Plautilla Bricci, l’architettrice dell’assenza

Laura Ricci, 15 febbraio 2020

La vita della pittrice e architetta che nella Roma barocca volle inventarsi una nuova professione per se stessa. E che amò più la sua libertà dell’uomo con cui progettò ville e cappelle. Il romanzo di Melania Mazzucco.

di Laura Ricci

 

È una felice missione di Melania G. Mazzucco quella di restituirci figure femminili dimenticate dalla storia. Lo ha fatto diversi anni fa rendendo nota, in Italia, Annemarie Schwarzenbach con “Lei così amata”, ha continuato più recentemente ricostruendo in “La lunga attesa dell’angelo” la magnifica presenza di Marietta, l’amatissima figlia illegittima di Tintoretto, da lui educata alla musica e alla pittura per averla accanto. E torna a farlo con un romanzo storico monumentale, “L’architettrice”, per riconsegnare al presente, e con ogni probabilità al futuro, la non meno stupenda consistenza di Plautilla Bricci, la prima donna architetto della storia, ricollocandola al posto che le spetta nel panorama pittorico e architettonico della Roma barocca.

“L’ho inventata io quella parola”, riflette Plautilla nel romanzo: “La signora Plautilla Bricci era troppo poco. Pittrice di San Luca dannoso, perché svelava la mia specializzazione in un’altra arte. Architetto no. Architetta? Suonava ridicolo. La donna pittore è una pittrice, la donna miniatore miniatrice. Architettrice, dunque”. Il bisogno di legittimazione nel genere grammaticale, così discusso oggi, ha radici ben più lontane nella storia.
Nata nel 1616 e morta intorno al 1700, Plautilla è figlia di Giovanni Bricci, disegnatore e pittore di non eccelsa qualità ma buon conoscitore degli ambienti artistici, brillante commediografo e arguto pamphlettista molto amato dal popolo e da una certa aristocrazia, uomo di grande curiosità culturale e di saperi piuttosto universali che radunava in una vasta biblioteca, cosa non comune per una persona di ceto popolare. Di carattere originale e libero, Bricci educa la figlia alla pittura e, quel che più importa, a perseguire le personali ambizioni, e la introduce in ambiente artistico. Siamo nella Roma seicentesca di Bernini, Pietro da Cortona, Giovanni Romanelli, Salvator Rosa, Borromini, che comprendeva anche una vasta corte di artisti minori, tra cui in un primo momento sembra situarsi Plautilla.

La grande svolta, per lei, avviene grazie all’incontro con l’abate Elpidio Benedetti. Entrambi nati in un ambiente più modesto di quello che aspirano a frequentare, entrambi ambiziosi e sia pure in modo diverso alla ricerca di un’ascesa, Elpidio e Plautilla si completano e si sostengono, tra presenze e assenze, per una vita intera: io potevo dare qualcosa a lui – pensa Plautilla quando se lo trova di fronte, come in una premonizione, tra i calcinacci della rimozione dello sfortunato campanile del Bernini in San Pietro – lui poteva dare qualcosa a me. Fu, la loro, una strana e finora mai narrata storia d’amore: quella di un sentimento complesso e insolito che, seppure per qualche tempo trovò coronamento anche nel sesso, si esplica soprattutto nell’intima reciproca conoscenza di virtù e miserie – più di miserie che di virtù nel caso di Elpidio – nel gioco complice dell’ironia e dell’intelligenza, nell’amicizia profonda che diventa ardita progettualità condivisa. Un sentimento che Mazzucco esplora con grandi capacità psicologiche e narrative.

Lui rinunciò a sé e a un amore dichiarato e aperto per servire senza riserve il cardinale Giulio Mazzarino, di cui diventò agente in Italia, lei per servire l’arte, l’architettura e soprattutto la sua autonomia: Elpidio non poteva essere, dice a sé stessa quando già matura accetta l’incarico di pittrice di casa Benedetti, sia il suo amante che il suo datore di lavoro. Ma entrambi fiorirono e si espansero, con grande e bizzarra libertà, nella realizzazione della magnifica villa sul Gianicolo nei pressi di Porta San Pancrazio, che l’abate poté permettersi quando, morto Mazzarino, divenne addirittura agente diretto del Re di Francia Luigi XIV. Villa Benedetta la chiamarono – la loro ideale figlia – pur se da subito fu denominata “il Vascello” per la forma di veliero: prua verso il Vaticano, affaccio sulla più spettacolare veduta di Roma. Originale e fantasticamente ornata, delicata e bizzarra come Elpidio considerava la mente dei virtuosi e della stessa Plautilla.

Così bizzarra, l’architettrice, da non eseguire mai, nonostante avesse acquisito fama e stabilità, un suo autoritratto da gentildonna. Si ritrasse invece, ormai settantenne, con i capelli bianchi e i panni umili della levatrice di San Giovanni nello stendardo processionale dipinto nel 1775 per l’omonima confraternita, ancora oggi nella chiesa di San Giovanni a Poggio Mirteto.

