Le operaie della penna

Nel 2014 ho avuto l’opportunità di utilizzare un periodo di distacco da scuola per seguire un dottorato di ricerca presso il dipartimento di scienze dell’educazione dell’università di Bologna.

Da insegnante inseguivo una genealogia, volevo cioè indagare quale fosse stata la presenza e l’opera delle docenti e scrittrici italiane minori e poco visibili nel canone della scrittura educativo-letteraria fra Otto e Novecento, e quale fosse stata la loro produzione editoriale rivolta alle scuole e ad un pubblico prevalentemente femminile.

La ricerca si è ispirata al senso profondo di ciò che Maria Grazia Contini definisce una deontologia pedagogica, ovvero l’uso per noi insegnanti di una professionalità riflessiva che ha tra i suoi postulati il non nuocere, non smettere di aprire porte, conoscere il proprio conoscere, e, nel caso particolare delle donne scrittrici di “non omettere” i saperi, i nomi, le pratiche dalla tradizione e dal canone italiani.

La cornice teorica del pensiero della differenza mi ha permesso di individuare il partire da sé, cioè dalla mia esperienza di insegnante, come punto d’inizio per interrogarmi sulla scarsa o non adeguata rappresentazione del femminile nel campo delle discipline scolastiche, in particolare sull’assenza di autrici di letteratura nelle antologie e nelle storie letterarie. Operaie della penna, titolo della mia ricerca, mette l’accento sul fatto che per la prima volta a metà Ottocento le donne in Italia reclamano la valorizzazione di una professionalità raggiunta come docenti, conferenziere, articoliste, ma soprattutto come scrittrici di manuali scolastici.

Ma la mia è stata anche una ricognizione sulle pratiche che misero in essere le donne per teorizzare e costruire (da operaie, cioè da soggetti attivi di un lavoro retribuito) una società più inclusiva, a partire proprio da loro stesse.

Il mio lavoro si è articolato su tre parti: nella prima ho analizzato i dati relativi a un campione di 277 autrici i cui nomi erano presenti negli Elenchi per le adozioni dei libri di testo approvati dal Ministero della Pubblica Istruzione da dopo l’Unità d’Italia al primo decennio del Novecento, basandomi sui fondamentali lavori di ricerca di Maria Pia Casalena, Alberto Barausse, Giorgio Chiosso e Roberto Sani.

L’analisi delle teorie educative di autrici come Maria Edgeworth, Erminia Fuà Fusinato, Rosa Piazza, Giulia Molino Colombini così come, specialmente in ambito emiliano i consigli per le giovani donne di Ginevra Canonici Fachini, Caterina Franceschi Ferrucci, Anna Pepoli Sampieri ed altre è avvenuta a partire dalla lettura diretta dei loro testi.

Ho poi preso in esame la produzione educativa all’interno della più generale “questione femminile” nel corso dell’Ottocento, questione che procede di pari passo con il dibattito per l’allargamento dei diritti civili e che ha il suo punto di maggiore avanzamento nel Congresso Nazionale delle Donne di Roma del 1908, come ha scritto la mia tutor, Tiziana Pironi i cui lavori mi hanno guidato in questo percorso.

Nella seconda parte, dedicata ai testi, ho esaminato alcuni manuali scolastici prodotti da donne, fra i più diffusi, provenienti da fondi di biblioteche specialistiche e un’indagine statistica sui dati della segregazione formativa attiva ancora nel primo decennio del Novecento, che divideva nettamente per genere i percorsi di studio e di lavoro, proseguendo così, pur nel nuovo assetto della scolarizzazione laica, un canone definito da una tradizione sostanzialmente monastica.

Nella terza parte, dedicata alle reti, ho preso in esame tre esempi di progettazione e coordinamento di reti letterarie e di eventi letterari da parte di gruppi di docenti-donne. Eventi quali l’Albo Cairoli (1873), l’Esposizione Beatrice a Firenze (1890), l’antologia della letteratura italiana coordinata da Emma Boghen Conigliani per Bemporad (1906-1908), in quasi 40 volumetti, per la quale l’autrice si avvale di una ventina di collaboratrici, e di un collaboratore, molti dei quali di cultura ebraica.

La metodologia di lavoro ha seguito un percorso indiziario. Non basta infatti rovesciare i cassetti della storia, come afferma Angela Giallongo, occorre mettere a fuoco la dimensione delle microstorie, cioè inquadrare e far uscire dall’ombra i soggetti (soggetti deboli, minori, donne, devianti, come ci insegna la storiografia francese) ma anche gli oggetti della vita quotidiana (quaderni, libri) per arrivare a scoprire la black box of women schooling.

