La morte non è un castigo

Francesca Traìna 30 gennaio 2020

Tante sono le ragioni che spingono alla scrittura e non tutte comprensibili. Chi scrive, sicuramente, risponde ad una domanda interiore che a volte invita ad indagare e a ripercorre la Storia per trovare in essa risposte che mai, in ogni caso, arriveranno ad esaudire il bisogno di conoscenza.

Ginevra Bompiani si pone e pone la domanda delle domande sulla condizione umana:  perché l’uomo occidentale, ma anche orientale e mediorientale, è così distruttivo e punitivo?

Da donna determinata, che sputava su Hegel, e grande scrittrice qual è, ci conduce alla ricerca della risposta nel suo ultimo e imperdibile libro, L’altra metà di Dio.

Uno scavo profondissimo fino al cuore del nostro immaginario; un viaggio nei territori popolati da racconti biblici e mitologie greche, da storie che hanno formato il nostro sguardo sul mondo. La lettura/viaggio ci conduce alle radici della nostra civiltà rendendoci testimoni partecipi di una esplorazione capillare alla ricerca della chiave che apre a sorprendenti riletture delle storie abitate dall’umanità, fino a scoprire “l’altra metà di Dio”.

Complesso e affascinante questo lavoro in cui l’autrice percorre tre direttici, tre “ombre” che oscurano l’umanità: distruzione, punizione, mistificazione.

È stato facile per me accostarle, simbolicamente, alle tre cantiche dantesche; tre universi apparentemente disgiunti, ma discendenti l’uno dall’altro e, al contempo, ascendenti verso la vetta illuminante le ragioni che portano l’autrice dentro la “selva oscura”, abilmente e sapientemente desfoliata dalla sua penna che, come accetta, fa largo e dà respiro all’intero corpo narrativo.

Nel momento in cui la terra sembra impegnata a distruggere e distruggersi per mano dei suoi abitanti, diventa necessario, per Bompiani, provare a capire dove è nata questa corsa suicida; perché la nostra storia nasce da una punizione e da dove origina questo bisogno di punire ed essere puniti, fino a credere che anche la malattia e la morte siano castighi ineluttabili.

La cacciata dal giardino dell’Eden di Eva e Adamo, il delitto di Caino, sono storie della vita intesa come punizione: un mondo buio di divieti trasgrediti, di sottomissioni all’autorità di Dio, padre/padrone. Emblematico a questo proposito il comportamento di Abramo pronto a sacrificare il figlio, sgozzandolo, perché Jahvè così ha ordinato: Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Mòria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò (Genesi).

Il sacrificio, tuttavia, non verrà compiuto perché a Dio basterà l’atto di ubbidienza del patriarca. Ma il fatto che questi fosse pronto ad eseguirlo, secondo Bompiani, costituisce l’atto fondante del diritto paterno con cui i padri eserciteranno, nei secoli, il diritto di proprietà su mogli e figli.

Anche Agamennone, se ci spostiamo nella mitologia greca, immolerà la figlia Ifigenia per ottenere venti favorevoli alla sua flotta veleggiante verso Troia. E affondando nei miti troviamo molte altre storie di sacrifici femminili offerti dagli uomini agli dei.

Ginevra Bompiani ci offre, così, la consapevolezza di una conoscenza incisa a sangue nel corpo delle donne e, al contempo, la coscienza della loro potenza. Tuttavia, scrive, è possibile individuare altre storie, altri miti precedenti che narrano un modo diverso di relazionarsi alla vita. All’alba della civilizzazione umana, nella preistoria, si trovano narrazioni di un modo alternativo di concepire la religiosità e la spiritualità. Ed, infatti, riferendosi alla civiltà Paleolitica e a gran parte della Neolitica, non esistono testimonianze di guerre, fortificazioni e supremazia maschile, al contrario si rinvengono tracce evidenti della posizione rilevante delle donne nella vita sociale e nella religione. Considerate portatrici del miracolo della creazione e officianti del culto della Dea, incarnavano il senso e la potenza del divino femminile restituito a noi anche da reperti artistici di grande bellezza.

E proprio la Dea, per la scrittrice, diventa luogo dove confinano immaginario e vivente: il soprannaturale, il più struggente anello di congiunzione fra il corpo e l’idea, fra l’esistenza e l’esistente. La Dea, Grande Madre (non Padre) che raccoglie intorno a sé una civiltà matrilineare, matrifocale, pacifica, mutuale, egualitaria si estende, per decine di migliaia di anni, nel vasto territorio che l’archeologa Marija Gimbutas chiama “Antica Europa” dove non si rinvengono segni del predominio di un sesso su un altro e dove le donne occupano una posizione dominante in una dimensione di convivenza pacifica. Poiché questa civiltà non utilizzava la scrittura la Dea non ha ispirato alcun libro sacro, ma il suo culto è testimoniato da numerose sculture e miniature.

