianchicce irrorate di venuzze e spalle accovacciate, gallinelle in cova.

Di acqua dolce erano i suoi stivali da pioggia, di acqua salata i sandali col tacchetto di sughero che usava per il mare, di delfini, stelline e cavallucci marini, conchiglie da incidere ricordi di scampagnate, focaccia bianca e ritratti di signorine.

Bollicine vischiose, ogni tanto, tossiva, accoccolata nel suo scialle color champagne.

Sciampagna, gorgogliava Lavinia all’idraulico modenese che le passava sempre sottobanco un po’ di ciccioli e mortadella, il dottorino della mutua con il taglio da fraticello, il lattaio. Perfino i Testimoni di Geova imbambolava, bollicine e palme squamose di caffè, un bicchier d’acqua del rubinetto, un ditino di limoncello, uno e mezzo e un po’, farfugliando di un Dio di pinoli e acqua santa.

Sciampagna.

“Dio sta nella mia ciambella della Befana.”

“Ma Signora…” provavano loro.

“Ma che vi sto a dire! Aurelio nemmeno la mangia più, con il diabete e i trigliceridi. Non posso mica mangiarmela tutta io” anche la risata era un gorgogliare di bollicine, lo scialle sempre più grande sulle sue spallucce di pulcino bagnato

***

Mia madre non veniva alle recite di scuola.

“È già tanto se ci lascio andare te. Tutte ‘ste pretese non le capisco: il vestitino e il parrucchino, le battute a memoria e le canzoncine… ti mando a scuola per imparare l’Italiano, a mettere giuste le acca e i congiuntivi, non a far festa.”

Mia madre non ha mai avuto il concetto di ludico e della permanenza dell’oggetto. Se qualcosa spariva in casa era perso per sempre. Niente da fare se non onorare il lutto e rimettersi a collezionare i punti della Conad.

“Quest’anno voglio la padella antiaderente. Non stare a sentire tuo padre e quel vinaccio che ci vuole rifilare sempre come capolavoro. Lui ha il palato fine di un cinghiale e la finezza di un mulo.”

Mia madre non amava mio padre nemmeno quando si sono sposati. Non c’è stata per lei la soglia della menopausa, in cui il desiderio era scemato e pomeriggi d’inverno si sono susseguiti alternando Domenica In e Buona Domenica, Forum e C’è Posta Per Te, e Le Sorelle McLeod su Raitre.

Amore era sempre stato fatto di amplessi annoiati pensando alla lista della spesa, incontrarsi in cucina, in salotto, in camera da letto. Guardare insieme la televisione, andare a fare la spesa, portarci a nuoto, a danza, a calcio, a pallavolo. A catechismo.

“Non ci siamo mai attaccati nemmeno un raffreddore” diceva sempre fiera, come se la distanza e il disamore fossero una coccarda.

Non che nessuno di noi credesse in Dio, o avesse la pazienza di sedere in chiesa per quarantacinque minuti nell’attesa spasmodica dell’“andate in pace” e del “rendiamo grazie a Dio”. Troppo da fare la domenica mattina, dormire fino a tardi e guardare Linea Verde.

***

Da giovani, quando ancora il Festival di Sanremo si ascoltava alla radio, ci si misurava le caviglie, le spalle, il girovita, le mancanze. Ci si aspettava per le cene al lumicino, cavolfiori bolliti e mele cotte assopiti fra le passeggiate sul lungomare e l’attesa del 27.

Aurelio si accontentava delle rose di Orietta Berti, ma Lavinia voleva Tenco.

“Non mi si fa contenta con poco” e abbandonava le tazze a sciaguattare nel lavandino, alla deriva. Lavinia aveva mani laboriose, ditine delicate, stoffe da tagliare e rimodellare, orli da rifinire, abiti da stringere e calzini da rammendare, ma viveva spesso nell’attesa che Aurelio contasse i passi di ritorno dalla stazione dei treni, l’ultimo regionale per Ventimiglia a ululare in galleria da un lato, quello per Genova ad assopirsi sui binari dall’altro, prima di riprendere il viaggio, qualche passeggero sonnolento con la fronte appoggiata al vetro unto, incurante dei respiri di altri, i germi, le spore e i bacilli da pisolini a bocca aperta fra Vernante e Principe.

