Ghetto Gospel

Giulia Caminito 20 ottobre 2018

Le scrittrici e il “separatismo” del festival Inquiete fanno discutere. Sono un ghetto o i numeri forniti dalla rivista InGenere devono farci discutere dell’esclusione femminile da recensioni, festival, classifiche e classifica pur essendo le lettrici la maggioranza? Letterate Magazine apre la discussione.

Giulia Caminito

Si è concluso da poco Inquiete Festival di scrittrici a Roma nel quartiere Pigneto e già negli ultimi giorni era montata una polemica social. A cosa servono i festival di sole donne? Come le quote rosa, come i posti riservati sugli autobus, come le librerie tematiche, come tutto ciò che autocandida le donne a minoranza, donne che si escludono, si mettono a parte, si ghettizzano da sole.

Perdonate l’inciso, ma comunque il ghetto e l’autoghetto mi pare abbiano già di per sé valenza assai diversa e che non vada confusa. C’è infatti abisso tra chi si pone a parte e chi invece viene posto. Comunque…

Una polemica che in realtà accompagna il movimento femminista dal un bel po’, un dubbio che si è negli anni palesato spesso. Un ragionamento affatto peregrino e del tutto rispettabile, soprattutto se portato avanti da altre donne.

Detto questo varie cose però non tornano e c’è, credo, estremo bisogno di fare chiarezza.

Primo punto: sono o no i social d’opinione e di critica o per rendere costruttive certe argomentazioni non sono sufficienti?

Mio modesto parere, che quindi coinvolge anche il movimento del metoo e di quellavoltache: certo, i social possono fare cassa di risonanza di questi tempi e far emergere i numeri che nelle piazze si vedono sempre meno, sono piazze virtuali e molto più comode, ma come le vecchie piazze hanno bisogno di ragioni e ragionamenti seri e impegno che le muovano. I post facebook e i tweet abbandonati a se stessi nel mare magnum di tutte le vacche che sono nere, lasciano il tempo che trovano, esprimono il nostro – di tutti e tutte – bisogno di vanità e affermazione e muoiono giovani.

Non è quindi forse riduttivo, insoddisfacente e minimo pensare di parlare di un festival che ha coinvolto numerosissime autrici, e non solo, da tutta Italia con tre righe scritte sull’autobus o sul divanetto di casa?

Ma riprenderemo questo punto alla fine quando proveremo a tirare le somme.

Questione numero due: i dati. Al festival uno degli interventi più importanti è stato quello dell’Osservatorio su donne e uomini nell’editoria, che la rivista on line inGenere porta avanti da tempo, analizzando vari momenti della filiera del libro: dal Salone del libro al Premio Strega alle case editrici. Ma non solo, perché da tempo l’annosa questione interessa noi e anche soprattutto gli States, dove si fanno paragoni tra il numero delle scrittrici citate sui giornali, recensite, valutate, considerate e gli scrittori.

Non voglio tediarvi con le percentuali perché troverete in fondo a questo articolo ogni risorsa utile e chi l’ha prodotta, ma come giustamente InGenere ci fa notare, c’è poco da dire ai numeri, i numeri quelli sono. E non soltanto nel presente, ma anche e ancor peggio nel passato, per scrittrici che ci hanno preceduti e precedute e che in gran parte ora sono considerate mobilia da salotto, mentre i colleghi stanno sempre beatamente in libreria o nei programmi scolastici.

Non è essere noiose, non è essere ossessionate, non è essere lagnose, è la matematica: funziona che si calcolano delle cose e che poi si guardano i calcoli e si capisce cosa sta accadendo.

Quello che ancora sta accadendo, e che non dovrebbe essere problema di Inquiete o di InGenere o di Tuba, né mio, ma di tutti, i maschi per primi, è che c’è tuttora una sproporzione significativa e c’è anche nei festival, nei saloni del libro, nei premi, sui giornali.

E il tutto è ancora più rilevante se si pensa che le lettrici hanno superato i lettori dai tempi del fu e idem per le laureate.

In parità numerica la tensione alla maggioranza funziona così: se una parte del totale non riesce mai, e dico mai sul serio, a raggiungere tale maggioranza vuol dire che nel processo di creazione della suddetta maggioranza operano delle discriminazioni. Cioè non si è nelle stesse condizioni per diventare maggioritari pur potendo aspirare alla maggioranza nei numeri.

Avete mai visto cinque finaliste donne ai premi? Avete mai visto l’80 per cento degli incontri al Salone del libro condotti da donne, avete mai notato che ci sono più donne che uomini in classifica di vendita o sui giornali? La risposta è no, amici e amiche. Avete visto uomini negli stessi numeri di maggioranza? Sì.

Allora le questioni sono solo tre: o a chi grida al ghetto gospel non importa nulla di questa faccenda, non è roba sua e se ne disinteressa e quindi va bene, arrivederci e grazie, parleremo d’altro con voi; o si pensa che le donne siano meno brave, meno capaci, meno utili al dibattito letterario passato e presente ma non si ha il coraggio di ammetterlo e quindi comunque guardare al punto uno; oppure, ultima possibilità, si è infastiditi dai dati, li si trova ingiusti e si vorrebbe sovvertire la situazione, migliorarla, renderla diversa. In modo da non essere recensito, invitato, suggerito in quanto uomo, ma in quanto scrittore, per il proprio talento.

