Una storia ignobile

Viola Lo Moro, 31 maggio 2019

Dopo aver seguito un processo per stupro, le femministe affrontano un processo per diffamazione

“Vado a L’Aquila da anni per seguire questa vicenda insieme ad altre femministe. Rosa violentata da un militare, è in seguito vittima anche del sistema giudiziario insieme alle donne che la sostengono”. Viola Lo Moro ci racconta una storia vera che pubblichiamo nella speranza che molte la ascoltino

di Viola Lo Moro

Ho partecipato la prima volta ad una riunione su questa ignobile vicenda diversi anni fa, era il 2014. Faceva freddo e stavamo sedute sulle panche di legno del “22”, a San Lorenzo, Roma. Il “22” era uno spazio storico del femminismo e del lesbismo romano, uno di quei posti che quando è stato fatto chiudere semplicemente si è perso qualcosa di irrecuperabile. A volte così funziona la politica in questa città: non ha memoria e non pensa il futuro.

Le compagne femministe hanno raccontato la vicenda a qualcuna di noi che si affacciava lì per diverse ragioni. Le mie, come spesso mi accade, erano ragioni personali. Ci raccontano dello stupro de L’Aquila.

Mentre penso che non ce la faccio a sentirla questa storia. Mentre penso a quale scusa plausibile posso trovare per uscire dalla stanza senza perdere quel poco di credibilità conquistata. Mentre penso, è già troppo tardi.

Quando racconti una storia del genere il tono si fa fermo, in parte distaccato. Ma non è questo il termine esatto per descrivere la voce della compagna che ne parlava. Ricordo perfettamente la sua postura ferma ma non aggressiva e i suoi occhi profondissimi. Quando ascolti una storia così devi farti solida, devi sembrare un albero.

Una ragazza, Rosa, nell’inverno del 2012 viene stuprata fuori da una discoteca, lasciata a meno 14 gradi sull’orlo dell’assideramento, seviziata nel corpo, in stato di incoscienza. Lo stupratore si chiama Francesco Tuccia, all’epoca ha 21 anni, è militare a L’Aquila nel programma “strade sicure”. L’Aquila post terremoto è stata ed è ancora una delle città più militarizzate d’Italia. Rosa ha vent’anni, viene salvata per miracolo, riporta molte lesioni interne. Il processo è condotto quasi tutto a porte chiuse, uno dei due avvocati difensori si chiama Antonio Valentini del foro aquilano, è un noto e potente professionista locale. Le femministe romane, attivate dalla mamma di Rosa e dal centro antiviolenza de L’Aquila (che si costituisce parte civile nel processo), si muovono e presidiano le sedute.

Alla fine delle tre fasi di giudizio (l’ultima sentenza di Cassazione riduce la pena di 4 mesi) Tuccia viene condannato a 7 anni per violenza sessuale e lesioni aggravate. Non viene condannato per tentato omicidio. Di questi 7 anni passa la maggior parte del tempo ai domiciliari e poi ai servizi sociali. Oggi Tuccia è libero.

Durante il processo l’avvocato insiste sulla linea difensiva del consenso della vittima, incalza sulla presunta ebrezza di Rosa, parla di “un atto consensuale finito male”. Quel “finito male” – quando mi viene raccontato dalle compagne – si incastra in un luogo del corpo difficile da identificare con certezza, ma lì rimane. In quella linea difensiva, in quel processo, in quell’efferatezza, in quel luogo geografico, si giocano le questioni nodali della violenza contro le donne. Capisco immediatamente come questo sia un caso esemplare, in cui convergono praticamente e simbolicamente tutte le peggiori istanze patriarcali di questa società: stupro, militari, Stato e tribunali.

Da quel giorno ho guardato con altri occhi il sistema giudiziario, così come ho cominciato a stimare moltissimo le avvocate, le pm e le giudici che lì dentro provano a scalfire quotidianamente questo sistema. Ho capito anche la gigantesca ipocrisia che c’è dietro la retorica che insiste sul fatto che le donne debbano denunciare i loro assalitori. Devono denunciare per finire in quali gangli di sistema? Con questo non voglio dire che bisogna lasciar stare tutto il sistema giudiziario, per ora non ne abbiamo inventato uno migliore, ma cercare di limitare la retorica della Giustizia sulla pelle delle donne, quello magari sì.

Da quella riunione in poi ho deciso di partecipare alla lotta, di andare con le altre tutte le volte che potevo a L’Aquila, di non mollare questa vicenda, anche se il verdetto era già stato emesso.