Di certo era vero che per far contenta Lavinia si dovevano smuovere cortigiani, professoroni e sindaci, non per viziarla con cene a lume di candela e ninnoli, ma per il tempo che a lei non bastava mai. Tempo e cose da dire, tempo e intensità. Non che Aurelio non tentasse, nonostante i suoi turni da gufo per le Ferrovie dello Stato, la pensione lontana, e le notti insonni accovacciato sui sedili, caviglie glabre, ossicini da pollo, calzoni con l’orlo fatto e rifatto. C’erano sempre le vacanzine al mare, non a Saint Tropez, dove tutti quelli di successo si facevano fotografare dai giornaletti scandalistici, ma sulle spiagge di una Liguria meno trafficata, più rocce che sabbia, più panini al prosciutto che ristoranti, più sassolini nelle mutande che sdraio e ombrelloni.

Un po’ zoppicando un po’ saltellando sugli scogli incandescenti Lavinia si calcava in testa un cappellone di paglia che le divorava le orecchie dai lobi carnosi, dita da raganella sempre intente a darsi da fare con qualche scherzo da contorsionista: La Settimana Enigmistica, calzini all’uncinetto, cruciverba in dialetto, forzando le parole che non ci stavano dentro quadratini tracciati a matita.

“Imbrogliona” le diceva Aurelio, un occhio chiuso e l’altro a mollo nel mare, trasognato, ma ‘niente bagno prima di aver digerito la farinata di ceci, sennò, mannaggia a te, al pronto soccorso ci vai da solo’.

Otto verticale, nove lettere, la prima è una P: rappresentazione scenica muta sorta in Grecia antica e derivata dal mimo. Altresì chiamata Il Passatempo di Mia Moglie.

Gli inverni si susseguivano intrepidi, affumicati di caldarroste e ribolliti di vino caldo, cannella e chiodi di garofano. Sgomitavano prepotenti nelle reni di Aurelio, le bollette del gas, la Tredicesima sempre troppo tardi, amici e parenti, il compleanno dell’Eulalia – che non sentiva altro nome se non Lia –, la laurea della Caterina, il matrimonio di Gigetto e Marialina, ma Lavinia cuciva e rammendava senza scampo, ritagliando copertine dagli avanzi e cucinando brodini di tordo.

“Essù Aurelio, che abbiamo fatto la guerra noi” diceva lei, ripiegando minuziosa i fazzolettoni da tasca usati a mo’ di tovaglioli e asciugando stoviglie da festa messe a tavola tutti i giorni.

***

Mia madre per tutti era Lia. La prima ad aver messo la minigonna e la prima ad aver tinto i capelli. Nel paese era diventata quella che tutti andavano a trovare quando si trovano “con il prurito”, perché lei conosceva egualmente rimedi e untori, uno ad uno, come le figurine dei calciatori Panini.

Tutti amavano la Lia, ma nessuno se la voleva sposare. La minigonna sempre troppo corta e il vizio di cantare a squarciagola Patti Pravo e Loredana Berté invece di Mina e Heather Parisi. Irrispettosa, con la sua sigaretta e il frangettone cotonato, l’ombretto blu e gli stivali al ginocchio.

La chiamavano Gola Profonda dietro le spalle, Jessica Rabbit e Valeria Marini, anche se mia madre lamentava sempre il sedere piatto.

“Dovevo comprare solo Wrangler, i jeans della Levi’s mi facevano il culo piallato.”

Non ha mai tradito le sue Winston Blu, ancora prima che Cesare Cremonini le trasformasse in parole d’amore, nemmeno dopo le campagne della morte degli anni ‘90 e il divieto di fumare nei locali pubblici degli anni 2000. Nemmeno quando era incinta.

“Che vuoi? Mi pare che sei sana no?”

Lia sedeva al solito bar e occhieggiava le sue Winston Blu in una promessa d’amore, trangugiava il suo espresso incandescente in un millesimo di secondo e slittava fuori, le suole che fischiavano come un treno in corsa, la sigaretta già a mezz’aria e l’accendino pronto.