(Altra parentesi: non credo assolutamente che Inquiete abbia mai pensato di dire che le donne che scrivono lo fanno meglio degli uomini in ogni caso, ma a scanso di equivoci io alzo la mia bandiera dicendo che in Italia ci sono autori che io stimo e a cui mi riferisco, sono per me materia viva di confronto e sempre vorrò che vengano riconosciuti nel loro valore. Ho la mia lista che penso importi a nessuno, ma c’è, ed è cospicua.)

Bene, supponiamo di essere al punto tre in ogni ordine per questo articolo: fare qualcosa.

Non penso che nessun ingenuo creda che Inquiete, cioè un festival nato politicamente, ripeto politicamente, per denunciare queste differenze di trattamenti nel sistema editoriale, si possa considerare l’unico movimento che così si è mosso, da che il separatismo (e in questo caso neanche tale) ha fatto la sua comparsa come metodo di lotta femminile (e non solo). Quindi, lo hanno già fatto le donne di riferirsi tra donne per far presente che altrove non erano giustamente riconosciute e negli anni direi hanno anche grazie a questa metodologia conquistato dei diritti, non di secondo piano.

Tuttavia immaginiamo di essere qualcuno che comunque non ama lo status quo, ma non considera questo modo di operare rappresentativo e valido. Cioè non pensa che creare delle cose a tema “donne” sia una maniera opportuna per rompere questo meccanismo.

Io credo che sia legittimo, e credo che queste opinioni non vadano sottovalutate, perché arrivano da donne, studiose, letterate, giornaliste da tutto il mondo ed esprimono un punto di vista a me comprensibile. Conosco giornaliste che amo, le quali anche provocatoriamente da anni pubblicano articoli che si muovono su questa linea.

Nulla da dire su questo, dopo di che…

Sediamoci a un tavolo e con questi dati alla mano, quelli che dicono che siamo minoritarie in tutto, tutto quanto quello che riguarda i libri se non tra le acquirenti, e diciamoci cosa si può fare.

I vostri post e i vostri tweet pensate con onestà che saranno di qualche aiuto? I vostri like e le vostre faccette o dei vostri fittizi contatti saranno di qualche aiuto?

Quindi, partendo dal presupposto che quel festival è costato fatica e che a ognuna che ha partecipato è costato tempo, preparazione, dedizione e affetto, voi, uomini e donne dell’etere che siete proprio spiritosi a volte e un sacco sagaci, cosa proponete in alternativa? E non solo cosa proponete, ma cosa fate, farete.

Perché qui non si tratta del vecchio strumento della critica che si può esercitare senza essere coinvolti nell’oggetto criticato (critici che non sono artisti non sono scrittori non sono filosofi), perché quello strumento presuppone competenze e conoscenze che nessuno di noi nella stragrande maggioranza possiede più. Mettetevi l’anima in pace non siete coi vostri post virtuali i paladini di un universo critico e pensante se nella vita non fate nulla in merito e non avete competenze, capacità e volontà per portarlo avanti, due giorni dopo nessuno se ne ricorderà più e tante care cose.

Non si può sperare ovviamente che tutti siano d’accordo su un argomento come questo e anzi benvenuto chi non lo è, ma poi vista la circostanza che a mio avviso ha del paradossale del ridicolo e del drammatico (quella delle donne nel mondo delle lettere) mi pare opportuno fare il passo successivo. Utilizzare queste critiche, queste opinioni alternative per indicare percorsi possibili, può essere con un ciclo di incontri, può essere con delle interviste, può essere con degli articoli, può essere col volantinaggio, con l’incatenarsi ai pali della luce, può essere ciò che volete.

Io aspetto eh, tanto c’è tempo.

 

Per i dati, le interviste e gli approfondimenti: http://www.ingenere.it/dossier/donne-uomini-editoria-posizioni-uso-mercato

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Giulia Caminito

GIULIA CAMINITO è nata a Roma nel 1988 e si è laureata in Filosofia politica. Ha esordito con il romanzo "La Grande A" (Giunti 2016) che ha vinto il Premio Bagutta opera prima, il Premio Giuseppe Berto e il Premio Brancati giovani. Ha scritto inoltre il suo primo libro per bambini "La ballerina e il marinaio" (Orecchio Acerbo 2018) e il suo ultimo romanzo "Un giorno verrà" (Bompiani, 2019) con cui ha vinto il Premio Fiesole per la narrativa under 40. Nella vita lavora come editor e si occupa di narrativa italiana per la casa editrice Nutrimenti. È nella redazione di Letterate Magazine, il magazine online della Società Italiana delle Letterate e nella redazione del programma Tabula Rasa di Radio Onda Rossa. È la curatrice di un festival letterario che si tiene a Roma nelle scuole, Under - festival di nuove scritture. Ha portato i suoi laboratori di scrittura in librerie, biblioteche, scuole e carceri.

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