I comunisti mangiano i bambini?

Nada Pesetti, 25 ottobre 2019

“Il treno dei bambini” che nel dopoguerra portò dal nostro Sud verso Nord tanti ragazzini per dare loro una mano. Così Amerigo parte da Napoli verso le famiglie ospitanti che il Pci ha predisposto. Trova agi, ma anche nuovi dialetti, sapori, nostalgia. Il bel libro di Viola Ardone.

Di Nada Pesetti
“Scarpa sana: un punto; scarpa bucata: perdo un punto. Senza scarpe: zero punti. Scarpe nuove: stella premio.”
Amerigo, sette anni, che non ha mai avuto scarpe nuove e porta quelle degli altri, che gli fanno male, fa un gioco: attribuisce un punteggio alle scarpe dei passanti e, arrivato a un monte punti, capita una cosa bella. Nella nuova terra che lo aspetta, l’Alta Italia, non potrà più fare il gioco: le scarpe buone le tengono tutti.
Il piccolo io narrante del romanzo di Viola Ardone, Il treno dei bambini, esce da un contesto storico autentico (quello che era stato già ricostruito nel bel documentario Pasta Nera di Alessandro Piva, 2011) ovvero il trasferimento solidale che nel secondo dopoguerra portò decine di migliaia di bambini dalle regioni meridionali in affido alle famiglie delle regioni rosse, un’iniziativa del PCI per rimarginare le miserie e le ferite della guerra sulla pelle dei più piccoli.
Così inizia l’avventura di Amerigo, che lo porta, in un piccolo romanzo di formazione, da scugnizzo napoletano che rinuncia alla scuola, a bambino emiliano che ama la matematica e il violino. Ma la trasformazione non è priva di perdite e di fratture.
Amerigo e l’amico Tommasino affrontano il distacco, il lungo viaggio in treno fino a quella terra in cui la propaganda anticomunista favoleggia mangino proprio i bambini, ecco perché se li vanno a prendere fino a Napoli. E, per quanto la mamma non l’abbia “mai venduto fino a mo” e non l’abbia ancora mandato in Russia, si vede che poi s’è decisa, dato che abbracci e coccole “non sono arte sua”. Ma Amerigo, rosso di capelli, “malupino e malerba” com’e, quando gli viene chiesto che cosa vuol fare, non esita: se gli danno “le scarpe tutte e due nuove (stella premio)” ci va “pure a piedi a casa dei comunisti, altro che treno.”
Intuisce che la dignità sempre sbandierata dalla comare Pachiochia non ha niente a che vedere con la solidarietà di Maddalena Criscuolo, che ha combattuto nelle quattro giornate e ora organizza i treni dei bambini, continuando la sua lotta testarda per “un mondo senza ultimi”.
Lo aspetta una parlata di altro suono, i nomi delle cose che cambiano e cambiano anche le cose, la neve che sembra ricotta e il calore di una famiglia, una casa coi salumi che pendono dalle travi e persino un vitellino cui viene dato il suo nome, ma, come predice Tommasino, loro ormai sono bambini divisi a metà, tra la famiglia di sopra e la famiglia di sotto, in bilico tra due mondi e tra due sfere di affetti. Imparare a vivere nel mondo di sopra implica dimenticare e tradire il mondo di sotto. Ritornare, come nella maggioranza dei casi si prevede, alla famiglia di origine, significa rinunciare alle scarpe, ai salumi, alla befana partigiana, alle carezze, al violino. Perché a Napoli ci si deve svegliare dal sogno e “il mare non serve a niente” e “col violino non si mangia”.
Amerigo, cui le scarpe nuove, ma inadatte, continueranno a fare sempre male, per tutta la vita adulta avverte e rifiuta di riconoscere il “sapore amaro” della solidarietà, e finirà di fare i conti con questa frattura solo decenni dopo, quando riuscirà a pacificarsi con la figura così scabra della madre, una ragazza di vent’anni che non aveva arte per chiacchiere e carezze.

Viola Ardone, Il treno dei bambini, Einaudi, 2019

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Nada Pesetti

fotografa e poeta, vive a Genova

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