In paese ci tornava solo per nonna, una volta a Natale e un paio d’estate, quando l’afa della città si infiltrava nella sua coltre di fumo in cucina, in salotto, sul water, dove sfogliava La Settimana Enigmistica rapita dai cruciverba senza definizione. Era metodica e insolente, le parole crociate la sua vocazione da Giovanna D’Arco e il suo Vello d’Oro.

“Tu hai i tuoi paroloni e le tue pagelle da intelligentona, lasciami i miei cruciverba” diceva così quando a dieci anni cercavo di farle leggere il mio tema dell’esame di quinta elementare.

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Lavinia era nata Settimina, con un occhio chiuso e senza piangere. Se sua madre, Ofelia, avesse mai imparato a leggere si sarebbe sentita prigioniera di quel nome nefasto, ma di imparare non c’era tempo con la vendemmia, la spremitura delle olive, le piogge e la siccità a cui star dietro, e patate, carote e spinaci da lavare e bollire, fave da sgranare e farina di crusca da impastare. Ofelia le aveva semplicemente calcato una cuffia bianca di lanetta sulla fronte fino a quando l’occhietto scuro non si era aperto per noia o compassione. Settima di sette, concepita quando i suoi genitori si affaccendavano più vicini all’estrema unzione che al battesimo, Lavinia indossava quel che capitava, così usurato da disfarsi addosso al secondo tentativo e così consunto da non lasciar nulla all’immaginazione, ogni punto e ogni orlo a rivelare storie di boschi e alberi da frutto, domeniche a muoversi come marionette assopite e omini di stagno, che ‘guai al mondo se sporchi quelle braghe nuove Giuseppe Rinaldo Martini, ti faccio pentire d’esser nato’. Non che suo fratello Giuseppe, detto Pino, fosse grato alla vita, testardo e corpulento, esperto fromboliere e nemico giurato di don Ruggiero, sempre in giro a nasare i fatti altrui con quella sua Graziella sbilenca. Ma dopo sei turni anche quei calzoni rivelavano il tedio della consunzione. Pino era rimasto sulle montagne, un tedesco gli aveva sparato in gola nel ’45, quando la guerra era finita per tutti ma non per il paese, e i ragazzi diventavano prima uomini e poi funghi, muffe e concime.

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Lia era stata Eulalia solo quando il sindaco Barberi, asciugandosi le mani sudaticce sulla fascia tricolore, l’aveva finalmente venduta a mio padre. Lei diceva proprio “venduta”, come una vacca incinta o un paio di capretti prima di Pasqua. In quegli anni la Jugoslavia si sbriciolava e Fiorello si destreggiava al Karaoke.

“Mio padre non sapeva cosa farsene di me” diceva solo. “E tuo padre pensava d’avermi inguaiata. Povero fesso.”

Ne avevano parlato tutti di Nicola De Benedetti, l’unico nipote della defunta vedova Embriaco. L’ereditiere (un casolare decrepito in campagna e una casupola antiquata e stantia dabbasso nei carrugi) venuto da lontano (il Veneto), promettente dottore (si era laureato in Farmacia, un esodo che lo aveva spogliato di ogni impulso vitale, appetito, senso dell’umorismo e centimetri all’attaccatura dei capelli) e ottimo partito (l’ultima occasione della già ventisettenne Lia, che si diceva fosse già stata inguaiata una volta dal figlio del macellaio, ma si fosse fatta mescolare le interiora da una di quelle donnacce di passaggio, quelle che se ne andavano su e giù per lo stivale a conficcare ferri da calza in povere disgraziate come porchette alla brace).

S’erano incontrati a una sagra, Lia e la sua sigaretta, i Wrangler a vita alta e le Adidas Stan Smith’s con le striature verde smeraldo, Nicola con i suoi pantaloni di velluto e il suo camicino stirato, un po’ ingobbito dalle migliaia di ore di studio della sua giovinezza e dalla timidezza da “novizio nell’arte dell’amplesso”. O così lui aveva detto quando Lia e la sua Moretti da 66cl gli si erano mostrate quella sera nella Panda sgangherata, giù ai parcheggi nuovi del paese, quelli scavati abusivamente fra il torrente e il cimitero nell’onda lunga della speculazione edilizia.

