La paura nelle dittature

Clotilde Barbarulli, 26 gennaio 2020

“Sono cresciuta in una famiglia che preparava i bambini alle emergenze: io a quattro anni conoscevo a memoria quattro numeri da chiamare in caso di necessità”.  Vera Giaconi, argentina esiliata dopo il golpe del ‘73, nei suoi racconti descrive cosa significa vivere in una atmosfera di pericolo costante

di Clotilde Barbarulli

Vera Giaconi scrittrice argentina di origini uruguayane, costretta all’esilio dalla dittatura dopo il colpo di stato del ’73, viene tradotta in italiano per la prima volta. In questa raccolta di racconti più che spiegarla mostra la realtà nell’attenzione accordata a dettagli e circostanze particolari. Rosa è la donna delle pulizie protagonista di Beati: dopo il tentato suicidio della signora, decide di occuparsi di lei, di non ignorare più i suoi sbalzi d’umore. Così quando il marito, innamorato della donna ma poco attento ai segni evidenti della depressione, per festeggiare il compleanno, arriva con un canino e Rosa vede la signora ritirasi in se stessa, come impaurita, fino a diventare “un gomitolo sul divano”, interviene per portarlo in cucina: sente allora il marito spiegare che il cucciolo non le darà fastidio e sarà una compagnia. Ma, risponde la moglie, “per questo c’è già Rosa… è esattamente la stessa cosa”.

Rosa a quelle parole avverte “un brivido freddo”, subito prende cappotto, cane e se ne va; non le importa se il marito – intelligente e generoso ma rigido a un punto tale che non si sente di confessargli le sue emozioni – darà un’altra interpretazione, solo lei “sapeva cosa aveva provato nel sentire quella frase”. Rosa, che sembrava destinata a vivere nell’ombra – oltre che del proprio  marito – della datrice di lavoro cui si era dedicata con devozione, quasi spinta dal desiderio di proteggerla, a quelle parole inaspettate si sente ferita ed è una ferita non rimarginabile.  Perciò se ne va.

Nel racconto Al buio  due bambini vengono lasciati  con Nilda la baby-sitter, che li abitua a modalità segrete fra di loro come giocare a nascondino al buio,  fino a quando una sera – forse anche per l’equivoca presenza del marito di Nilda – non decidono di nascondersi in fondo all’armadio, rifugio che la madre ha preparato in caso di emergenza: insieme  Roxy e Facundo, che da mesi non parla più, si fanno coraggio, immersi nel buio sia delle inattendibili risposte materne sul padre scomparso  da tre anni e sette mesi, sia del gioco al buio inventato dalla baby sitter che fa tante/troppe domande sul padre. La madre ha spiegato loro che “è lì che si devono acquattare se dovessero mai arrivare degli sconosciuti, se qualcuno dovesse entrare in casa a forza… se la dovessero sentir gridare, o se per qualsiasi motivo dovessero aver paura”. Come ha detto in un’intervista, l’autrice in Roxy e Facundo identifica se stessa bambina ed il fratellino: “sono noi eppure non lo sono, sono il riflesso, le voci e le personalità di tutti quei bambini con cui giocavamo e con cui siamo cresciuti in quella specie di incubatore che era il gruppo di esiliati che durante la dittatura scapparono in Argentina”.

Le relazioni umane, sembra dirci Vera Giaconi, sono tanto meno lineari, quanto più sono profondi i sentimenti coinvolti, specialmente se nel sottofondo trapela l’angoscia della dittatura: uno scarto per cui dentro ogni più ordinario istante può accadere lo straordinario. L’autrice conduce la sua indagine sulle emozioni lavorando nell’attenzione accordata a dettagli e circostanze particolari con una prosa scarna: non tanto una storia da raccontare, quanto una sensazione o un’atmosfera da ricreare, con un finale lasciato in sospeso. Lì fra pericoli allusivi inattesi narrati con una sorta di empatia in quanto ricordo, incombono le zone d’ombra che pongono interrogativi alla Storia. Vera Giaconi vuole raccontare cosa significa vivere in un ambiente di paura e pericolo costante, come quello della dittatura: “Sono cresciuta in una famiglia che preparava i bambini alle emergenze: io a quattro anni conoscevo a memoria quattro numeri da chiamare in caso di necessità. La paura nell’infanzia è un mostro indefinito, ma si sa riconoscere esattamente quel sentimento”.

Anche in Dumas si accenna alla situazione politica anni Settanta e alle vicende familiari dell’autrice, col racconto del nonno che cerca disperatamente di tenere con sé la nipotina mentre la madre vuole portarla in Argentina per raggiungere il padre già espatriato, senza poter immaginare che dopo poco tempo anche lì i militari avrebbero preso il potere. “Mio nonno (paterno) è morto quando ero molto giovane, e Dumas è stato il mio modo di rincontrarmi con lui e di cambiare la mia storia con un finale che non è quello vero, ma quello che io avrei scelto.”

Riesce cosi ad inserire la grande storia nella piccola storia, negli avvenimenti e nei riti che scandiscono il quotidiano: “I bambini che hanno vissuto quella storia sono segnati in modo indelebile, anche se nemmeno si potevano rendere conto della portata storica di quello che stava accadendo”.

 

Vera Giaconi, Persone care, trad. di Giulia Zavagna, SUR 2019, pp. 156, euro 15,00

Francesca Lazzarato, “Il legame avvincente del risentimento”, il manifesto 1.2.2019).

Intervista a cura di Elena Sassi www.criticaletteraria.org>personae care

 

 

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Clotilde Barbarulli

Clotilde Barbarulli collabora attivamente con associazioni quali il Giardino dei Ciliegi di Firenze, la Libera Università Ipazia, la Società Italiana delle Letterate. Si occupa di autrici contemporanee fra lingue e culture e di scrittrici '800/900. Tra le sue pubblicazioni: con L. Brandi, I colori del silenzio. Strategie narrative e linguistiche in Maria Messina (1996); con M. Farnetti, Tra amiche. Epistolari femminili tra Otto e Novecento (2005); con L. Borghi Visioni in/sostenibili. Genere e intercultura (2003), Forme della diversità. Genere, precarietà e intercultura (2006), Il Sorriso dello Stregatto (2010)."Scrittrici migranti: la lingua, il caos, una stella" (ETS 2010),

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