Se sapessimo tessere il tempo

Laura Marzi, 15 giugno 2019

È capitato a chiunque abbia scovato in un cassetto le lettere d’amore dei propri genitori o di una qualsiasi altra coppia di sconosciuti o di parenti l’istinto irrefrenabile di leggere quelle confidenze, le dichiarazioni d’amore, di desiderio, di vedere come avessero risolto le schermaglie o come facessero ad affrontare la distanza. Questa nuova raccolta di lettere d’amore tra Virgina Woolf e Vita Sackville-West edita da Donzelli, ce n’era stata un’altra intitolata Adorata creatura per La Tartaruga, contiene missive inedite ed è tradotta da Nadia Fusini e Sara De Simone. Ci dà la possibilità di leggere la corrispondenza di due innamorate senza avere il timore che qualcuno entri nella stanza e ci scopra, inibendo la nostra curiosità, facendoci sentire in imbarazzo.

Si tratta di un’esperienza meravigliosa. Intanto perché ci troviamo di fronte al carteggio di due scrittrici, di cui una, Virginia Woolf, è anche una delle autrici più grandi della storia della letteratura inglese, così tra il racconto di una giornata in casa editrice o il resoconto di una cena ci imbattiamo in piccole e assolute verità sulla natura della scrittura, che è ricerca della verità e non altro, oppure: «lo stile è una cosa molto semplice; è ritmo. Una volta preso il ritmo, non puoi usare parole sbagliate». Vita scrive: «com’è che non si riesce mai a comunicare? Solo le cose immaginarie possono essere comunicate, come le idee o l’universo di un romanzo, ma non le cose concrete».

Poi, si tratta del racconto che attraversa diciassette anni – dal 1924 alla morte di Virginia Woolf nel 1941 – di un amore, del desiderio di vedersi, di fare sesso, di come succede che quando la persona amata è assente fisicamente, la sua immagine, il pensiero di lei diventi la compagnia più vicina, più intima, più invadente: «e non volteggiarmi sulla testa al chiaro di Luna» chiede Virginia a Vita. Tanto è il desiderio di essere insieme, fuse, proprio come gli analisti dicono che non bisogna stare con l’altro, che Vita le scrive a sua volta: «vorrei che tu vivessi nel mio cervello una settimana intera. È attraversato da violentissime ondate di emozioni».

Le due donne si raccontano della loro vita quotidiana, quella di Vita movimentata da viaggi in tutto il mondo, dalla gestione dei figli, dei vari possedimenti immobiliari: acquisterà un enorme castello dopo essere stata estromessa dall’eredità di quello familiare, solo perché donna. La vita di Virginia è una vita di scrittura e di lettura, di sofferenza, anche, certo. Rispetto, però, al luogo comune che è stato tramandato di lei e che riduce la varietà infinita dei suoi sentimenti alla sola disperazione che la condusse al suicidio, fondamentali nell’introduzione le parole di Nadia Fusini, che la studia, la ama, la traduce da anni: «mai come in queste lettere d’amore a Vita, Virginia si rivela per quello che è, cioè una femina ludens – nel senso huizinghiano del termine, che restituisce al gioco la dignità di una delle più nobili attività umane».

A colpire la lettrice e il lettore contemporaneo è certo la pazienza delle due innamorate, così appassionate eppure capaci di aspettarsi per mesi, senza potersi vedere, di attendere lettere giorni, settimane: noi fatichiamo a sostenere l’attesa di qualche ora del messaggio dei nostri beneamati. Però la concezione del tempo, banale dirlo, si è così alterata negli ultimi due secoli che è inutile vagheggiarlo: non possiamo recuperare quella che avevano Virginia e Vita. Possiamo, però, ancora scrivere lettere d’amore.

Se, come insegnava l’indimenticato Marshall McLuhan, «il mezzo è il messaggio», il problema non è solo la nostra incapacità di aspettare l’altro, ma è come ci diciamo l’amore: nascondendolo in messaggi banali che spesso non ci interessano tanto per quello che contengono, conta avere risposta, vince la bulimia. Se invece preparassimo i nostri racconti per l’amato o l’amata con la cura di quando si cucina per amore, di sé e di chi sta al tavolo con noi, potremmo imparare a tessere relazioni come tele, abiti, arazzi, invece che quelle che spesso viviamo, appese al filo della connessione, fugaci e poco saporite.

 

Scrivi sempre a mezzanotte. Lettere d’amore e desiderio di Virginia Woolf e Vita Sackville-West, a cura di Elena Munafò, con un saggio di Nadia Fusini, traduzione di Sara De Simone e Nadia Fusini, p. 304, Donzelli editore

 

*Questo articolo è apparso per la prima volta su www.azione.ch

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Laura Marzi

Nel mese di Gennaio 2012 vinco una borsa di ricerca del Fondo Sociale Europeo. A novembre 2015 concludo il dottorato in Studi di Genere e Letterature Comparate, presso l’Université Paris 8 Vincennes – Saint Denis. La mia ricerca, svolta sotto la direzione delle professoresse Patricia Paperman e Nadia Setti, entrambe appartenenti al Centre d’études féminines et de genre dell’Università di Paris 8 e all’UMR LEGS, tratta della rappresentazione letteraria del lavoro e dell’etica del care. Nel corso del dottorato ho partecipato come relatrice a numerosi convegni e seminari in Europa. Ho contribuito ad organizzare una giornata di studi Care et intersectionalité all’Université Paris 8 il 7 novembre 2015. Contestualmente ho collaborato all’organizzazione del convegno internazionale della Società Italiana delle Letterate : Conflitti e Rivoluzioni, scritture della complessità tenutosi a Firenze nel mese di novembre 2015. Attualmente alcuni miei contributi sono in via di pubblicazione. Ricordo in particolare una ricerca che ho svolto con la coordinazione di Clotilde Barbarulli : La storia delle donne del Giardino dei Ciliegi dal 1988 a oggi che è in via di stampa per la casa editrice Edizioni dell’Assemblea di Firenze.

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