Veloce e indolore, Nicola la ricordava come la prima volta che aveva visto una donna che non fosse un’attrice di film sconci depilata laggiù, e Lia come il suo primo, sbadato, incontro con un uomo circonciso.

Il Sindaco li aveva uniti in un matrimonio di plastilina, promesse di panna montata, e sentimenti di cartapesta.

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I figli non erano mai venuti, come raccolti mancati, panni dimenticati ad asciugare, visite dal dottore e domeniche in chiesa, pane lasciato indurire e poi cotto e ricotto al forno. Aurelio accettava il fato come un volere divino, lui che diceva più preghiere e conosceva più salmi a memoria di tutta la sua classe al catechismo. Aveva quasi fatto della toga la sua divisa, ma poi sua sorella Enrica si era presa la rosolia, Sebastiano era caduto da quell’impalcatura tremolante mentre imbiancava la casa dei Fornero, e a suo padre era uscita l’ernia del disco.

Lavinia non si crucciava di quella pecca, o di mangiare solo brodino la settimana prima del 27 di ogni mese, e non si crucciava di perdere i tornei di scopa a quattro quando qualche sposina piangente le bussava alla porta per un punto in più o in meno sulla vita. Somigliavano tutte a pulcinelli infreddoliti, ossicini scricchiolanti e labbrino. Marcava ogni orlo senza frivolezze, senza scomodo, senza giudizio: non si era scomposta per Clarabella, che era tornata tre volte nello stanzino a stringere la fascia in vita e celare gli arti da marionetta del piccolo Cesare, nato “prematuro” sei mesi dopo il matrimonio; non un rimprovero aveva indirizzato a Diodata, con la vita e le guance e il petto sgonfi di una tristezza inappellabile, mandata al patibolo coniugale col Ragionier Soleri e tutte le sue altre donne, la bottiglia di Amaro del Capo come beneamata consorte. Non s’era inviperita nemmeno quel sabato di Pasqua quando il Maresciallo Boselli e quel diseredato di Conchiglia s’erano fatti largo fra le stoffe e i manichini come in un ingorgo stradale, muggendo come buoi e sudacchiando brina sulle sue tovaglie, e avevano confiscato il vestito della figlia del postino Minelli, che s’era scordato di pagare i suoi creditori, i creditori dei suoi creditori, e la suocera del Maresciallo per le due bottiglie di vino novello presi a prestito per la Cresima di Rosina.

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“Io non ci torno manco morta al paese” quando fra Lia e Nicola la cartapesta si era sciolta e aveva imbrattato capre e cavoli nella casupola ammuffita di città, mio padre aveva donato tutti i giubbottoni pesanti da neve alla Caritas e aveva comprato una cuccetta sul primo notturno per Napoli via Roma Termini, i suoi pochi averi stipati nel baule che portava ancora le ferite di guerra di dieci anni di pena all’università e nessuna intenzione di chiedere la custodia congiunta

“Vai a sapere se è mia figlia” era la frase conclusiva di mio padre a ogni conflitto.

“Ma stai zitto che ha la tua faccia da coniglio con la rabbia” mia madre ribatteva sempre con nuove similitudini, fresche di stampa: denti da coniglio, gobba da dromedario, piedi palmati da paperotta, mani bucate da chi non ha mai aspettato il 27, e un compendio puntualissimo di difetti che certamente Lia aveva ereditato dalle definizioni puntigliose della Settimana Enigmistica. “Io da sola non la posso mantenere di certo.”

“Qualche soldo te lo mando su! La farmacia di mio zio a Napoli rende bene, è in una bella posizione, un bel quartiere, vedrai che ce la facciamo” si era grattato il mento che non aveva mai perso la rotondità dell’infanzia e un certo pallore malsano, come un’incertezza, una naturale diffidenza “Non ci vive quella tua compaesana nella città vecchia? Com’era Ludovica? Liliana? Lavinia? Chiedile se vi trova un posto dove stare mentre mi sistemo” mio padre, che spiluccava le esistenze altrui come passatempo e senza un vero interesse, si era sentito improvvisamente un pistolero per aver ricordato il nome di una qualcuna non più attraente, intrigante, invisibile per lui come sovente diventano le donne in menopausa.