Arrivo al mio primo presidio a L’Aquila – la città di mio nonno che non ha voluto tornarci dal terremoto – quando tutto è già compiuto. Imparo dalle altre che non bisogna lasciare i luoghi. Volantiniamo di fronte all’ospedale dove è stata ricoverata la ragazza quella notte, ricordiamo i fatti, raccontiamo a chi non sa.

Mi chiedo spesso se ha senso presidiare, ricordare, raccontare. A chi serve? Mentre penso troppo, maldestramente imparo che devo metterci il corpo anche io, devo parlare con la gente, distribuire volantini, tenere uno striscione. Non c’è dietro un movimento di massa, di opinione, ci siamo noi che non lasciamo niente. Mi fa sorridere tutte le volte (e anche un po’ incazzare) quando si parla di “rinascita” del femminismo perché non siamo mai morte e risorte, semplicemente molte di noi ci sono sempre state. E poi si sono aggiunte altre. Questo l’avevo già imparato dalle femministe più grandi quando mi dicevano che non volevano essere guardate con gli occhi di chi le ha già sepolte ed eventualmente musealizzate.

Nella mia vita civile passo molto tempo a sorridere, ad accogliere, a scherzare. In questi andirivieni aquilani invece posso essere arrabbiata e basta, posso permettermi di dire quello che penso: le donne sono sempre in guerra, e in guerra si combatte. Punto.

Ma la storia non finisce così. Nel novembre 2015 l’avvocato Valentini viene invitato ad un convegno, organizzato dall’associazione Ilaria Rambaldi Onlus di Lanciano, presso la Casa Internazionale delle Donne di Roma, un luogo simbolico per la libertà delle donne. L’avvocato che in aula aveva tenuto la difesa del rapporto consensuale finito un po’ male pensa di poter varcare la soglia della Casa Internazionale delle Donne di Roma come se niente fosse. Probabilmente anche fiero per essere uno degli avvocati di una onlus che difende alcuni terremotati.

Io non ho mai preteso la coerenza da nessuno, ma pretendo che ci sia un riconoscimento dei limiti nelle proprie azioni. Chi non riconosce i limiti è un soggetto pericoloso. Se potessi ridurrei tutto il discorso delle molestie a questo, ma questa è un’altra storia. Molti uomini di potere non hanno alcuna familiarità con i limiti. Molte si mobilitano e alla fine la Casa Internazionale segnala all’ organizzazione del convegno che l’avvocato Valentini non può varcare quella soglia, perché indesiderato. Ma l’avvocato Valentini non ci sta e denuncia per diffamazione tre donne, colpevoli di avere diffuso una lettera di un’aquilana in cui si cercava di spiegare alle donne romane chi fosse l’avvocato Valentini.

Inizia un secondo processo. Questa volta – o forse di nuovo – sono le donne dietro al banco degli imputati. Ci siamo tutte noi, colpevoli di non aver lasciato il campo libero allo stramaledetto potere costituito di bearsi del corpo, della storia e dei luoghi del femminismo. Prima del processo le case delle tre imputate vengono perquisite, i computer e i cellulari sequestrati. In questo curioso sistema giudiziario puoi subire lo stesso trattamento se sei un mafioso o se sei una donna che ha diffuso una lettera alla Casa delle Donne dicendo che l’avvocato di uno stupratore non è il caso che entri.

Il processo inizia nel Novembre 2016 e non è ancora finito. Noi continuiamo ad andare.

Ho visto Valentini entrare in aula con una cravatta rosa, difeso da una donna. Ho provato a guardarlo con tutto l’odio che avevo in corpo, a braccia conserte, immobile. Dentro sento pezzi sgretolarsi e riassemblarsi ad una velocità insensata. Un misto di paura, fermezza ed eccitazione. Prova ad essere albero, mi ripeto. Prova a spostare questa energia fuori da te, mi ripeto. Prova a sentirti sorella con le altre attorno a te, mi ripeto. E mentre mi ripeto frasi in testa di nuovo l’attimo passa. Divento più grande, sarò di nuovo a L’Aquila.

Sarebbe bello se questa storia ignobile fosse raccontata da tante e tanti, io spero sempre nella consistenza del tempo, che alla fine distribuirà con parsimonia un po’ di serenità a Rosa, un po’ di forza a me e un po’ di consapevolezza a chi questa storia ha voluto ascoltarla.

 

*La prossima udienza all’Aquila sarà per il 5 luglio alle 11.30

 

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Viola Lo Moro

Viola Lo Moro è socia di Tuba, la libreria dellle donne di Roma., creatrice e organizzatrice - insieme ad altre - di InQuiete, il festival delle scrittrici. Laureata in lettere moderne e contemporanee, è un'attivista femminista e lesbica.

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