Vagabondi in fuga dal male

Zuzanna Krasnopolska, 05 marzo 2019

Da domani in libreria il nuovo romanzo di Olga Tokarczuk, la più importante scrittrice polacca, tradotta in venti lingue e premiata nel mondo. Femminista e impegnata, intreccia antropologia, filosofia e storia delle religioni nei suoi particolarissimi romanzi. Dal 17 al 19 marzo verrà in Italia.

Zuzanna Krasnopolska

Domani esce in Italia il nuovo libro di Olga Tokarczuk intitolato I Vagabondi, già sulla longlist dei finalisti per la narrativa straniera del Premio Gregor Von Rezzori 2019. Pubblicato in Polonia nel 2007, è un romanzo-costellazione che costituisce una sorta di studio della psicologia del viaggio. Raccoglie diverse storie, lunghe e brevi, contemporanee e storiche (fra le più belle quella del viaggio del cuore di Chopin dalla Francia in Polonia e quella che parla dei monaci che vivono nella zona di confine lungo il fiume Prut), legate dalla filosofia della setta ortodossa dei “Fuggiti”, i beguny – da cui il titolo in polacco Bieguni –  per i quali il fatto di rimanere nello stesso posto esponeva al Male e il movimento continuo favoriva invece la salvezza dell’anima.

Già pubblicata in Italia, Olga Tokarczuk, militante di sinistra e femminista, nonché minacciata spesso dai gruppi di destra polacchi,  è autrice di romanzi, raccolte di saggi, poesie e racconti (in italiano Che Guevara e altri racconti, trad. S. De Fanti) e di una fiaba non solo per bambini (L’anima smarrita, trad. R. Belletti). I suoi testi, tradotti in più di 20 lingue, hanno ricevuto vari premi, tra cui il prestigiosissimo Man Booker International Prize nel 2018 (lei è il primo autore polacco a vincerlo). Tokarczuk, che spicca per l’originalità dei suoi libri, è laureata in psicologia ed è molto abile a intrecciare diversi aspetti di filosofia, religioni, culture, scienze magiche e paganesimo. Si tratta di un fenomeno sul mercato editoriale: i suoi libri sono ricchi di allusioni filosofiche e antropologiche, richiedono una particolare dose di concentrazione, eppure vendono bene. Per capire dove sta il segreto di Tokarczuk, tracciamo una panoramica delle sue opere.

Il primo romanzo, Il viaggio del popolo del Libro (1993), è una sorta di parabola moderna che si svolge nel ‘600 tra Francia e Spagna. Racconta di un viaggio rocambolesco per recuperare un Libro magico, con allusioni al Manoscritto trovato a Saragozza di J. Potocki e Il pellegrinaggio in Oriente di H. Hesse.

E. E. (1995), ambientato nel 1908 a Breslavia, dove Olga abita, parla di una ragazza polacco-tedesca, Erna Eltzner, che scopre i suoi poteri medianici. Il terzo romanzo, Nella quiete del tempo (1996, trad. R. Belletti) è il primo grande successo di Tokarczuk, apice della prosa mitografica polacca. I ruoli fondamentali sono incarnati da spazio e da tempo: gli eroi principali non sono dunque le persone, ma un luogo, cioè il microcosmo archetipico del villaggio mitico di Prawiek (“tempi remoti” in polacco), e il tempo di ogni personaggio.

Casa di giorno, casa di notte (1998, trad. R. Belletti) unisce elementi di romanzo, diario e saggio. L’autrice descrive il posto dove vive nelle montagne dei Sudeti, luogo che costituisce una fonte d’ispirazione inesauribile come la storia della santa medievale Wilgefortis, salvata da un matrimonio indesiderato grazie al volto maschile datole da Dio. Anna nelle tombe del mondo (2006) invece, nasce da un progetto internazionale dedicato al mito, al quale ha partecipato anche Margaret Atwood. Tokarczuk prende spunto dal mito sumero di Inanna: la dea del buon raccolto, dell’amore e della guerra intraprende un viaggio dalla sorella, la dea degli inferi e della morte. Tutto si svolge in un ambiente futuristico, quasi cyberpunk.

Guida il tuo carro sulle ossa dei morti (2009, trad. S. De Fanti, dal quale A. Holland ha tratto il film “Pokot”) è un giallo alla Christie, thriller moralistico e ecologista, sorta di manifesto politico contro il patriarcato e l’ipocrisia della Chiesa. Racconta di un villaggio dove muoiono ammazzati gli uomini, tutti cacciatori. Ciò fa scattare varie teorie, come una possibile vendetta degli animali, l’ipotesi sostenuta dalla protagonista Janina Duszejko, astrologa e attivista ecologista, una versione polacca di Elizabeth Costello di J. M. Coetzee e di Marion di L. Carrington, due personagge diverse, una tragica, l’altra comica, entrambe amate da Tokarczuk.