Il riferimento è, ovviamente, al matriarcato: l’epoca ginetocratica che avrebbe preceduto il patriarcato e di cui per primo scrisse, a metà ottocento, Bachofen. Il rischio che tale civiltà possa essere idealizzata è ben poca cosa rispetto alla considerazione dell’autrice: che un altro mondo sia già stato, che lo abbiamo dimenticato, che abbiamo letto male le nostre storie, che qualcuna di esse ce la possiamo raccontare di nuovo.

Bompiani apre, dunque, alla possibilità di rileggere il passato per scoprire un femminile che è esistito e del quale non si ha memoria. Un altro mondo diventa allora possibile, un mondo non divisivo, non improntato alla violenza maschile, al patriarcato, alla guerra tra i sessi.

C’è, non sotteso, l’auspicio di costruire un tempo d’armonia dove donne e uomini, nella reciprocità, possano accogliersi pacificamente. E c’è l’opportunità di capire come cambiare il nostro modo di essere, come riuscire a rovesciare il mondo di cui il patriarcato è garante. Il cammino di decodificazione e rilettura del passato, delle narrazioni fondanti la civiltà occidentale, delle fonti da cui quelle narrazioni hanno avuto origine diventa, così, funzionale al cambiamento del presente e del futuro.

Il nostos di Bompiani scivola, inevitabilmente, nel silenzio della preistoria. Nel suo appassionato viaggio affonda lo sguardo nelle grandi tradizioni giudaico/cristiana, greca e in parte nella mesopotamica che le ha nutrite. Il viaggio che condividiamo con l’autrice ci proietta verso la conoscenza di quelle tradizioni fino ai recessi del nostro rimosso, fino alle ferite ancora aperte dell’anima.

Fra le tre “ombre” o vie lungo le quali ci siamo incamminati/e, una sottolineatura merita la “mistificazione” perpetrata da un Occidente che ha confuso e continua a confondere la verità con la menzogna attribuendo all’una e all’altra una grande varietà di significati. Basti pensare a tutte le falsità che, negli ultimi tempi, circolano sui social e sui media e al senso di felicità svenduto all’interno di disvalori. Dovremmo perseguire la felicità accondiscendendo alle varie pulsioni imposte dalla pubblicità, dalle menzogne o dalla strumentale e demagogica propaganda di certa politica. In tale consapevolezza l’autrice si chiede: qual è la grande mistificazione, così necessaria da fare della storia, del mondo e dell’immaginario il suo nascondiglio?

La scrittura di Ginevra Bompiani costruisce un tessuto narrativo saggistico, storico e filosofico di rara intensità e bellezza che non si riscontra nella nostra letteratura contemporanea dimostrando di essere riuscita ad abbattere i confini tra letteratura e mito, saggistica, narrativa e ricerca filosofica.

L’altra metà di Dio è lo spazio di libertà che Bompiani, donna e scrittrice, ha saputo conquistare e difendere con la sua soggettività e determinazione, con la sua arte in grado di esprimere sempre il nuovo. Il suo libro, a mio parere, è una lectio magistralis non solo per chi ha la gioia di leggerlo, ma anche per chi scrive.

 

Ginevra Bompiani L’altra metà di Dio,  Feltrinelli, 2019

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Francesca Traina

È laureata in lettere e vive a Palermo dove dal 1990 al 2015 ha diretto uno dei più antichi Istituti Scolastici. Studiosa di letteratura e poesia italiana e straniera con particolare riferimento alle figure femminili. In poesia ha pubblicato: “Luce obliqua” (Il Vertice, Palermo 1989) “1991” (Il Vertice, Palermo 1991), “Il Poeta muore” (Vanni Scheiwiller, Milano 1998), “Dentro gli anni (Salvatore Sciascia Editore), Caltanissetta/Roma 1999 “Neve di Marzo”, CD con musiche originali dell’armonicista Giuseppe Milici, Istituto Gramsci Siciliano Palermo 2005, nella ricorrenza delle stragi di Capaci e via D’Amelio. “Linee di ritorno”, racconti e poesie (Manni Editore, Lecce 2006), “Trame del mondo Diecirighe”, Cronaca poetica e iconografica dalla rivista “Mezzocielo” con fotografie di Letizia Battaglia e Shobha (Navarra Editore, Sicilia, 2011). Vincitrice, nel 1997, del Premio Internazionale di Poesia Eugenio Montale. Per il volume “Dentro gli anni” e per altre opere poetiche ha ricevuto premi e riconoscimenti tra cui: menzione speciale al Premio Nazionale di Poesia “Diego Valeri”, Medaglia d’argento dal Comune di Palermo (Sindaco Orlando), premio al Concorso internazionale di Poesia Città di Marineo e altri. Ha fatto parte della redazione della rivista: “Issimo, I Segni della Poesia”, dal 1990 al 2009 (anno di chiusura della rivista). Attualmente fa parte della redazione della rivista “Mezzocielo”, bimestrale di politica cultura e ambiente pensato e realizzato da donne. È socia della Biblioteca delle donne e Centro di consulenza legale UDIPALERMO.

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