Il gioco del diventare una vera donna

di Maria Vittoria Vittori, 14 marzo 2017

 

Renato Guttuso e Ugo Attardi

 

«Giocare è uno stato d’animo, non è un’azione» si legge in Periferia, romanzo che Paola Masino pubblicò nel 1933 (a due anni di distanza dalle surreali prose di Decadenza della morte e di Monte Ignoso, storia di una scandalosa maternità) e che le valse non solo il secondo premio al Viareggio e l’apprezzamento, tra gli altri, d’un critico quale Berenson, che lo riteneva “un capolavoro”, ma anche i feroci attacchi dei critici di regime. Non è facile entrare in questo romanzo che finalmente torna in libreria nell’accuratissima edizione critica di Marinella Mascia Galateria, autrice di una densa introduzione, come non è facile, del resto, entrare nel mondo rappresentativo di Paola Masino, abitato da una tensione verso l’assoluto che trova pochi riscontri nella nostra letteratura, da una limpida e spregiudicata intelligenza che sa farsi tagliente, da un’espressività particolarissima che richiama le colate di lava, materia ardente cristallizzata in forme rigorose.

Ma è un’avventura che vale la pena affrontare – più che mai in questi tempi di passioni tristi e storie omogenee – come un emozionante gioco dell’immaginazione e dell’intelletto, e il gioco è il biglietto d’ingresso che ci allunga la scrittrice stessa per farci entrare nel suo romanzo, sulle orme del bambino Carlo,il più piccolo e il più sapiente dei protagonisti di Periferia, che giocando a guardie e ladri s’inoltra in un misterioso giardino ai margini del quartiere dove conosce un uomo dolcissimo e folle che porta sulle spalle Cleopatra,la sua scimmia immaginaria.

 

“Giocare mi riposa da tutto”

Giocare piaceva molto alla scrittrice, anche nella concretezza del quotidiano: nelle lettere ai familiari ci sono numerosi riferimenti ai tornei di bocce e alle partite di scopone con Pirandello e i Bartoletti nella quiete estiva di Castiglioncello, il suo buen retiro degli anni Trenta, alle sue puntate, negli anni Quaranta, al Casinò di Venezia – «giocare mi riposa di tutto, non penso più a niente» -, e infine alle lunghe partite a carte con gli amici. E che questa sua passione per le carte – francesi, napoletane, tarocchi – trasmessa ai suoi amici artisti abbia prodotto esiti di tutto rispetto, lo testimonia la mostra “I pittori del ‘900 e le carte da gioco”, visitabile fino al 30 Aprile a Palazzo Braschi di Roma, che espone una collezione di 352 pezzi realizzati, per lei, da nomi prestigiosi quali, tra gli altri, Burri, Campigli, Cocteau, Prampolini, Carrà, Guttuso.

Ma, a pensarci bene, non era un gioco anche quel suo gusto squisitamente teatrale per l’abbigliamento? Come la scelta di quel vestitino di flanella a quadretti da bonne fille per presentarsi, con il copione d’una tragedia sotto il braccio, a Pirandello; le mascherate infantili così saporitamente raccontate in Album di vestiti – l’inedito uscito nel 2015 da Elliot a cura di Mascia Galateria (v. Leggendaria, 113/2015); il lungo tralcio di edera «lavata e lucidata con un panno di lana» indossato per recarsi, insieme a Bontempelli, al ricevimento dell’Ambasciata italiana a Parigi; i numerosi cappelli progettati e indossati con il desiderio di ricrearsi, nella duplice accezione di divertirsi e di costruirsi quale nuovo personaggio di volta in volta romantico o tragico o anche beffardo.

Giocare vorrà dire, dunque, smemorarsi del presente, ma anche conservare accesa la scintilla immaginativa dell’infanzia, e cosa ancor più importante per una donna del suo tempo e della sua condizione, ch’era minacciata, se non dallo spettro della massaia, comunque dal ruolo della brava padrona di casa-vissuto con molto affanno nella casa di Venezia -, preservare la possibilità di rimanere creatura viva, pensante, immaginosa e modificabile anche a proprio piacimento.