Plautilla volle essere unica, qualche pittrice esisteva già e non le bastò, non si contentò di affidare il suo nome a un’arte pittorica pregevole ma che non poteva competere con i grandi maestri che operavano a Roma. Più stabile e duratura e ricca di possibilità la progettazione e la pietra, si disse, e dunque studiò e sperimentò con pazienza per costruire opere murarie e diventare architettrice, la prima della storia le risultava. Creò il Vascello, volle che Elpidio le facesse affidare la cappella da lei realizzata in San Luigi dei Francesi (la terza a sinistra), progettò case dignitose per persone di ceto popolare in Trastevere, in un terreno di Benedetti a Ripa Grande. Ma proprio Elpidio, che le aveva offerto la possibilità di esercitare il suo genio delicato e bizzarro, fu il primo a oscurare il suo nome, in una guida alla visita della villa che scrisse con lo pseudonimo di Matteo Mayer, facendola diventare assistente del fratello Basilio Bricci e non viceversa come nella realtà era stato. “Il mondo non è pronto per accettare che un donna costruisca la casa per un uomo – le aveva detto – Una cappella sì. È l’anima […]. La casa è il corpo. […] È una cosa troppo intima per condividerla”. Lei aveva compreso, ma non aveva perdonato, perché sempre il suo lavoro e la sua autonomia contarono più di ogni illusione d’amore.

 

La storia di Plautilla basterebbe da sola per un indimenticabile romanzo. Ma Mazzucco è una scrittrice “fluviale”, come lei stessa si è definita, e giacché un romanzo è a sua volta un’architettura, costruisce il suo come un edificio a piani molteplici.
Accanto a Plautilla, protagonista è la grande Roma barocca. E non solo quella dei papi, dei nobili, dei grandi artisti e dei cortigiani più o meno corrotti di cui Mazzucco ripercorre minuziosamente le tracce, ma anche e soprattutto quella epica e tumultuosa del popolo, degli artigiani, dei commedianti e dei trafficanti, dei miasmi, delle malattie e delle epidemie – superba la rivisitazione della peste del 1656 – in un tessuto urbano e umano che, ieri come oggi, oscilla drammaticamente (e poeticamente) tra esagerati opposti, a cominciare da quello morte/vita. E poi la Francia, la strabiliante ascesa di Mazzarino e il suo rapporto con la Regina Anna d’Austria, speculare, sia pure in grande, a quello di Elpidio e Plautilla: evidente e clandestino a un tempo, detto e vissuto nella pubblica progettualità, non palesato e mai confessato in quel che resta segreto e intimo.
E di nuovo e ancora Roma e la Francia, in quegli intermezzi narrativi sulla resistenza dei patrioti rivoluzionari accorsi nel giugno del 1849 a difendere la Repubblica romana assediata dai Francesi, che costituiscono quasi un romanzo nel romanzo. Vissuta attraverso gli occhi di un soldato semplice milanese, Leone Paladini – che nel suo dilettantismo multiforme dipinse anche l’attacco al Vascello del 3 giugno 1849 e che, eroico superstite, si meritò la promozione a sergente – la resistenza e poi la fuga dei pochi superstiti della brigata Medici di cui Leone fa parte sconfinano, con tratti concitati e efficaci, persino nell’oggi: in quella lunga attesa disperata e stracciona da esuli al largo di Malta, dove le autorità inglesi vietano e respingono l’attracco.

Questi intermezzi della resistenza e della distruzione del Vascello di Plautilla, narrati con diversa scelta stilistica – qui la narratrice onnisciente, lì il racconto in prima persona dell’architettrice – riconducono il romanzo al suo centro: a una parabola dell’assenza, non consumata tuttavia fino in fondo. Donna che ha manipolato la materia più solida al fine di restare, e di restare insieme al suo amato – mai idealizzato, sempre osservato con lucida determinazione lontano dai tranelli del sogno d’amore – oltre che alla negazione della storia, Plautilla sembra soccombere anche alla rovina risorgimentale delle pietre. Ma la storia è carsica, tutto può riemergere per un caso – l’incontro fortuito di Melania con Plautilla – e niente, almeno nella memoria e nella scrittura, va per sempre perduto.

 

Melania Mazzucco, L’architettrice, Einaudi, 2019

 

 

 

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Laura Ricci è laureata in Lingue e letterature straniere. Scrittrice e traduttrice, ha viaggiato in molti luoghi e abitato in diverse città. Attualmente vive a Orvieto. Collabora con alcune riviste letterarie e per la traduzione e l'editing con la casa editrice Vita Activa di Trieste. Fa parte della Società Italiana delle Letterate e ha pubblicato varie opere in poesia e prosa. Tra le pubblicazioni più recenti: i racconti di "Dodecapoli"(LietoColle, 2010) e, in poesia, "La strega poeta" (LietoColle, 2008), le traduzioni poetiche di "e Io sono una Rosa" (LietoColle, 2013), il poema bilingue "In viaggio. Grani di Saudade - Travelling. Beads of Saudade" (La Vita Felice, 2015), la silloge di poesia civile "Rose di pianto" (La Vita Felice, 2017). Con Vita Activa ha curato la "Guida sentimentale di Orvieto" (2018) e pubblicato il saggio "Sempre altrove fuggendo. Protagoniste di frontiera in Claudio Magris, Orhan Pamuk, Melania G. Mazzucco" (2019).
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