In lotta contro la normalità

Angelica De Palo, 8 luglio 2019

Antonia Ferrante rintraccia nell’universo Lgbtq* due movimenti discordanti che si vedono anche in tv: l’irruzione di personaggi fuori dallo schema bianchezza-bellezza-etero e al contempo i singoli individui e le performance dei generi vengono trascinate verso la normalizzazione.

Angelica De Palo

 

Pelle Queer Maschere Straight di Antonia Anna Ferrante, da poco uscito per Mimesis nella collana DeGenere, vuole porsi come uno studio sociale in prospettiva transnazionale, ovvero come una pratica radicale e collettiva, per ri-conoscere storie di vita e di affetti alternative a quella del mainstream, che tracciano intersezioni tra genere, razza e sessualità.

A cominciare dal titolo, il testo circoscrive l’universo tetragono (in senso geometrico e non figurato) in cui il soggetto/oggetto corpo mette in scena la narrazione della sua personale verità, della sua etica e dei valori che non possono e soprattutto non vogliono essere universali.

Il primo angolo, ovvero la Pelle, quella biologica, è quello meno abitato, dominato ormai di continuo da un caso che più che essere cieco, in-cosciente quindi, sembra accanirsi nell’errore.

Il secondo corner, il Queer, viceversa, è quello più affollato, riempito ma mai esaurito da moltitudini e modalità collettive di resistenza ai discorsi e alle tecnologie di (ri)produzione della normalità. O almeno, così ama narrare in maniera liquida di sé stesso, evitando qualsiasi definizione stringente e normativa — come il diavolo evita l’acqua santa.

Nel terzo cantone, a fronteggiare, sfidare e ricoprire (by definition) la Pelle, stanno le Maschere.  Indossate come rivendicazione di libertà, come provocazione per l’ordine della società, come ri-creazione a tutte le ore del giorno e della notte. Pervasive, queste Maschere, di ogni azione e pensiero.

Pelle, Maschere e Queer sono dunque tre angoli in mezzo ai quali tutt* coloro che lottano contro la normalità e la normalizzazione (ovvero persone LGBT*QNBIAA+…etc…) vivono, in moto perpetuo tra identità fluide e programmaticamente inafferrabili. Peccato, però, che questa arena abbia un quarto gomito, una piegatura densa e pesante che trascina subdolamente ma inesorabilmente verso di sé: è il quarto cantone, lo Straight.

Leggendo il testo di Antonia Ferrante, ho attribuito a questo angolo il potere di smontare il titolo stesso dell’opera: parole che potrebbero lasciarsi leggere a due a due (Pelle e Queer, Maschere e Straight) in maniera ordinata, schizzano ai quattro cantoni di uno spazio non euclideo, spezzando qualsiasi linea retta immaginaria che potrebbe congiungerle.

Lo Straight è dritto, dominante, e-retto. Per etimologia e natura sembrerebbe inflessibile. Tuttavia mostra ambigue proprietà elastiche: si modifica e deforma fino a inglobare i moltissimi e perenni tentativi di ribellione ad esso, fino a riallineare — come per magia — le inclinazioni più ricurve. Questa riflessione germoglia tra le righe del testo non appena l’autrice si chiede e ci chiede: “Che cosa c’è di eccentrico negli affetti dopo la conquista del diritto al matrimonio egualitario?”

E fiorisce, la riflessione, nell’analisi critica di alcune serie TV appartenenti al cosiddetto mainstream  in cui Ferrante rintraccia due movimenti discordanti: da una parte l’irruzione di personaggi fuori dallo schema bianchezza-bellezza-eterosessualità, dall’altra il trascinamento di peso delle singolarità degli individui e delle performance dei generi verso la normalizzazione.

Come esempio principe della traiettoria di assimilazione allo Straight, ovvero alla potenza del quarto cantone di risucchiare e modellare come il baccello alieno nel film l’Invasione degli Ultracorpi, viene citato il trono gay, della famigerata trasmissione Uomini e Donne. La sfida per i malcapitati è quella, assai prosaica in fondo, di mostrarsi il più possibile uguali a tutte le altre persone, normali, tranquillizzanti per il pubblico mainstream; camminando così, ancora una volta, dietro al passo felpato di un gattopardo italiano che ci insegna come occorra cambiare tutto per non cambiare niente.

