La resilienza delle donne

Dorothy Allison sarà a Mantova e a Bologna in questi giorni. È autrice del celebre romanzo La bastarda della Carolina, in cui racconta le violenze subite da una dodicenne da parte del patrigno e, malgrado tutto, la rete di amore di madre e nonna. Esce ora in Italia un suo memoir che svela la genesi di quel romanzo e il percorso salvifico attraverso la scrittura

Di Maristella Lippolis

 

 

In questa prima settimana di settembre la scrittrice statunitense Dorothy Allison è ospite del Festivaletteratura di Mantova e dell’Associazione Orlando di Bologna, per raccontare i suoi due libri tradotti in Italia e pubblicati nel 2018 e nel 2019: La bastarda della Carolina e Due o tre cose che so di sicuro.

Il primo è un romanzo, il secondo un memoir che svela la genesi del romanzo, da quale esperienza è maturata la scrittura e il rapporto tra quella storia e la vita della scrittrice; in poche parole, quanto ci sia di autobiografico in un romanzo salutato dalla critica (ormai più di vent’anni fa) come frutto dell’eredità della grande tradizione narrativa “sudista”, ma anche punta di diamante del white trash. Si tratta della storia di Bone, una ragazzina di dodici anni che si racconta in prima persona: dodici anni vissuti con una madre abbandonata dal marito, che ha dovuto difendere con le unghie la propria povera vita fatta di lavoro, fatica, errori e uomini sbagliati. L’ultimo di questi, quello che le aveva promesso amore e felicità, usa sistematicamente ogni tipo di violenza sulla piccola Bone, fino al momento in cui la zia non si accorge di quello che accade e riesce a interrompere la catena di orrori.

E’ una lettura ipnotica e disturbante, che non risparmia niente a chi legge: un mondo crudele dove i legami familiari e la resilienza delle donne hanno in qualche modo la meglio sulla brutalità maschile, sulle botte e sugli stupri, se pure a costo di prezzi altissimi. La scrittrice ci racconta di questo mondo popolato da donne, che conosce bene perché è il suo, dove una ragazzina fragile e ribelle, vinta ma non rassegnata, sogna di uccidere l’uomo che le sta rovinando la vita. E noi staremmo volentieri dalla sua parte, ma le cose non vanno così. Non esattamente così. “Zia Raylene aveva ragione. Non capivo niente. Ma non volevo capire. Guardare mamma mi faceva male quasi quanto non vederla”.

Nella postfazione all’edizione italiana Dorothy Allison ci conduce dentro le ragioni della sua scrittura.  “Ecco quale doveva essere lo scopo del mio romanzo: raccontare una storia che avrebbe dato un senso a ciò che un senso non aveva, raccontarla in modo chiaro, così che chiunque avrebbe potuto dire questa è la mia storia. (…) Ho scelto di scrivere una storia inventata, non un libro di memorie, non il resoconto della mia esperienza personale. Ho inventato con amore una creatura, per combattere contro il ricordo della mia impotenza e della mia rabbia. (…) Se una storia è una bugia ben raccontata, era proprio di quello che avevo bisogno. Non era necessario mettere mia madre alla gogna ed esporla al ridicolo”.

Qualche anno dopo Allison scrive Due o tre cose che so di sicuro, tradotto da Sara Bilotti: questa volta si tratta di un memoir in cui racconta il percorso di riscatto che l’ha portata a scrivere il romanzo, e il rapporto stretto tra autobiografia e scrittura che lo aveva sorretto. Una lettura forse più dolorosa di quella precedente, ma anche più liberatoria, perché svela con limpidezza tutto il lavoro che la scrittrice ha compiuto su sé stessa anche attraverso la scrittura e l’amore per un’altra donna, per portare a galla quel dolore, trasformandolo e impastandolo dentro il proseguire della vita.  “Ci sono due o tre cose che so di sicuro, e una di queste è che preferirei camminare nuda piuttosto che indossare il mantello che il mondo ha creato per me”.

 

Dorothy Allison, La bastarda della Carolina, traduzione di Sara Bilotti, minimum fax 2018, 400 pagine, 18 euro

Dorothy Allison, Due o tre cose che so di sicuro, traduzione di Sara Bilotti, minimum fax 2019, 92 pagine, 12 euro

 

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Maristella Lippolis

Maristella Lippolis ha esordito nella narrativa pubblicando racconti sulla rivista Tuttestorie. Nel 1999, con la raccolta di racconti La storia di un'altra, ha vinto il Premio Piero Chiara. Seguono i romanzi Il tempo dell'isola, Ed. Tracce 2014; Adele né bella né brutta, Piemme, finalista al Premio Stresa 2008; Una furtiva lacrima, Piemme 2013; Raccontami tu, L'Iguana, Editrice 2017; Non ci salveranno i Melograni, Ianieri Edizioni 2018. Collabora con la rivista Leggendaria, con il Letterate Magazine, con il Magfest (Festival di donne nel teatro). Organizza laboratori di scrittura creativa e autobiografica. Di origine ligure, vive a Pescara.

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