Mio padre aveva un’amica a Napoli, una vedova di Poggioreale il cui marito non era morto proprio per niente, ma stava scontando dai venticinque anni all’ergastolo per rapina a mano armata in una gioielleria. Aveva ucciso una guardia per sbaglio, o così gli aveva detto la non-proprio-vedova al telefono un pomeriggio di agosto, il sole a picco sulla sua fronte oleosa e il naso affilato, pessimista come tutto di lui era stato.

Lia non s’era scomposta per l’amichetta o per la fuga, ma per la gita mancata a Mondovì, dove le cose di marca costavano meno e l’autostrada salutava il mare oleoso per arrampicarsi in collina, un verde talvolta paludoso di fango, talvolta selvatico ed equestre, pascoli e fattorie sconfinate, covoni di fieno e rimasugli di risaie. Era l’unico viatico di comunione fra noi, mio padre spendeva poco e Lia poteva scappare, come sempre aveva voluto, dalle spiaggette stanche e le passeggiate granulose, i sandali piatti e le sagre di castagne e salamelle. Io mi accoccolavo assorta e sbavante, immaginando eroine cavallerizze che sguainavano fioretti per salvare i loro amanti condannati. Lady Oscar e Geordie, La Stella della Senna e D’Artagnan, La Regina di Spade e Xena. Tutto a ribollire in calderoni di noia e pomeriggi su Italia 1.

***

Lavinia e Aurelio si erano mossi dal paese come ladruncoli pentiti l’anno che Romantica di Tony Dallara sgraffignava a Domenico Modugno il primo posto al Festival di Sanremo, la Topolino gravida di venticinque e ventitré anni di scorribande, altalene annodate agli alberi, ricci usati come proiettili da frombolieri inesperti, gonnelloni messi e rimessi, rammendati, divenuti stracci e scialli, camicette e balze, mortai odorosi di pinoli e basilico, un ferro da stiro annerito dal carbone e pesante come marmo, lucido da scarpe e ferri da calza. Un fucile da caccia e cinturoni di cartucce mai usate, scarponi da pomeriggi a funghi e calzoni mimetici. La scatola blu dei biscotti al burro Kelsen strabordante di aghi, fili e ditali, ovetti di legno e crinoline. Lavinia l’aveva stretta al petto nel dondolio roboante di buche e asfalto approssimativo, terra brulla battuta e rocce aguzze, giù fino alla città, fino al mare fermo e le spiaggette sabbiose, fino al Comune, Villa Nobel, il Casinò, con la sua gloria Liberty e il leone e la palma nello stemma – regale come solo i giorni gloriosi del passato possono essere –  e i conventi di suorine uno di fila all’altro, perché checché se ne dica dei bei tempi andati, le guance rosee e le donne timorate, i mariti cavalieri dell’Ordine delle Buone Maniere, il cappone di Natale e le tagliatelle fatte a mano della domenica, Nostro Signore era ancora il miglior partito in circolazione.

Si erano stretti la mano da sposini fino all’appartamento, un fazzoletto di piastrelle e mura spoglie sulla cima della città vecchia, finestre che si affacciavano su altre finestre, televisori e antenne con i baffi, Canzonissima e il Carosello, centrini all’uncinetto e centrotavola di vetro ripieni di cioccolatini Ferrero.

Lavinia aveva messo le tendine lavorate a mano alle finestre, Aurelio aveva appeso la locandina di Stromboli, Terra di Dio, lo sguardo vulnerabile e seduttivo di Ingrid Bergman profuga di guerra e la verve documentaristica di Rossellini in un film da scandalo.

Lavinia sopportava il film di malagrazia e lamentava romanticherie da maschi su una tragedia vera, che di ammiccante e sensuale non aveva nulla, men che meno lo sguardo sperduto della Bergman.