Sembra dunque chiaro che ogni romanzo di Tokarczuk costituisce un insieme di fili intrecciati a mo’ di tessuto; in più ci sono vari elementi che a loro volta fanno intrecciare i romanzi fra di loro, portando alla creazione di un grande tessuto patchwork. Così è anche nel caso de I libri di Jacob (2014) “un grande viaggio attraverso sette confini, cinque lingue e tre grandi religioni, senza prendere in considerazione quelle piccole”, come spiega il sottotitolo. Su questo romanzo storico, le cui 900 pagine, numerate a partire dalla fine (un omaggio ai testi ebraici), Tokarczuk ha lavorato per circa 7 anni, restando fedele alle fonti storiche e intarsiandole con elementi scientifici e riferimenti culturali che fluiscono da Jung a Hesse, da Diderot a Derrida, dal buddhismo al cattolicesimo, dai culti misterici al teatro di Grotowski. La cornice narrativa assomiglia a quella de Le mille e una notte, con intrecci che si moltiplicano e fanno nascere nuovi inizi, personaggi. L’autrice sembra voler arrivare dal ‘700 a oggi: il romanzo termina con la nonna Jenta – personaggio-fermaglio che resta sempre in coma, vegliando e volando sopra gli eroi – che vede una donna seduta di fronte a un monitor impegnata a scrivere un testo. Quale testo? Quello che stiamo leggendo, la storia di Jacob Frank (1726-1791), personaggio storico molto ambiguo: mistico ebreo che venerava la Madonna, abile impostore, Messia autoproclamato, apostata dell’Ebraismo che portò un gruppo di ebrei polacchi al battesimo nel 1759, fondatore della setta dei Frankisti, antesignano del sionismo. “Provò” tutte le religioni: abbandonò l’ebraismo per il sabbatianesimo, poi per l’islam; dopo una conversione al cattolicesimo, morì probabilmente da ortodosso. Da ogni credenza prendeva un pezzo, compilando una propria religione.

Sullo sfondo de I libri di Jacob scorrono la quotidianità, le tradizioni e la storia della Polonia settecentesca, una nazione multietnica, multiculturale, confinante con la Turchia, lontana però dalla visione idilliaca di un paese senza roghi trasmessa da molti testi impegnati a descrivere una Polonia priva di schiavismo e antisemitismo. La loro visione rifletteva la narrazione adottata dalla nobiltà; Tokarczuk, al contrario, mostra la Repubblica delle Due Nazioni per quella che era: uno stato basato sulla schiavitù, crudele nei confronti delle minoranze, non res pubblica, ma res violenta, res iniqua. Nota che l’antisemitismo c’era e gli ebrei, privi del diritto di possedere la terra, erano nomadi. Tokarczuk vuole riscrivere la storia: l’uso del presente, come se raccontasse in diretta, comporta un altro aspetto: si riferisce al dibattito su confini dell’Europa, tolleranza, gestione della crisi dei profughi. Questo libro, in cui Tokarczuk tenta di svelare la verità storica, ha provocato un’ondata di critica e minacce di morte nei confronti della scrittrice da parte della destra estrema nel 2015.

Autrice molto speciale, Tokarczuk? Emblematico per il suo discorso è uno dei concetti della cabala, il tiqqun, ovvero l’instancabile voglia di riparare il mondo, rammendarlo come un tessuto, un concetto che abbraccia l’umanità, a prescindere dal dio venerato. Il mondo è composto da parole e la letteratura, per lei, lo cura e lo unisce, svolgendo un ruolo di resistenza a chi voglia rendere semplice e univoca la complessità del reale. Tokarczuk incarna al meglio il potere riparatore della tessitura, nel senso figurativo ma anche letterale: nel 2015 ha donato all’asta natalizia della Radio Polacca una sciarpa cucita da lei, vendendola per 6000 euro. Uno schiaffo a chi, riempiendosi la bocca di falso patriottismo, ha accusato di menzogna storica la più brillante scrittrice polacca di oggi. Il tiqqun della letteratura ha vinto di nuovo.

 

Olga Tokarczuk, I vagabondi, Bompiani, 2018, traduzione di Barbara Delfini.

L’autrice sarà a Roma il 17 marzo al festival Libri Come; a Milano alla Libreria Verso il 18 marzo e a Torino al circolo dei Lettori il 19.

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Zuzanna Krasnopolska

Zuzanna Krasnopolska, dottoressa di ricerca in letteratura comparata, traduttrice, autrice di vari articoli sulla letteratura polacca e femminile pubblicati in polacco, italiano, inglese e francese. Socia della Società Italiana delle Letterate dal 2012. Vive tra la Polonia e l'Italia.

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