Sorelle e rivali

Sarah Perruccio, 14 marzo 2019

La pittrice Flora (testimone inaffidabile?) parla con un’amica che ascolterà la sua versione e quella di sua sorella Clori per decidere chi dice la verità. Un tema classico in “Colpo di mare”, di Christiana de Caldas Brito, scrittrice e psicoterapeuta, nata a Rio de Janeiro, ma che vive a Roma e scrive in italiano.

Sarah Perruccio

Una narratrice incerta, una testimone inaffidabile. Da questi presupposti inizia il racconto della storia di Flora, pittrice immobilizzata nella sua arte da una misteriosa allergia alle mani. Dal salotto della sua casa sempre buia, Flora chiede di narrare il suo passato ad Elisa, sua nuova amica, cui è connessa da un legame che precede la loro conoscenza. Un grande quadro misterioso lampeggia nel buio della sala, una zucca da cui prende vita il mare: presenza evocata, desiderata eppure temuta che si rivela ingombrante e necessaria a tutta la narrazione. L’immagine del mare che nasce dalla grande zucca arancione arriva a Flora in un sogno così come molte delle vicende e dei personaggi di Christiana de Caldas Brito. L’autrice e psicoterapeuta, nata a Rio de Janeiro, ama infatti inserire con naturalezza elementi del mondo onirico e inconscio nell’impianto realistico della sua narrazione. In un’intervista di qualche anno fa rilasciata a Letterate Magazine de Caldas Brito dichiarava a Clotilde Barbarulli: “Scrivere è un’attività piena di misteri, di curve, di luce e di ombra, di aspetti inconsci accanto a una logica e a una razionalità necessarie alla costruzione del racconto”.

 

In questo Colpo di mare, la narrazione procede sapientemente in modo ondivago, offrendo verità per poi cancellarle, progredendo nella cronologia per poi tornare indietro e avanzare nuovamente, riproponendo personaggi e fatti più d’una volta, sempre simili nella sostanza ma cambiati da una nuova luce.

Il racconto di Flora inizia come un nostalgico rievocare la prima infanzia e la scoperta della creatività sotto la guida dell’amato padre, prima pittore poi impiegato in una società petrolifera. Padre e figlia vivono in una specie di “bolla per due” dalla quale la realtà è un giornale ancora senza figure perché disegnarle spetta a lei e gli animali parlano, come il cane de La stanza di Sant’Agostino del Carpaccio. Una felicità che si inquina però alla nascita della sorella Clori, opposta a lei e migliore in tutto agli occhi della madre, donna severa e di buon senso che ha educato le figlie “alla società, non alla vita”. Al contrario, per Flora, la sorella è solo una bambina dispettosa come la ninfa del quadro di Botticelli La primavera da cui entrambe prendono i nomi.

Così come un libro continua ad essere scritto dal lettore così la storia che si narra qui continua a essere riformulata da chi ascolta e cerca nuove testimonianze di questa storia. Il passato non è esente dal cambiamento: anche Clori accetta di raccontare la sua versione dei fatti ad Elisa. Dal resoconto di Clori, agli occhi di Elisa una donna piacevole e aperta, viene fuori un’infanzia tutta diversa e mette in luce la poca affidabilità di Flora: rovinata dal padre con la sua ambizione di farne un’artista, affetta da psoriasi e non da una misteriosa allergia, quindi bugiarda, gelosa, insicura, bisognosa di cure psichiatriche.

Elisa, narratrice inizialmente reticente, deve poter tenere insieme narrazioni contrapposte e lo fa illuminando la parte di verità nascosta nelle parole della sua committente proprio nel confronto con le testimonianze degli altri personaggi che incontra. C’è Bożena, con Flora e Clori sin dall’infanzia (“La memoria di una famiglia è spesso nei ricordi di una domestica” titola il capitolo a lei dedicato), c’è un uomo deludente e una testimone inattesa che invia a Flora la sua storia da molto lontano.

Questo scavare tra le parole delle interlocutrici alla ricerca se non di una verità almeno di una storia è per la narratrice Elisa un compito arduo. Lei, insegnante, che da subito si dichiara inadatta al compito assegnatole dall’amica Flora, ricercherà “una ideologia dello sguardo […] nella scelta degli episodi da narrare” chiedendosi quanto peso abbiano gli eventi ignorati o taciuti. La lettura di Colpo di mare è l’occasione per chi legge di assistere alla nascita di una scrittrice facendo di questo romanzo anche un Künstlerroman, un romanzo di formazione d’artista. O meglio di artiste, Flora la pittrice ed Elisa la scrittrice, suo specchio, sua confidente, sua amica, sua rivale.

Christiana de Caldas Brito, prolifica autrice di storie brevi e atti unici per il teatro, è al suo secondo romanzo. Pur avendo iniziato a scrivere in portoghese, trasferitasi a Roma nel 1990, dopo aver molto viaggiato e vissuto in diversi paesi, de Caldas Brito ha fatto dell’italiano la sua lingua di scrittrice. Secondo le parole della stessa autrice questa distanza emotiva nell’apprendere la lingua italiana- non la lingua dell’infanzia, dei grandi eventi fondativi dei primi anni, la lingua fatta anche di parole vietate e inaccessibili- questa distanza non è uno svantaggio ma fonte di una maggiore libertà.

C’è molto gioco nella scrittura di de Caldas Brito che si concede anche di inventare parole nuove oltre ad immagini audaci che richiamano il realismo magico sudamericano. In questo caso l’elemento sovrannaturale si inscrive con disinvoltura nel ritmo del reale, alternando i momenti più prosaici a quelli apparentemente inspiegabili in una successione capace di affascinare, rivelare e di nuovo suggerire qualcosa di difficile definizione. Con la stessa imperscrutabile variata ciclicità delle onde del mare.

 

Christiana de Caldas Brito, Colpo di mare, Effigi, 2018

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Sarah Perruccio

Sarah Maria Perruccio nasce nel Regno Unito nel 1982 e cresce in Italia. Consegue una Laurea in DAMS all'Università di Roma Tre e un MA in Applied Theatre alla University of Manchester. Si occupa di teatro: sin dal liceo recita, scrive e cura la regia dei propri testi. In UK, all'Octagon Theatre, collabora alla direzione di laboratori teatrali con gruppi di adolescenti di diverse provenienze e con esperienze di difficoltà. Ha contribuito alla traduzione della collezione di drammi Teatro di Timberlake Wertenbaker di M.V.Tessitore e P. Bono, curando anche la postfazione critica di Le Leggi del Moto. Ha continuato ad occuparsi di Wertenbaker in un breve saggio su Altre Modernità, e per altre pubblicazioni in lingua inglese. Tuttora traduce articoli accademici, racconti e documentari. Ha da poco completato una sceneggiatura cinematografica attualmente in fase di pre-produzione (l’Innesto), per la regia di Dario Germani. Collabora stabilmente come autrice di documentari con la casa di produzione Rizoma Film il cui ultimo progetto, Cuore di Bambola, è stato presentato all' EFM di Berlino e al 49° Giffoni Film Festival, in concorso. È socia SIL dal 2009.

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