Così un oggetto come il manuale scolastico scritto da donne diventa un palinsesto delle vite quotidiane femminili all’interno della grande storia politica, vite già piene di “piccole virtù”, che fanno seguito alle “grandi virtù” del palcoscenico risorgimentale, ma anche luoghi in cui le donne, in grande schiera, intervengono a costruire il volto della nazione che nasce.

In molti casi il paratesto, ovvero i titoli, gli indici, le illustrazioni e le collane hanno evidenziato un interesse delle donne a creare – con la pratica delle dediche – delle genealogie femminili cui rivolgere il sentimento della gratitudine o da tenere come riferimenti teorici. Altre volte è il loro spostamento di sguardo sulle dimensioni locali, in particolare sulla ripresa e valorizzazione dei dialetti, dei proverbi popolari e delle tradizioni mitiche, pur all’interno della costruzione di una lingua italiana unitaria, che rappresenta un ribaltamento di prospettiva e valorizza la dimensione anti-egemonica delle culture minori.

Il ricorrere di temi come l’orfanità, la malattia e la morte, e all’opposto l’esaltazione dell’operosità e del lavoro, delle grandi conquiste ingegneristiche del primo Novecento e delle grandi opere quali i trafori ferroviari, il canale di Suez, il varo di grandi piroscafi, inseriscono la produzione letteraria femminile all’interno del positivismo che vede la vita sociale proiettata su una scala crescente di progresso infinito, di cui le donne custodiscono le grandi soglie simboliche, quelle della vita e della morte.

Infine, la ricerca evidenzia statisticamente come all’innalzamento della scolarizzazione femminile segua un parallelo innalzamento del grado scolastico delle opere scolastiche che le donne hanno prodotto, ovvero i libri di testo scritti da donne per la scuola unitaria sono solo sillabari e libri di compimento, antologie e libri di lettura e di premio rivolti alla scuola elementare, e solo alle soglie del Novecento raggiungono il pubblico scolastico dei ginnasi e licei con opere complete e accurate anche dal punto di vista filologico, come quelle di Anna Evangelisti e delle prime laureate dell’Università di Bologna, presenti nell’Archivio storico Zanichelli.

Nelle antologie analizzate si evidenzia come all’interno dei generi canonici (favole, apologhi, racconti, poesie, lettere, ritratti), ci si rivolga alle studentesse con insegnamenti morali dedicati, quali esempi vite di donne importanti e rappresentative come accadeva nei cosiddetti plutarchi. In questo modo i testi si rivelano, a sorpresa, più che antologie scolastiche, ancora modelli strutturalmente legati ai galatei ottocenteschi, almeno fino alla fine dell’Ottocento.

Un altro aspetto emerso è quello della complessità del soggetto della ricerca: le operaie della penna sono docenti, ma anche scrittrici, traduttrici, intellettuali, conferenziere, ispettrici, fondatrici di scuole, linguiste, esperte di folklore, oltre che madri, mogli, zie, donne dai profili  multitasking, che dimostrano di possedere una sorprendente molteplicità di ruoli all’interno di un ordine sostanzialmente immobile e classificatorio come quello del Positivismo, immettendo in esso infine una dimensione di problematicità e di dis-ordine.

Grazie a questo lavoro di rete le donne conquistano pian piano la scena pubblica, assumendo “senza rivoluzioni” e quasi in sordina il ruolo di conferenziere, finalmente fuori sia dai salotti sia dai nostri patriottici ma asfittici focolari domestici. È importante questa presa di parola, il viaggio per trasferimenti di lavoro, per partecipare a eventi e conferenze, in cui la presenza femminile e la fisicità della voce conquistano lo spazio pubblico molti anni prima del diritto di voto.

Ogni inizio d’anno finiva e iniziava con una conferenza, idem se qualche maestra moriva ed era ricordata. Ci sono innumerevoli conferenze che venivano auto stampate in piccole tipografie e sono una specie di prima pubblicistica letteraria femminile. Il regime fascista parlava di donne linguacciute nelle schedature delle arrestate, come ha rilevato Alba Piolanti nella sua ricerca sulle sovversive, ma dobbiamo ricordare l’imperativo del silenzio che ha accompagnato le donne dai refettori dei monasteri medievali ai comportamenti prescritti dai galatei ottocenteschi.