 

Giochi di periferia che guardano al mondo

Dai giochi infantili è interamente attraversato Periferia, giochi che si snodano sempre diversi e sempre in sintonia con i luoghi e le trasformazioni di una natura rappresentata in modo intensamente lirico, attraverso lo sguardo di chi è capace di stupirsi. Ed è ai giochi che la scrittrice affida il compito di traghettare chi legge nell’interiorità dei piccoli protagonisti, nel loro vissuto, ma anche nei fantasmi interiori degli adulti che proprio nei bambini prendono corpo, e nell’ideologia e nei falsi miti di un’intera società.

Se nel gioco iniziale delle presentazioni, reso possibile dall’arrivo di Dich nel quartiere Pannosa ch’è teatro dell’azione, emergono la fiera bellicosità di Fulvia, la remissività di Lisa, l’atteggiamento protettivo di Fran nei confronti dei fratelli più piccoli, Ella e Carlo e il ruolo di vittima sacrificale di Armando, è nel gioco teatrale di Novembre, interamente svolto nel chiuso d’una stanza, che s’innesca una sequenza di rivelazioni non solo sui bambini – l’angoscia di Anna, il tormento di Fran – ma anche sui loro genitori, come il doppio volto del padre di Maria e Giovanni, stimato avvocato in società, spietato aguzzino in famiglia. E naturalmente il gioco si fa più complesso e insieme più significativo a Carnevale, quando grazie alle maschere, ognuno può rivelare finalmente le più nascoste ambizioni – come Fulvia, splendente e crudele regina -, i sogni più tradizionali -Lisa vestita da sposa – o può accentuare ciò che è veramente, un martire effettivo come Armando, che ostenta con orgoglio le cinque dita materne stampate sulla guancia, o un potenziale assassino come Luca, vestito da “avvelenatore”.

L’elemento più originale – in un contesto che rimanda a echi pirandelliani – e su cui vale la pena soffermarsi in quanto assume particolare importanza nel pensiero dell’autrice, è l’irruzione, nel gioco, di un evento fisiologico come le mestruazioni che, considerato culturalmente e socialmente quale ingresso nel ruolo di donna, vale a modificare la percezione di se stesse e della realtà. Ella – non un diminutivo, quanto piuttosto il nudo pronome femminile – si presenta senza alcun trucco di scena e avanza lentissima portando sotto il braccio un cuscino di seta fiorata; lo sistema sul bordo del marciapiede, si siede. Nel silenzio carico di stupore le sue parole suonano perentorie e quasi irreali: «Non sto facendo nessuna maschera, prego. Sono una donna, una vera donna. Da oggi comincio ad aspettare un marito». Sollecitata dalla presenza di Anna che le si è messa vicino e, avvolta in fronde d’alloro, gioca a fare la foresta, sentenzia: «Anna, io lo so perché tu credi proprio di essere una foresta in questo momento. Perchè non sai neppure di essere te, non sai che cosa sei. Allora puoi essere quello che vuoi». E alla replica della sua amica di essere «una cosa viva», ribatte, orgogliosa: «Anche io ero soltanto una cosa viva fino a stamani. Vuol dire che non capivo nulla. Ora invece sono una donna. Non te lo immagini neppure che cosa vuol dire essere donna».

Un dialogo teso e paradossale che provoca una strana sensazione: è come se, forte di un’infanzia indomita e immaginosa ancora viva dentro di lei, la scrittrice avesse dato corpo, nella figura di Ella, a quell’assioma che sarà codificato a distanza di anni dalla sua coetanea Simone de Beauvoir «Donna non si nasce, lo si diventa». E come non pensare, allora, a quella fanciulla destinata a diventar donna, e dunque massaia, ch’era paradossalmente creatura viva e libera finché viveva dentro un baule?

La rivelazione della profonda ambivalenza racchiusa nell’espressione “diventare donna” avrà l’aspetto di Romana, la mamma di Dich, l’unica adulta di cui i bambini possano fidarsi: «Romana aveva le calze e le sottane corte, un fiocco tra i capelli, scarpette senza tacco, una bambola in mano e un dito in bocca, proprio come una bambina piccola». Ed è nel preciso momento in cui la vede che Ella intuisce, con la bruciante sensazione d’uno schiaffo, che non è irrevocabile destino della donna sacrificare la propria libertà d’immaginarsi e volersi diversa, il proprio desiderio di giocare: è sua madre che la vuole così, sua madre – ora Ella la vede al di fuori dei ruoli, con infallibile chiarezza – ch’è prigioniera di un matrimonio infelice, di una relazione clandestina e di una maternità che non sa trasmettere né gioia né fiducia.

