Tre donne capovolte

Rachele Muzio, 17 maggio 2019

Madre, figlia e badante: un terzetto ormai comune che Titti Marrone descrive con la consueta perizia e la profondità di chi non vuole mentirsi. Rabbia, solitudine, gelosia e sensi di colpa legano la moldava Alina e la docente di studi di genere Eleonora, la sua democratica (forse) padrona.

Rachele Muzio

La donna capovolta, il nuovo romanzo della giornalista e scrittrice Titti Marrone segnalato al Premio Strega, racconta una storia che sempre più donne (e famiglie) conoscono fin troppo bene: lo sfinimento, fisico e mentale, che arriva inesorabile con il sopraggiungere della non autosufficienza dei propri genitori. Uno sfinimento la cui unica salvezza, per chi può permettersela, è una badante straniera. In questo caso Alina, moldava, laureata, sola, in difficoltà. Come presumibilmente l’oltre milione e mezzo di badanti che vivono e lavorano in Italia.

Ma La donna capovolta è anche la Storia del nostro Paese che da una parte invecchia e dall’altra rende necessario lavorare sempre più a lungo magari, paradossalmente, per aiutare figli e figlie che il lavoro non lo trovano o lo perdono in età adulta. Una situazione in cui la cura dei propri vecchi delegata a chi lo fa di mestiere diventa una necessità e non solo un segno di emancipazione dal proprio “destino” di figlie. Ed è la Storia dell’ex Unione Sovietica post Gorbaciov con il suo sgretolamento di vite che franano nell’Europa occidentale alla ricerca di lavoro con il carico di depressioni, solitudini, sensi di colpa e l’innesco delle dinamiche di sfruttamento, droga e schiavitù che Marrone trova modo e parole per nominare.

Le protagoniste sono tre madri accompagnate a capitoli alterni da un coro shakespeariano di Loro che ne segue le dinamiche: Eleonora, docente di studi di genere, Alina, ingegnera elettronica prima di Gorbaciov, appassionata di Dante e badante per necessità, Erminia, rispettabile maestra e madre di Eleonora ridotta a fantasma di se stessa dalla malattia. Un rapporto fra donne capovolte dall’avanzare del tempo e dei tempi nella comune necessità della cura che diventa occasione per affrontare le contraddizioni dei rapporti con l’altra e l’altrove.

Titti Marrone lo fa in modo onesto, mai retorico, fuori da ogni giudizio e pregiudizio verso le sue personagge e con una consapevolezza che solo chi ha vissuto una situazione simile può conoscere in modo così intimo. Eleonora e Alina sono entrambe Jane Somers capovolte – ancora una volta l’emblematicità del titolo – dalla scelta di farsi carico della vecchiaia, come nel caso dell’eroina di Lessing, alla non scelta dettata dalla necessità. Eleonora si trova ad affrontare anche la propria di vecchiaia che avanza con la difficoltà – che era stata anche di Jane – di entrare in rapporto con le giovani donne che la circondano e di fare i conti con il desiderio che non la abbandona a dispetto del suo vedersi “prugna secca”.

Pochi i personaggi maschili ma tutti ben saldi – al contrario delle protagoniste – nei propri desideri: il padre di Eleonora che ruba le attenzioni di Alina giocando al pigmalione inconsapevole della maschera da semi analfabeta che indossa la badante moldava, il fratello di Eleonora che si è fatto una vita e una famiglia in Inghilterra così da sottrarsi alle responsabilità verso i genitori, il marito di Eleonora che non esita a cambiare radicalmente pur di ascoltare il proprio desiderio, il figlio di Alina che rifiuta l’indipendenza economica offertagli dall’Università per seguire la sua fidanzata a spese della madre di cui si vergogna, il marito di Alina che forse si presta a orribili patti pur di realizzare il proprio sogno professionale.

L’autrice nelle ultime pagine mette in scena un teatrale duello verbale fra Alina ed Eleonora che si svolge in treno: un viaggio – anche simbolico – che è l’ultima “guerra guerreggiata” fra due mondi così distanti eppure così simili. Una guerra senza vincitrici né vinte che apre le possibilità a tante altre storie come tante sono le realtà delle donne capovolte.

Titti Marrone, La donna capovolta, iacobellieditore 2019

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Tessitrice di parole con il pallino di farne una professione fin dai tempi delle elementari. Lavora come webmistress su progetti online legati principalmente alle donne, all’editoria e alla formazione imbastendo pixel su pixel di contenuti. Ha scritto per riviste come Leggendaria e DWF – della cui redazione ha fatto parte – e vorrebbe trovare il tempo per occuparsi di nuovo del suo blog Webpersignore finalista nel 2012 del premio DonnaèWeb. Dal 2009 è socia della SIL – per la quale è stata quasi sempre anche webmistress - e ha fatto parte del direttivo presieduto da Bia Sarasini. Nel 2012 ha dato vita, con altre belle teste, a Cowinning – laboratorio di cultura digitale. Attualmente si occupa principalmente di comunicazione per la Walden Technology ed è il cuore online di iacobellieditore.

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