Aurelio si diceva amante del documentarismo di Rossellini e il suo sguardo partecipe, ma in realtà osservava trasognato le lunghe ciglia e le labbra a cuore della protagonista e il suo salvifico marito, un pescatore siciliano che diventava eroe d’amore. Ma Lavinia aveva perso sorelle e fratelli sulle montagne a far saltar ponti e cavi del telegrafo: la Spagnola s’era presa, il primogenito, Gianluigi che non aveva ancora quattro anni, e Rosina l’avevano fucilata a diciannove i tedeschi per rappresaglia. Di eroismi si era scocciata prima che delle canzoncine svenevoli di Orietta Berti.

***

Quando mia madre ed io ci siamo arrampicate su per le scale traballanti del nostro primo appartamento “di sole donne” in Sanremo vecchia, sbilenca e raggomitolata su se stessa – come si vantava sempre Lia con la macellaia, il lattaio, il postino e la tabaccaia – Lavinia stava ritagliando il suo coccodrillo del giorno, la commemorazione di Repubblica al beneamato Lio Rubini, vicepresidente della testata, partigiano, scrittore e poeta, investito da una moto a Bordighera, mentre attraversava la strada. Non ritagliava con la precisione metodica che avrei sempre ritrovato nei suoi gesti come un ritmo cadenzato e familiare, il suo tallone a ciondolare ritmico sul pedale della macchina da cucire, da sartina e moglie, ma tremolante, inconcludente, come se ogni piega fosse onta e ogni taglio una ferita.

La storia dei paesi si legge sempre nei necrologi, negli archivi dei Comuni, piccoli bugigattoli polverosi, calligrafie arzigogolate e tremolanti, più si va indietro più le X aumentano vicino ai nomi che qualche ragazzotto con le bretelle ha trascritto con la lingua fra i denti, lui fresco di terza media, così acculturato, beneducato, un buon partito. Non importa se la vita si espande e arriva lontano, se magari la tua X appartiene a un registro ad Ellis Island, con la Statua della Libertà che promette e non può mantenere, a quanto le tue gambe hanno creduto che non ci fosse un posto dove non potevi andare, che il mare fosse solo acqua da attraversare e non dove rimanere, senza nemmeno una X a dire che sì, il tesoro è qui, l’ho visto, c’era.

Ogni luogo ha i suoi defunti famosi, e per molti son nomi e placche di marmo e monumenti, qualche via intitolata alle inequivocabili imprese, magari una menzione a margine sui libri di storia, ma io ricordo Lavinia e i suoi ritagli di giornale, accoccolati l’uno nell’altro nelle scatole blu dei biscotti Kelsen, impilati a far da decoro in una casetta strabordante di passate di pomodoro, melanzane sott’olio, conserve, vasetti di olive, bottiglie di vino e limoncello. Custodiva le memorie con la meticolosità dell’archivista e l’imperscrutabilità della storica, inamovibile e dedita, forbici e colla a stratificare e parlare di sentimenti e di perdite, di letti vuoti e botteghe drappeggiate di nero, nel lutto segreto di genitori muti, lacrime rintanate e dolori ammaestrati dal coprifuoco, da razionare come il pane di crusca.

***

Dopo l’ictus di Aurelio la casa si era fatta più spaziosa ma claustrofobica, piena di angoli ciechi e spigoli. Se Lavinia avesse seguito il Festival di Sanremo, quell’anno, avrebbe saputo che il vincitore non contava nemmeno più, che ormai tutti si davano solo battaglia per decidere chi lo odiava di più e chi era più stufo della ridondanza, tracotanza, supponenza, ignoranza di concorrenti, giuria, pubblica, gli italiani tutti, popolo di caproni.