A sottolineare la dimensione europea del processo postunitario un elemento è decisivo nel processo di costruzione nazionale: la presenza femminile ebraica che assume peso e importanza come vera protagonista dell’editoria scolastica già dalle sue prime fasi. Dal 1870 al 1938 la produzione scolastica e di letteratura per l’infanzia è nelle mani di editori e scrittrici di cultura ebraica che sottolineano l’importanza dell’istruzione per ciascun membro della famiglia, non solo i figli maschi, e soprattutto introducono un elemento fondamentale nei manuali come la laicità, l’umorismo, e l’importanza di guardare alle letterature europee anche nelle scuole italiane.

Si fa strada inoltre una dimensione progettuale della maternità, che educatrici come Maria Montessori o la meno nota allieva carducciana Emma Tettoni sottolineano nelle loro conferenze, come un sapere necessario che non deve essere affidata al caso e all’ignoranza, o a un presunto destino naturale della donna, ma che va accompagnata da una vera e propria educazione scientifica, oggi diremmo a nozioni di educazione sessuale, progetto che per queste anticipatrici accompagna l’idea di nazione come co-costruzione collettiva.

Ma tornando alla dimensione del lavoro, tutte le nascenti associazioni professionali, come le Associazioni di maestri e maestre reclamano condizioni migliori dei salari, ne mettono in rilievo il problema, vivo ancor oggi, della disparità fra i salari maschili e femminili. Il binomio lavoro-denaro non era per niente scontato per le donne, anche a fine Ottocento: lavorare era disdicevole per una donna del ceto medio e ancora di più reclamare di essere pagate meglio.

Già alla fine del Settecento, Jane Austen collocava i personaggi dei suoi romanzi «lungo una scala finanziaria di precisione geometrica», dove una sostanziosa rendita o un buono o cattivo matrimonio potevano cambiare totalmente la vita di una donna della classe media, a cui non era ancora permesso «to make a living» (guadagnarsi la vita) come un uomo. Un secolo dopo Carolina Invernizio, nella sua conferenza Le operaie italiane, dopo aver accennato a quella che definisce «la storia del lavoro delle donne [che] è antica quanto il mondo», si sofferma a considerare come le statistiche ufficiali e la stessa Esposizione femminile Beatrice diano un «luminoso e splendido esempio» del lavoro delle donne italiane, così spesso osteggiato, e come la condizione della donna che lavora sia «intimamente collegata alla condizioni delle famiglie ed a quelle sociali ed economiche della Nazione». Nella stessa conferenza Invernizio ci porge la definizione di scrittrice: “operaia è colei che trae dal proprio lavoro, sia manuale che intellettuale, i mezzi per sostentarsi”. Anche in Friuli Luigia Codemo, amica e corrispondente di Caterina Percoto, nelle lettere parla di se stessa e dell’amica come di “noi umili operaie” e Onorata Grossi Mercanti, insegnante e scrittrice di manuali di storia si lamenta con Ida Baccini, direttrice di Cordelia, dei miseri compensi a tante sue ore di lavoro e di scrittura.

Ma la questione femminile non è solamente economica e sociale, è educativa e coinvolge la formazione dei cittadini del nascente Regno d’Italia. Diciamo che da una posizione antiegemonica le donne scrittrici hanno avuto in mano con la scrittura lo strumento per avanzare nello spazio pubblico e costruire la propria cittadinanza.

Loredana Magazzeni, Operaie della penna donne. Docenti e libri scolastici fra Ottocento e Novecento, Aracne 2019

 

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Loredana Magazzeni

Loredana Magazzeni vive a Bologna e si occupa di poesia e di critica letteraria militante. Ha co-curato varie antologie di poesia, fra cui Cuore di preda. Poesie contro la violenza sulle donne (CFR, 2012), Fil Rouge. Antologia di poesie sulle mestruazioni (CFR, 2016), Corporea. Il corpo nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese (Le Voci della Luna Poesia, 2009), La tesa fune rossa dell’amore. Madri e figlie nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese (La Vita Felice, 2015) e, appena uscita Matrilineare. Madri e figlie nella poesia italiana contemporanea, Milano, La Vita Felice, 2018. È da vent’anni nel Gruppo ‘98 Poesia e nella redazione della rivista Le Voci della Luna. Fa parte del Collettivo di traduzione WiT, Women in Translation, con cui ha curato l'antologia Audre Lorde. D'amore e di lotta. Poesie scelte, Firenze, Le Lettere, 2018.

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