Un’altra serie TV analizzata è la celeberrima Orange is the new black. In questo caso il panopticon del carcere femminile che rinchiude le protagoniste permette a Ferrante “di interrogare le infinite sfumature dei generi e del sesso” per cercare pratiche che svelino la divergenza dai desideri normati. Tuttavia, nella luce artefatta e impietosa della prigione, il genere si mostra in tutta la sua violenza di tecnologia sociale che  struttura il carcere e da cui, a sua volta, viene strutturato in una sorta di incestuosa reciprocità.

L’analisi tocca poi il reality competition RuPaul’s Drag Race. In questo caso l’autrice rintraccia la modernità neoliberista nel format stesso del programma: il talent show che ratifica la vittoria del singolo sugli altri e sottolinea simbolicamente l’idea di annientamento della concorrenza come nell’ideologia di mercato. Anche la sottocultura drag, alla fine, soccombe al linguaggio televisivo omonormativo, e slitta verso il denso e spesso quarto angolo.

Un discorso a parte merita Transparent, serie televisiva ispirata dall’esperienza autobiografica della regista stessa, che racconta il coming out of the closet di un padre di famiglia, ebreo rispettabile e professore emerito, come donna trans. Commedia amara, ci dice Ferrante, per la struggente malinconia che colora il fallimento di questa famiglia come progetto eteronormativo, ma che si addolcisce in ogni puntata per l’affetto che comunque resta a legare tutti i componenti.

Ma proprio l’affetto e l’attaccamento, la premura  e il supporto, il soccorso e la cura possono rifondare parentele non costruite su legami di sangue e relazioni non procreative. Parentele radicali, quindi, che riescano a liberarsi dai vincoli delle famiglie tradizionali e permettano però di continuare a tessere legami, in questo rispondendo alla domanda posta dall’autrice:“Esiste ancora spazio per praticare affetti in modo destabilizzante, ma pur sempre affidabile?”

Transparent permette infine un’osservazione cruciale proprio sulla trasparenza stessa che è diventata egemonica dopo l’esplosione di soggetti queer sullo schermo televisivo. L’osservazione riguarda il desiderio di opacità, anzi forse proprio un diritto a questo punto, che nasce per reazione a un regime di visibilità a ogni costo, opacità che però salvi (ma in che modo?) il farsi presenza pur rendendosi inaccessibili allo sguardo.

Un dubbio resta, forse, alla fine della lettura di questo saggio gravido di questioni su cui riflettere: che il prezzo da pagare per ogni soggetto tenuto ai margini che pretende riconoscimento dal sistema che l’ha escluso sia sempre quello che gli costa un pezzo fondamentale dell’anima.

Il mantenimento di un punto di vista eccentrico, e quindi capace di visione critica, di istanze decostruttive-creative, è ancora possibile dentro lo spazio normato da quelle sigle (LGBT*QI…etc) che sanciscono uno spazio assegnato a ciascuno?

Una resistenza queer è possibile, dunque, solo restando sul/nel margine?

 

Antonia Anna Ferrante, Pelle queer maschere straight. Il regime di visibilità omonormativo oltre la televisione, Mimesis 2019, pp. 163, illustrato, euro 18,00

 

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Angelica De Palo

Angelica De Palo, dopo studi classici, si è laureata in Astronomia a Bologna e per alcuni anni ha proseguito il lavoro di ricerca iniziato con la tesi. Successivamente si è occupata di tecnologie informatiche, di progettazione software e di formazione in ambito tecnico. Negli ultimi anni ha fornito consulenza scientifica per uno spettacolo teatrale e tenuto letture pubbliche di astronomia. Appassionata da sempre di letteratura e scrittura, è convinta che la cultura umanistica non debba essere mai disgiunta da quella scientifica e viceversa. Con lo pseudonimo di Vanessa West ha pubblicato alcuni racconti di fantascienza in antologie, il romanzo "Venere Vendicami" e il saggio-romanzo "Lesbismo & meccanica quantistica", testo che sfugge, in realtà, a una classificazione standard. Attualmente è docente di matematica nelle scuole superiori e continua a scrivere.

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