Una femminista radicale

In un momento nel quale i corpi sembrano suscitare soprattutto sentimenti di paura e il linguaggio in cui siamo immersi subisce quotidiane corruzioni, il nuovo libro di Maria Luisa Boccia (Le parole e i corpi. Scritti femministi) lo interpreto come un appello: non ci sarà nuova e buona politica se donne e uomini non sapranno ripartire proprio dai corpi – dal proprio e da quello degli altri/altre – leggendovi la differenza dei sessi senza negare o rimuovere altre differenze. Ancorando all’esperienza delle relazioni umane incarnate nei corpi sessuati le parole che possono dare senso al vivere, all’agire, al pensare, al fare mondo.
Tanto più questo appello assume rilevanza politica di fronte alle posizioni di una destra globale – e nazionale – che fa proprio, sui temi della famiglia, della riproduzione e delle identità sessuali, il risentimento oscuro e reazionario di una sorta di vendetta maschile contro la libertà delle donne. E quindi contro la libertà di tutti.
Gli “scritti femministi” di Maria Luisa coprono un arco temporale di circa un ventennio (dal 2000 al 2018), e sono un documento molto originale della biografia dell’autrice e un contributo analitico da un punto di vista radicale sulla vicenda della sinistra e del femminismo in Italia e non solo.
Boccia è stata esponente di primo piano del Pci, studiosa di filosofia politica, protagonista nel femminismo della differenza che ha visto in Francia e in Italia gli sviluppi più originali.
I saggi raccolti nel libro parlano di questo percorso. Si fanno i conti con Marx, e con la sua “rivoluzione” di cui viene sottolineato soprattutto il valore simbolico, oltre gli equivoci scientisti e dogmatici che hanno tanto appesantito e travisato anche tragicamente il suo lascito. Il discorso teorico ha riferimenti forti nel pensiero di alcune donne: Carla Lonzi prima di tutto, e poi Simone Weil, Hannah Arendt. Ma la critica di Maria Luisa ai limiti dell’universalismo astratto e di matrice maschile (per lo più inconsapevole) che ha segnato anche la cultura del movimento operaio si svolge pure sul terreno delle relazioni politiche e personali molto intense, e il fitto dialogo intercorso con alcuni uomini nella storia del Pci e della sua fine traumatica dopo l’89: Pietro Ingrao e Mario Tronti. Con quest’ultimo, in particolar modo, non sono mancati anche contrasti sulla lettura proprio del pensiero e della pratica del femminismo. Segnalo di questa densa prima parte del testo il capitolo su “Pratiche politiche e forma partito”, che si colloca al centro un po’ come spartiacque tra una riflessione sulle “radici” della politica e gli interventi che entrano di più nel vivo di una discussione che attraversa e in parte divide – anche acutamente – lo stesso ambito attuale del femminismo.
Qui l’autrice, citando le osservazioni di Gramsci sui nessi necessari ma contraddittori tra “passione” e razionale “organizzazione collettiva”, indica il punto critico essenziale nel declino irrimediabile del ruolo dei partiti. Non c’è solo il venir meno, per quanto riguarda il Pci, dell’autonomia fondata sulla centralità della “classe” e l’emergere di una insufficiente comprensione del mutamento sociale che data dagli anni ’60, ma la crisi di quella forma della politica sta nel non aver colto nel concreto agire collettivo quel “di più che sfugge all’oggettivazione della scienza politica e delle tecniche di razionalizzazione dell’azione umana”. Un di più che riguarda la qualità e la forza simbolica delle relazioni tra le persone e i loro corpi sessuati, e che può essere la leva per impedire che il fattore organizzativo – indispensabile alla politica – diventi poi, come è successo, la causa principale dell’ottusità e del declino.
Qui sta la grande “scoperta” del femminismo, che ha scommesso “sulla possibilità di dare stabilità, continuità e, soprattutto, forma all’agire singolare e plurale. Senza costruire una organizzazione. Di più, senza creare una figura di Soggetto politico, in buona sostanza indipendente dagli uomini e dalle donne che lo costituiscono”.
Non aver saputo vedere, cogliere e tradurre questa invenzione del femminismo ha prodotto l’incapacità dei partiti di cambiare sul serio, e d’altra parte limita fortemente anche la realtà dei tanti movimenti “civili” e associativi che costituiscono ormai una alternativa di pratica politica.
Ma Boccia, nel contesto dello stesso ragionamento – datato 2005, è un intervento sulla rivista Critica Marxista– non si nasconde che “anche la pratica femminista, e la competenza politica acquisita sono in difficoltà. La differente politica delle donne – scrive – non è riuscita a incidere, al punto da divenire una politica di uomini e di donne”.
Una affermazione che resta attuale. E che in un certo senso introduce all’ultima parte del libro, che entra più nel merito del dibattito nel femminismo. Il discorso prende avvio dalla valorizzazione di un’altra invenzione femminista – a partire dal testo del “Gruppo del mercoledì” La cura del vivere (2011) – che ha operato, in una discussione che si arricchisce in tutto il mondo di numerosi contributi, una sorta di rovesciamento della “parola maledetta” cura,  da obbligo oblativo e destino subalterno per le donne a leva conflittuale per la trasformazione delle relazioni e del mondo, senza rimuovere il peso e la forza dei sentimenti che animano quel “lavoro” di riproduzione della vita tanto indispensabile quanto non visto e non riconosciuto dalle ideologie dominanti sull’economia e la società.
