Maschi feroci in gabbia

Grazia Longoni, 21 luglio 2019

Gli stereotipi con cui si costruisce la virilità nel romanzo di Francesco Piccolo “L’animale che mi porto dentro”. Un testo coraggioso, che ha fatto discutere, che non a tutti piace. Abbiamo intervistato l’autore che ammette: è difficile combattere quando sei in posizione di dominio

Francesco Piccolo, sceneggiatore e scrittore (ha vinto anche il premio Strega 2014) qualche mese fa ha scritto L’animale che mi porto dentro, un coraggioso e a tratti duro romanzo in cui il protagonista – attraverso i ricordi di infanzia, i film visti (Malizia su tutti), le letture come ad esempio la vicenda amorosa di Sandokan con Marianna – racconta i modi in cui si è costruita la sua mascolinità. A tratti violenta e feroce, come quella di suo padre. Piccolo è scrittore sensibile agli stereotipi come mostrava anche il romanzo La separazione del maschio, del 2008.
L’intervista di Grazia Longoni a Piccolo nasce in occasione dell’incontro, a inizio estate alla Casa delle donne di Milano, sul numero 134 di Leggendaria dedicato alla rabbia maschile verso le donne a cui ha partecipato, oltre a Grazia stessa, anche Silvia Neonato e l’associazione Maschile Plurale.

Di Grazia Longoni

Che cosa ha pensato quando ha deciso di scrivere questo libro, che effetto pensava che facesse su uomini e donne e che effetto fa visto che ora che il libro viene presentato?

Non penso mai all’effetto che può provocare un mio libro. Non per ingenuità ma per tutelare quello che sto scrivendo, perché temo che questo potrebbe pilotarmi. È una cosa che faccio sempre, non solo quando scrivo un libro problematico come questo. Invece quello su cui mi sono molto concentrato è scrivere il libro che volevo scrivere.
Le risposte che ricevo sono molto varie. E’ un libro che le donne amano e detestano, come del resto gli uomini. Può essere detestato perché è un po’… disturbante, ma poi può essere amato perché ci si affida all’idea che dice una verità, cerca di prendersi il coraggio e il carico di dire che cosa c’è dentro l’uomo, dentro il maschio. All’inizio ho messo la frase di Simone De Beauvoir tratta da Il secondo sesso: “Un uomo non si metterebbe mai a scrivere un libro sulla situazione particolare di essere maschio”. Ed è quello che invece io ho cercato di fare.

Perché è così difficile, così raro che gli uomini parlino di sé?

Perché è faticoso avere a che fare con se stessi, è faticoso avere a che fare con questa parte di cui man mano che le generazioni passano ci si vergogna sempre di più, si tenta di eliminarla ma non ci si riesce. Perché questo stereotipo dentro il quale si cresce è uno stereotipo che ti accompagna, con cui lotti ma che non riesci a sconfiggere. E questo fa male, fa vergognare, ci si vuole riscattare, lo si vuole ignorare…
Tutti questi sono i motivi per cui ho scritto il libro, e anche perché fino a quel momento avevo cercato di difendermi: di difendermi dallo sguardo degli altri.

C’è un vantaggio per gli uomini nel difendere questa parte di sé, c’è un vantaggio nel mantenere una posizione di potere?

Io penso di sì. Penso che questa difesa abbia una grossa percentuale di sincerità, cioè non è strategica o non è solo strategica. E’ anche sincera. Credo che gli uomini combattano contro questa condizione, questa bestialità, però istintivamente anelano alle posizioni di potere come una delle caratteristiche di questa bestialità e quindi cercano di ignorare, prima con se stessi e poi con gli altri, questa parte più feroce. E cercano di combatterla seriamente, credo che questo libro sia anche una dichiarazione di sofferenza per come si è, perché gli uomini questa sofferenza non la dichiarano mai.

Lei dice che il maschio cresce con un tremendo condizionamento esterno che lo spinge a essere un maschio di un certo tipo. Però anche noi donne cresciamo con uno stereotipo tremendo, fin da piccole anche noi dobbiamo dimostrare di essere bambine, ragazze e femmine di un certo tipo. Però le donne, da oltre un secolo, stanno cercando di fare della lotta a questo stereotipo un discorso pubblico e collettivo. Perché i maschi, pur dicendo come lei scrive che patiscono questo condizionamento, non fanno nulla di collettivo?