Appare evidente che la visione della maternità, della famiglia e dei bambini che emerge da questo romanzo, espressa per di più in uno stile assolutamente nuovo, di tagliente e impietosa limpidezza, è quanto di più lontano si possa immaginare dalla mistica familiare confezionata e propagandata dal regime, nell’anno XI dell’Era Fascista. Difficile dar torto all’infiammato sdegno del camerata Leandro Gellona – applaudito da Mussolini – che si interroga fremente su come si possano rappresentare bambini così al di fuori dell’Opera Nazionale Balilla: i piccoli protagonisti di Periferia sono indiscutibilmente portatori di sovversione e d’anarchia per il semplice fatto d’essere liberi e di giocare in libertà; nessuna bambina sogna il matrimonio ad eccezione di Lisa alla cui apparizione in lezioso abito da sposa Nena sbotta in un brutale quanto definitivo “troiaio”; le mamme, ben lontane dall’iconografia ONMIcomprensiva, sono infelici e nevrotiche, se non aggressive e violente, come la mamma di Armando; i padri sono deboli, come il padre di Anna, oppure patologicamente avari e ossessivi, come il padre di Maria e Giovanni.

Luminosa eccezione, Romana, l’unica capace di mescolarsi ai giochi dei bambini con assoluta convinzione, che non a caso viene presentata senza un partner al suo fianco, sola e libera. Di fronte alla meravigliata domanda delle vecchie signore benpensanti se quei bambini di cui si circonda siano tutti i suoi, risponde con un sorriso «Questo non è che un principio»:

e mi piace immaginare che questa battuta, per quanto casuale, possa suonare come una prefigurazione del più celebre ce n’est pas qu’ un debut che segnò il Sessantotto francese.

Una bella rivoluzione quella di Romana, ancor più bella perché investe la dimensione privata del vivere. E non si può dimenticare, a proposito di rivoluzione, l’epilogo del romanzo che vede protagonista Nena, la bambina più ribelle. Siamo alla fine di settembre, i suoi amici sono ancora in vacanza e lei, girando da sola, si ritrova in una piccola valle appena al di fuori del quartiere, un territorio ch’è stato appena invaso da camion e operai, in una logica di sviluppo urbanistico del tutto aliena ai bambini. Rimasta sola, nello scenario d’un tramonto apocalittico, Nena dà vita a un balletto sfrenato e selvaggio, mescolando e disperdendo i materiali da costruzione, demolendo quanto è stato già fatto. Un gesto che chiude definitivamente i giochi d’infanzia aprendo nuove prospettive e dunque l’attualità di questo romanzo risiede non soltanto nella spietata critica delle convenzioni morali e sociali condotta attraverso il gioco e nella creazione dell’inedita figura di Romana, ma anche in questo finale, che mentre sembra rifiutare la logica del nuovo, guarda molto più lontano.

Paola Masino,

FONTE: Leggendaria n.121

Periferiaed. critica di Mascia Galateria, Oedipus, Napoli 2016, pagine 416 pagine, 16 euro

 Album di vestitia cura di Mascia Galateria Elliot, Roma 2015, 280 pagine, 19,50 euro

Nascita e morte  della massaia, ISBN edizioni Milano 2009, 297 pagine, 14 euro

 I pittori del ’900 e le carte da gioco. La collezione di Paola Masino, Mostra Museo di Roma

Palazzo Braschi Fino al 30 aprile 2017

 

Ricordiamo che l’abbonamento a Leggendaria + quota Sil 2017

a 80 euro,

è valida SOLO fino al 31 marzo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Maria Vittoria Vittori

Giornalista e critica letteraria, ha collaborato con Noi Donne, Avvenimenti, Wimbledon, Liberazione. Attualmente scrive su Leggendaria, l'Indice dei Libri, Il Mattino, Circo. Fa parte della SIL, Società Italiana delle Letterate, e del comitato di redazione di Leggendaria.

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