Lavinia, quel febbraio, aveva riordinato e catalogato i reperti di una vita intera insieme, le domeniche di giugno sul sentiero per San Giovanni dei prati, da bambini con le scarpe chiodate e da adulti con le teglie di focaccia sul capo, ribellandosi alla legge di gravità e le conseguenze, i viaggi in treno a tracciare capillari di binari su e giù per lo stivale, una fotografia seppia sul ciottolato di Piazza Grande alla Festa dei Ceri di Gubbio, con solo l’immaginazione e la memoria a colorare di vita e bandiere lo sfondo leggermente sfocato, l’Angelus in Vaticano, la Fiera del Castello a Mussomeli, Santa Lucia sul Lago d’Iseo e la Settimana Santa di nuovo al paese, incappucciati e grondanti di vino rosso e canti corali. Avevano colmato di passi i boschi di castagni e depredato i ciliegi nelle campagne dei vicini, arraffato mele e grappoli d’uva e strappato carezze negli angoli più bui dei carrugi illuminati fiocamente e tenebrosi di pietre medievali. Si era studiato insieme l’ABC in classi elementari troppo affollate, suore per maestre e bacchettate sulle dita, e s’erano imparate le tabelline sotto i banchi quando i tedeschi avevano fatto saltare la galleria prima di ritirarsi a testa bassa dai monti, spinti dal vento partigiano di montagna e gli Alleati dal mare. Senza figli a impadronirsi di ogni particella di ossigeno, Lavinia e Aurelio si erano studiati e vivisezionati, centrifugati e imbestialiti, arrabattati, confiscati, centellinati, cesellati. L’amore che non necessariamente si sapeva nominare o menzionare, che non faceva rima con matrimonio e non era mai necessario, più un abbellimento che un preludio, nota a margine senza cerimonie, una stampella più che un decoro.

Aurelio aveva imparato a mandare le meil, Lavinia si destreggiava con il Fornetto, lui si arrendeva ai telefoni cellulari e lei gli regalava una copia di Stromboli, Terra di Dio in DVD, da guardare insieme, solo una volta, e da solo, sonnecchiando sul divano, tutte le altre.

***

Lia non è voluta venire al funerale di Lavinia. Son passati tre anni, e ancora si scoccia a parlarne.

“Quello che ci dovevamo dire ce lo siamo dette.”

Ha fumato dieci sigarette sui gradini davanti alla chiesa, intestardita e inviperita, ha seguito la processione fino al cimitero e ha girovagato per quindici minuti fra le lapidi, calcolando la durata della vita di ognuno di quegli ottuagenari sorridenti nelle loro coppole di lanetta o nelle elaborate acconciature da parrucchiera dei vecchi, cotonate e imbellettate, i pettinini perlati e gli occhialetti con il filo, amareggiata per i neonati nati morti e i morti giovani, le lapidi sempre più elaborate e addobbate, come a voler compensare con i fiori i giorni persi.

Non siamo tornate al paese, come lei si era ripromessa. Quando nonna si è arresa al Parkison che sì era una tragedia, ma la faceva sentire quasi beata, perché anche Papa Wojtyla se n’era andato così, Lia ha venduto la sua metà della casa dei nonni alla cugina del Veneto, tornata in Riviera dopo la pensione per aprire un Bed&Breakfast per turisti tedeschi, inglesini tisici e francesi d’Oltralpe.

Lia non ha salutato nessuno al funerale, se non di risposta.

“Stiamo bene, sì, abbiamo divorziato, no, non mi dispiace, sì Caterina s’è laureata, no, un altro uomo non lo voglio, sì proprio io che ne ho avuti tanti, no non mi dispiace star da sola, meno rogne e panni da stirare.” Sorrideva a denti stretti da squalo, barracuda. E fumava, fumava, fumava, invocando le volute a difesa, santuario, distrazione. Si destreggiava fra l’amica della nonna materna che l’aveva vista crescere – e spettegolava delle sue gonne corte con l’Inquisizione del Paese, donne in calze contenitive a far da giudice, giuria e boia fra le panchine attorno al monumento ai caduti -, la moglie del benzinaio, la cugina del nonno e la figlia del suo compagno di banco alle elementari.

Le tragedie insormontabili della prossimità venivano sciorinate fra fazzoletti di stoffa e Rotoloni Regina, coppette di noccioline e taglieri di salami e formaggi in trattoria, chi, come, quando e perché, e ciò che la storia cela le voci improvvisano, non per malizia, cattiveria, invidia, malfidenza, giammai, ma per coerenza narrativa.