Perché partono da una posizione di vantaggio, di dominio e di privilegio e quindi è difficile combattere contro questa posizione di vantaggio, dominio e privilegio. Penso che questa sia la sostanza del perché non hanno la forza di combattere. E’ difficile combattere da vincenti, è difficile mettere in gioco il titolo che si ha. Se ho il titolo me lo tengo, istintivamente me lo tengo.

Però c’è una contraddizione, perché, se la violenza del maschio è interna, quasi archetipica, d’altra parte abbiamo alle spalle una cultura in cui gli uomini tentano di stabilire regole civili che contemplano anche il rispetto per la libertà delle donne. Secondo lei, è possibile costruire una maschilità diversa, non aggressiva, che sia accettata culturalmente, dai maschi ma anche dalle donne? Perché anche per le donne si può fare il discorso su qual è la maschilità che vogliono in un uomo…

Io penso che non solo si possa, ma si deve e si può. Il problema è che è davvero una lotta e questa lotta dà dei risultati molto più scarsi di quello che si crede. Gli uomini vogliono essere diversi, vogliono cambiare. Io in quanto uomo ho deciso a tredici anni, ho detto a me stesso ‘Io non voglio essere quel maschio lì’ e però a cinquant’anni ho scritto un libro per raccontare quante volte ancora sono quel maschio lì. E’ veramente una lotta ed è una lotta molto difficile da vincere. Penso che sia una lotta che ha un segno positivo, ma questo segno positivo è molto minore rispetto alle energie che si mettono in campo e ai risultati che si ottengono. Il maschio dice, io vivrò questa vita distanziandomi da quel modello, ma poi si vede che ci si è distanziati molto poco.

Perché non riuscite a farla insieme questa battaglia?

Perché invece proprio la collettività, la società è ancora ancorata a quel maschio lì: se c’è un luogo dove quel maschio bestiale esiste sta nella collettività, non nell’individuo. Penso che l’individuo maschio faccia di tutto per allontanarsi da quell’isola, ma quando i maschi stanno insieme si sentono su quell’isola: temo dunque che provare a costituirsi come collettività per cambiare significa costituirsi nel modo in cui di solito si è peggiori.

L’associazione Maschile Plurale è composta da uomini che da anni fanno questo lavoro insieme e vanno anche nelle scuole. Loro stessi riconoscono di essere pochi e minoritari. Però è, come dire, una fiammella piccola, un’esperienza ricca non si riesce però ad allargare.

I motivi credo stiano in quello che ho detto. Ma io per ora come maschio, e credo sia quello che il libro cerca di raccontare, preferisco stare dalla parte degli accusati, penso sia più giusto e più sensato. E’ ovvio che io mi sento molto diverso da uno stalker, da un molestatore, da una persona violenta, seriamente violenta. Ma se riconosco una mia radice in quel maschio lì, per rigenerarmi preferisco lavorare su me stesso da imputato, perché secondo me è lì che capisco un po’ meglio che cos’è questa maschilità bestiale.

Le cronache ci parlano spesso della violenza fisica dei maschi contro le donne e dei femminicidi. C’è in questo periodo, a suo parere, una rivalsa maschile nei confronti delle conquiste delle donne?

E’ anche un momento in cui il modello virile ricompare nella politica. Penso che, al di là di alcune degenerazioni, questo leader virile non sia solo di destra o fascista. È un’epoca di potere virile in politica e questo è uno degli elementi che rende più difficili i cambiamenti maschili.

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Grazia Longoni

Grazia Longoni ha iniziato il lavoro di giornalista negli anni Settanta al Quotidiano dei Lavoratori, passando poi al settimanale Il Mondo (Rcs Periodici) e successivamente a Io Donna-Corriere della Sera, dove ha svolto il ruolo di caporedattrice centrale. Ha partecipato al movimento delle donne dalla metà degli anni Settanta. Da circa sei anni collabora con la Casa delle Donne di Milano come Ufficio Stampa. E’ sposata con Giorgio, ha una figlia e tre nipoti. Vive a Milano.

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