Lucida e disincantata

Nadia Tarantini, 10 maggio 2019

È la Bambina di cui parla la scrittrice/artista/performer/poeta Franca Rovigatti. Disegni e poesie percorrono le pagine del suo “La bambina”, quasi un controcanto amoroso e consolatorio per i perturbanti racconti in cui racconta delle sue due famiglie e di sé

Nadia Tarantini

È difficile scrivere con voce di bambina/o. Poche scrittrici vi si sono cimentate – e tutte grandi. Per esempio Àgota Kristòf con i suoi terribili gemelli abbandonati della “Trilogia della città di K”; Alice Ceresa con la sua voce disincantata e le “Bambine” dalla parlata piana e leggermente ossessiva. La voce della Bambina di Franca Rovigatti mi ha ricordato le sorelline de “Il cielo cade” di Lorenza Mazzetti: che incappate in una vicenda d’orrore, costruiscono un equilibrio di piccole cose. Con la fantasia scatenata che permette loro di sopravvivere: e così alla protagonista di Rovigatti, che ha il suo stesso nome e cognome.

Una bambina lucidissima, abitata da immagini come le installazioni e fantasie che la scrittrice/artista/performer/poeta creerà da adulta. Vive una situazione liminale di cui è consapevole sin da piccolissima. Ha due case e due famiglie e in nessuna delle due può vivere interamente se stessa. Sa che in una casa sarà amata e anche esaltata, ma dovrà essere buona, buonissima: la casa degli zii è infatti retta da regole inflessibili. E non si discute. Nell’altra, la sua famiglia naturale che come un cuneo nel cuore le procura fitte di dolore e nostalgia, si ritrova sempre ad essere cattiva, inadeguata, incapace. E nel suo andare e venire perde via via una vitalità irruenta, una capacità di essere leader di gruppi infantili, dato che la zia non le permette di frequentare nessuno (e quando torna “in famiglia” fratello e sorella non la riconoscono più). Franca fatalmente perde se stessa, almeno in pubblico, mentre in silenzio non smette di coltivare il seme della creatività, del suo temperamento fantasioso e ribelle, delle sue passioni fuori dalle regole. Di quella parte di cattiveria, anche, che per i bambini è naturale. Con quella ingenuità lucida, con quella crudeltà innocente.

Combattuta fra un padre forte ma algido che apertamente la sottovaluta (se non la disprezza) ma che lei non riesce a smettere di amare; e una madre troppo fragile e inaffidabile per potercisi identificare senza vergogna – la Bambina Franca discute e fa a pezzi ogni modello che le viene presentato, non crede a niente e non vuol credere a niente.  Fino all’adolescenza, quando anche la casa accogliente diventa ostile – e l’unica scelta è fare del male a se stessa. Quando la morte della madre la mette di fronte al buco nero in cui è vissuta: “bisogna ripartire oggettivamente da questa sua morte. cosa chiara e definitiva. basta stupide illusioni, che la madre invece ne era stata stupida maestra… (…) con la morte della mamma sparisce anche quel poco di bambina che ancora, sotto sotto, un pochino ancora c’era. quella che in qualche sommesso luogo sommessamente conservava flebili illusioni: certo, minime speranze un po’ spennacchiate (…)”***

 

E così Franca Rovigatti già raccontava in versi, nel 2010, le due case in cui è vissuta bambina e adolescente (ne “I fogli della figlia”):

 

due (nelle due case allora)


un mondo serio e austero

dove è proibito ridere

vero spazio severo

immobile respiro

immerso in blocco nero

non nomina piacere

calibrando sorrisi

educati precisi

 

nessuno qui può ridere di me

perché nessuno ride

tutto fermo ordinato

nessuno niente stride

i miei pensieri ansanti

frenano macchine pesanti

immoti corpi contundenti

là invece è persino troppo aperto

spifferi l’aria entra dappertutto

e confonde le cose e le persone

là si sente ridere e si piange

c’è sempre molta confusione

là tutti ridono di me

 

là io non capisco niente

e la notte piango nel lettino

desiderando un mondo bambino

Poeta, Franca Rovigatti lo è sin da bambina e dal 1997 decide di organizzare la sua passione in un festival (“Romapoesia”), in cui poete/i molto famose/i e altre/i esordienti abbiano uno spazio. La prima edizione, se non ricordo male, viene inaugurata e tenuta a battesimo da Edoardo Sanguineti. E pure il disegno, l’illustrazione è una sua passione precoce – che la porta, in prima media, a dover modificare in classe le labbra di una sua figura umana, perché la professoressa non crede che l’abbia fatta lei. Disegni e poesie percorrono le pagine di “La bambina”, quasi un controcanto amoroso e consolatorio per i perturbanti racconti che costituiscono il libro. E fotografie del ricordo costellano i capitoli, come a evidenziare lo sguardo dell’infanzia, il più crudele il più disincantato. “appena possibile/da quella bambina si è allontanata/di questa bambina le sembra di ricordare/pochissimo/frammenti, pezzi, fatterelli/ come se una vera storia non ci fosse/come se di lei non si trattasse/come se di un altro si stesse parlando/per il quale è scorretto, vietato/tifare/per la quale non conviene neanche/provare simpatia.

 

*** i testi di Franca Rovigatti sono scritti tutti rigorosamente in minuscolo

Franca Rovigatti, la bambina, edizioni del Verri, Milano 2019, pagine 124, 14 €

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Nadia Tarantini

Nadia Tarantini Scrittrice e giornalista. Esploratrice di molti mestieri, sin da giovanissima ha cercato la scrittura in molti luoghi, dalla vendita rateale di libri, al giornalismo e infine all’insegnamento… della scrittura, sia privatamente (“Le vie dei Cinque Sensi”) che nelle università. Solo nel 2017, a 71 anni, dopo una decina di altri libri, ha pubblicato il suo primo romanzo, “Quando nascesti tu, stella lucente” (L’Iguana), storia ambientata nel lontano 2346. Con Iacobelli, nel 2011, ha ripubblicato “Il risveglio del corpo. Dai sintomi alle emozioni l’arte della salute”, romanzo-saggio uscito nel 1996 presso La Tartaruga, che ha avuto quattro edizioni. A fine maggio 2019 il suo secondo romanzo, “Amore Inquieto”, nei Leggendari di Iacobelli. È vissuta fuggendo e cercando le storie dentro di sé e ha combattuto furiosi dubbi sul proprio valore attraverso la relazione con altre donne. La rivista Leggendaria e la Sil sono stati i luoghi privilegiati della sua “autorizzazione alla scrittura”.

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