***

Lavinia non ha lasciato a nessuno la casa arroccata nella città vecchia dove, nonostante le lamentele di criminalità e, guai al mondo, immigrazione, ha trotterellato di notte e di giorni per sessant’anni, accatastando e accaparrando, fermandosi a ogni bottega, banco del mercato e tabaccaio, fedele alla sua Settimana Enigmistica come un discepolo trasfigurato. Il suo avvocato l’ha venduta a una coppia di ricchi olandesi e ceduta ai loro piani di farne una galleria d’arte urbana: ha usato il ricavato per finanziare la biblioteca del paese, da vent’anni sull’orlo della chiusura e da altrettanti sorretta solo dalla noia, di troppi, e la buona volontà di pochi.

Di lei ci sono rimasti le scatole blu dei biscotti e il libretto di risparmio, copie su copie della Settimana Enigmistica, una batteria di pentole, la macchina da cucire e il servizio buono del matrimonio. Una coppola di lana di Aurelio e i pochi, anonimi gioielli indossati di rado e sempre con un po’ di imbarazzo. Fotografie da riempirci una casa intera e lunghe lettere in dialetto provenienti dalle più disparate coordinate geografiche. Mentre caricavamo tutto in un furgone dei traslochi A&A, Lia si è seduta sul sedile anteriore, ha acceso una sigaretta, il conducente le ha chiesto di spegnerla perché suo padre era morto di cancro ai polmoni un anno prima, e hanno iniziato a discutere animatamente, gesticolando nel traffico di Via Roma.

“Signora mia è tutta una cospirazione. Ci ritardano la pensione ogni anno e noi nel frattempo ci ammazziamo con le sigarette. Paghiamo le tasse e in pensione vivi, glielo dico io, non ci arriviamo.”  Lia, che della sua inappetibilità caratteriale faceva un vanto, avrebbe cominciato a parlare di industrie farmaceutiche, interessi politici, le guerre e l’inquinamento, il destino e il fatalismo. Ma non ha detto niente, quella volta, niente di niente.

I pedoni, carichi di borse della spesa e qualche compera natalizia tardiva, tracciavano rotte immaginarie sui marciapiedi, le commesse canticchiavano annoiate alle casse qualche nuova hit sparata a mille dagli altoparlanti, i baristi frettolosi zigzagavano con vassoi carichi di espressi e focaccine, bianchini e salatini, una macchina dei Carabinieri era parcheggiata pigramente in sosta vietata, e un pullman blu per Andora traboccante di studenti affamati rallentava per accogliere la transumanza.

La vecchia stazione dei treni era ormai abbandonata a se stessa, il suo baretto e tabacchi sfoggiava ancora lo stesso arredamento di trenta anni prima, probabilmente lo stesso personale, e gli stessi affezionati ferrovieri in pensione a speculare di politica, attualità, la moglie di questo o i figli di quell’altra, la borsa, la guerra e Silvio Berlusconi. Li abbiamo osservati, io e mia madre, nei pomeriggi pigri a ordinare uno Spritz annacquato e un vinello al tappo, Lavinia e Aurelio e i loro tornei di scopa a quattro, briscola chiamata e scala quaranta. Le cortesie e le piccole crudeltà di chi trascorre troppo tempo insieme. Egidio, Valeria, Pino, la vedova Biancheri, il maresciallo “Coppola” Scalia. Uno ad uno li sciorinavano, imitavano, in quei tributi imbarazzati di una generazione senza il lusso dell’emotività. I “ma ti ricordi quando…” e gli “adesso che mi viene in mente”, le diecimila lire mai restituite, i taccagni che non pagavano mai da bere, i pettegolezzi da terza età. Di quegli aperitivi infiniti e i caffettini lunghi due ore, dei complimenti inappropriati a Luisa la barista di Trapani e le barzellette sui carabinieri di Ginetto che veniva a svuotare le macchinette, non erano rimaste nemmeno le sedie vuote.

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Amanda Rosso

Amanda è nata in un minuscolo paese dell'entroterra ligure celebre, fra le altre cose, per le tradizioni della Settimana Santa e la Sagra della Salsiccia. Laureata in Comunicazione a Pavia, ora vive a Londra dove legge troppo e non scrive abbastanza.

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