Lina tra i germanesi

Clotilde Barbarulli 4 aprile 2019

“Il libro è nato da un incontro con la protagonista  – ha detto Chiara Ingrao  durante una presentazione – un incontro che risale al 2010. Nella prima versione la storia era raccontata in prima persona, così come l’avevo ascoltata”. Poi la scrittrice la riscrive in terza persona “con diverse parti romanzate” e lasciando emergere le proprie emozioni. E le emozioni non possono non esserci, se solo si pensa al’inizio del libro che si apre nel 1956 con i passi del padre clandestino quando dalla Sicilia cerca di raggiungere la Francia: cambiano i contesti e le persone, ma “i palpiti sono gli stessi” fra i fuggiaschi di ieri e di oggi insieme ai motivi e agli obiettivi: “L’incalzare quotidiano di orrori e miseria, a strappare ciascuno al suo mondo. E l’ansimare eterno della speranza, immutata nei secoli”.
Migrante per sempre si intitola il nuovo libro di Chiara Ingrao. Vincenza, la mamà, a differenza delle compaesane, anche se il marito è lontano, esce “tutta azzurra e fiorita di primavera”, senza abbassare lo sguardo se incontra un uomo, ma  presto segue il marito in Germania scrivendo brevi laconiche lettere ai figli lasciati alla nanna, e nei brevi ritorni sembra dura e silenziosa. “La mamà di abbracciare non era capace, non lo aveva mai fatto”, dice la figlia Lina. Lavorava soltanto, instancabile. Tuttavia dalle lettere che un’amica riceve dalla propria madre emigrata nello stesso paese tedesco, Lina scopre la realtà dura di Forbàcche, cittadina di confine tra Francia e Germania.
L’uso, coinvolgente, del dialetto quando di descrive la realtà siciliana accentua lo iato con la Germania, dove c’è lavoro “e pagano tanto”, dove i medici sono bravi, ma dove il marito deve dormire con gli altri stranieri  in fabbrica, secondo le regole dei germanesi, mentre Vincenza fa un pesante lavoro in un ospizio e la sera sui materassi per terra in una stanza “che puzza di muffa”,  piange pensando ai figli: “è proprio una mala vita”, confessa.
Lina vive la sua infanzia in Sicilia,  ma appena adolescente raggiunge i genitori in Germania dove continua a sognare “i colori del cielo di casa sua” e vorrebbe studiare per fare l’ostetrica, ma viene costretta  a lavorare in fabbrica fra “parole acide”, anche se  poi  riesce a trovare altre strade,  mentre la notte esplora il mondo nelle pagine dei libri e la domenica discute al circolo Acli sorto in Germania di tanti temi, sempre in un rapporto conflittuale con la madre. Si sposa con un “quasi prete” impegnato, con lui approda a Roma, ha figli e diventa – fra mille difficoltà e incomprensioni anche col marito, dopo tanti passaggi tra disoccupazione, maternità e lavori precari – operatrice nel campo dell’assistenza ai disabili e sindacalista.
Quando prova a tornare in Sicilia, Lina si accorge però di sentirsi “estranea perfino a se stessa, più straniera che in Germania”. Con fatica capirà le ragioni dell’amica Rosa che non sente le sue radici in Cile, dove è nata, ma dove non conosce nessuno: “È tutta una vita che mi sento straniera, Lina. Proprio come te… Sono straniera e sono libera, sono una figlia del mondo. Sono una migrante Lina e lo sei anche tu, che ti piaccia o no. Chi è stata migrante resta migrante per sempre”.
L’approdo di Lina a tale consapevolezza sarà lento e avverrà dopo aver attraversato il dolore della morte della madre e la riflessione sul rapporto difficile con lei, quando nella pistacchiera, che le ricorda scene dell’infanzia, ha un pianto liberatorio invocando me’ matri, quella mamà “che se ne stava alla Germania a cucinare pei paesani, invece che stare a preparare il mangiare di Pasqua ai figli suoi”.
Raccontare la storia di un’altra (viene in mente Melania Mazzucco, Io sono con te. Storia di Brigitte), anche se romanzata, credo crei interrogativi all’autrice, per quanto si sente capace di trasportare nella pagina scritta quella parola ascoltata nel dono di una storia. In qualche modo deve fare spazio dentro di sé all’altra, e rendere riconoscibile la sua specificità. Ma il gioco tra rispetto dell’altra, invenzione e verità, immaginazione e realtà, è, lo sappiamo bene, complesso: s’intrecciano e si fronteggiano due lessici, due universi, due personalità.
Prendendo spunto da Anita Raya per la traduzione, si può dire che l’autrice, nella condivisione del percorso di vita dell’altra, deve porsi “altrove”. Credo che Chiara Ingrao riesca a porsi in un altrove che le è proprio, perché  – come già in  Il resto è silenzio-  è pronta a fare spazio, nella fatica e nel piacere dell’incontro, all’intreccio tra emozioni e  vite differenti, nel legare l’ieri all’oggi.
In questi tempi “cupi, in cui la parola ‘migrante’ viene quotidianamente spogliata della sua umanità profonda per essere brandita come una clava”, infatti  dedica il libro anche a chi “mette in campo piccoli e grandi gesti di resistenza alla ferocia, in mare e in terra”.

 

Chiara Ingrao, Migrante per sempre, Baldini  Castoldi, 2019, pp. 405, £ 20
Chiara Ingrao, Il resto è silenzio, Baldini Castoldi Dalai, 2007.
Anita Raya, “La riconoscenza dell’altra”, Lapis, n. 20, 1993.

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Clotilde Barbarulli

Clotilde Barbarulli collabora attivamente con associazioni quali il Giardino dei Ciliegi di Firenze, la Libera Università Ipazia, la Società Italiana delle Letterate. Si occupa di autrici contemporanee fra lingue e culture e di scrittrici '800/900. Tra le sue pubblicazioni: con L. Brandi, I colori del silenzio. Strategie narrative e linguistiche in Maria Messina (1996); con M. Farnetti, Tra amiche. Epistolari femminili tra Otto e Novecento (2005); con L. Borghi Visioni in/sostenibili. Genere e intercultura (2003), Forme della diversità. Genere, precarietà e intercultura (2006), Il Sorriso dello Stregatto (2010)."Scrittrici migranti: la lingua, il caos, una stella" (ETS 2010),

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