E’ il pensiero e lo sguardo radicale che manca anche a quella parte dei movimenti femminili che puntano alla presenza delle donne nelle istituzioni producendo una quantità – e anche responsabilità importanti: si pensi al governo Renzi, con Maria Elena Boschi alle riforme istituzionali, Roberta Pinotti alla difesa, mentre Anna Finocchiaro presiedeva la Commissione affari istituzionali – ma una quantità che alla fine produce un “addomesticamento”, una scomparsa della differenza femminile. E anche grandi delusioni della speranza che la sola presenza delle donne possa migliorare la politica e le istituzioni, visti i risultati proprio sul terreno del “cambiamento” costituzionale, e su molto altro.
E’ il nodo simbolico corpo-linguaggio (il “corpo pensante e il pensiero incarnato”) quello da aggredire. Nella premessa Boccia parla dell’obiettivo di interloquire con il “nuovo femminismo” emerso con l’esplosione del MeToo, e con il diffondersi globale del movimento Non una di meno. Realtà, sempre più articolate nei territori geografici e culturali, in cui è forte la presenza di giovani donne: da qui l’esigenza di un dialogo a cui si sente “chiamata” una donna della generazione femminista precedente. Ma c’è anche l’intento di discutere con le teorie che attorno all’identità e alla costruzione dei corpi, in polemica con l’eteronormatività prevalente, mettono sotto accusa il femminismo della differenza, attribuendogli un “essenzialismo” che l’autrice respinge. Affermare “questo mio corpo non sono io” è possibile proprio perché “la differenza sessuale si è spostata, divenendo sempre più significante in luogo di contenuto del discorso. Detto altrimenti, la differenza sessuale non può non aprirsi alle differenze plurali, al manifestarsi di soggetti con corpi e menti diversi”.
Meno esplicito è il riferimento a un conflitto aperto in seno allo stesso femminismo della differenza, per esempio su temi come la prostituzione e la maternità, in particolare sulla “gestazione per altri”. Dove le posizioni si radicalizzano tra punti di vista liberali e anche liberisti, e le proposte di un “proibizionismo” universale.
Maria Luisa su questo terreno sviluppa una analisi e una proposta chiara. Protagonista di una lunga e elaborata riflessione sulle nuove tecnologie riproduttive, e sul rischio che una concezione falsamente “neutra” della scienza e della tecnologia produca una “eclisse della madre”, con una rimozione del valore originario e costitutivo, per ognuno/a di noi, della dipendenza e della relazione, affronta nell’ultimo testo raccolto nel libro (Chi è madre?) il nodo della Gpa.
Un primo punto è la sottolineatura del ruolo primario delle donne in questa pratica. La maggioranza che vi ricorre è fatta di coppie etero, con una relazione essenziale tra la madre che non può partorire ma desidera un figlio, la gestante, l’eventuale donatrice dell’ovulo. Quindi la necessità di un attento ascolto delle loro voci.
In secondo luogo, se per l’autrice ai dilemmi aperti da questo scenario “la legge non è la risposta”, ma può solo favorire o ostacolare la maturazione di un punto di vista collettivo, tuttavia non rinuncia a avanzare soluzioni anche normative. Che indicano una direzione assai diversa sia dal divieto assoluto, sia dalla contrattualistica che obbliga la gestante a clausole incompatibili con una piena autodeterminazione. Per Boccia il principio che la donna “può e deve dare senso al suo atto” (vuole essere riconosciuta madre o no, può indicare il padre e la madre diversa da lei, o meno) implica che la procreatrice “può ripensarci, fino a dopo il parto”. Quali che siano le motivazioni che l’hanno portata a quella esperienza, può sempre dire: questo bambino o bambina lo voglio riconoscere come figlio o figlia. Non sarebbe questo il “disincentivo più potente allo sfruttamento e alla mercificazione”? Da qui potrebbero derivare altre norme contro eccessi di controllo e disciplinamento della gravidanza “per altri”.
L’ultima osservazione riguarda i lettori – maschi – di questo testo-appello, che mi auguro numerosi. Su tutto quest’arco di temi e problemi c’è stata negli ultimi decenni una presa di parola maschile, ma con un andamento altalenante. Certe reazioni al “modello” berlusconiano. Discussioni e anche “coraggiose” assunzioni di consapevolezza dopo l’ondata del MeToo. Tuttavia sulla critica ai nessi tra sessualità e potere c’è ancora troppa reticenza, ambiguità e afonia da parte maschile. Risuonano oggi più forti e sgradevoli le voci degli inguaribili – e pericolosi – nostalgici del patriarcato.

Maria Luisa Boccia, Le parole e i corpi. Scritti femministi, Ediesse, 2018

*L’articolo è già comparso sul sito on line DeA. Donne e altri. Ringraziamo l’autore per avercelo ceduto

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Alberto Leiss

Alberto Leiss ha lavorato all’Unità dal 1974 al 2000, e poi come free-lance. E’ stato direttore della Comunicazione del Comune di Genova e portavoce del presidente della Regione Liguria. Ha insegnato storia dei media all’Università e scritto libri sull’informazione, la politica, le trasformazioni di Genova. Ha sempre cercato di fare un giornalismo politico non completamente preda del giornalismo e della politica. Fa parte del Gruppo Maschile plurale ed è autore di diversi libri

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