Megan e le esche per salmoni

Anna Zani 11 febbraio 2019

La vera vita di una straordinaria donna comune che ha vissuto 80 anni in Scozia lavorando per pescatori di alto livello: la racconta Helen Humphreys trasfigurandola poi in un’altra storia e in un’altra donna

Anna Zani

Nel 2001 uscì sul New York Times l’annuncio della morte di Megan Boyd, una donna vissuta in un piccolo villaggio scozzese per oltre 80 anni, dedicandosi totalmente all’attività di costruttrice di esche per salmoni, attività che per i lettori italiani può apparire un esotismo bizzarro, ma che in paesi come la Scozia, o il Canada, è molto apprezzata ed è stimata come alto esercizio di abilità artistica.

Megan raggiunse grande notorietà in vita ed ebbe un numero così alto di clienti che, nonostante lavorasse infaticabilmente dall’alba al tramonto per sei giorni la settimana, aveva un arretrato costante di quattro anni di commissioni. Tra i suoi clienti figurava anche il Principe Carlo di Inghilterra, che non mancava di farle visita quando si trovava in Scozia, e che le fece assegnare addirittura una Medaglia dell’Impero Britannico. Senonché, Megan rifiutò di recarsi a Corte per ritirare il premio, adducendo come motivazione il fatto che non poteva lasciare da solo il suo cane.

Personaggio indubbiamente curioso Megan Boyd, definita dai suoi concittadini come un’eccentrica, per via del suo stile di vita quasi eremitico, e per l’abitudine di vestirsi sempre in abiti maschili: giacca cravatta e camicia, indossati sopra una lunga gonna di tweed. Non aveva famiglia, viveva con la sola compagnia del suo cane (durante la sua lunga vita ne ha avuti molti) in un cottage senza acqua corrente e senza elettricità – lavorando dunque solo con luce naturale – su una collina vicina al fiume Brora. Nonostante questo, non la si può definire una solitaria: amava frequentare le serate danzanti che si tenevano nei villaggi dei dintorni, conosceva tutti e non mancava di dare una mano ai vicini in difficoltà.

Di più, su di lei, non si sa.

Eppure Helen Humphreys, scrittrice anglo-canadese, autrice di 4 libri di poesia, 9 romanzi e tre libri di non-fiction, raccoglie i fili di queste scarse informazioni biografiche e appronta un’opera di tessitura narrativa sorprendente.

Il talento di Humphreys è indiscusso e riconosciuto (ha vinto numerosi premi, tra cui il Toronto Book Award e il Rogers Writers’ Trust Fiction Prize), ma qui, una volta ancora, riesce a sorprendere per la originalità e l’autenticità con cui la sua scrittura trasforma un elenco di dati, di notizie frammentarie e, partendo da un necrologio, dà vita a un personaggio indimenticabile.

Possiamo definire Amuleto celeste (dal nome di una delle esche da salmone che Megan Boyd costruiva) un’opera sperimentale, che oltrepassa ogni etichetta di genere: narrativa, saggistica, memoir, il libro è tutto questo, ma è altro da questo.

E’ diviso in due parti: nella prima l’autrice esplora in forma autobiografica, in prima persona, il processo creativo della scrittura, si interroga sugli elementi fondamentali che fanno nascere una storia, le innumerevoli scelte che chi scrive trova lungo il cammino. Potremmo quasi definirlo un manuale per aspiranti scrittori.

In questa prima parte impariamo a conoscere Megan, ad apprezzare il suo lavoro, la sua grande abilità manuale. Ma questa prima parte del libro è anche una miniera di indizi e di sollecitazioni per comprendere il lavoro della scrittrice Helen Humphreys, non solo dell’artigiana Megan Boyd. E, a pensarci bene, nelle due donne possiamo individuare molte similitudini, se non nel carattere, sicuramente nell’approccio al proprio lavoro.

Poi, un’apparente cesura: l’autrice si ritira dalla scena, e Megan cambia nome; comincia il romanzo vero e proprio.  Tutti gli elementi che ci erano stati presentati in precedenza, i segmenti narrativi su cui si era interrogata la scrittrice, ora si uniscono, si incastrano gli uni negli altri, in maniera talmente naturale e verosimile, che il meccanismo del racconto assume vita propria e non si pensa più alle parti che lo compongono.

E’ la magia della scrittura, potremmo dire.

E probabilmente è a questo, anche, che si riferisce il titolo originale del romanzo: Machine without Horses. E’ il nome di un ballo popolare, una giga tradizionale scozzese che Megan amava ballare nelle serate danzanti organizzate dalla sua comunità, a cui lei partecipava sempre con entusiasmo e con grande destrezza.

Machine without Horses si riferisce, nella giga, all’invenzione del treno a vapore: una “macchina senza cavalli”.

Ma in questo modo possiamo definire anche un romanzo: una macchina, un meccanismo che funziona da solo, traendo da dentro di sé l’energia necessaria per muoversi.

Helen Humphreys, nella prima parte, si chiede come sia possibile rendere interessante la vita di una donna che ha trascorso tutta l’esistenza nello stesso luogo, facendo sempre le stesse cose, giorno dopo giorno, condividendo la casa con nessuno eccetto il cane. Ma, per quanto la sua vita fosse monotona e ripetitiva, Megan Boyd doveva avere necessariamente anche una vita interiore, dei sentimenti, degli impulsi affettivi se non anche erotici. Ed ecco, la scrittrice sfodera a questo punto il suo enorme talento, ed entra con delicatezza nella psiche e nel cuore di Megan/Ruth, ipotizzando e inscenando l’amore di Megan/Ruth per un uomo o, più probabilmente, per una donna.

Per Humphreys il mondo naturale, gli animali, rappresentano una continua fonte di ispirazione, oltre a essere spesso metafora dell’animo umano (penso al magnifico Cani selvaggi), e in molti casi offrono modelli di comportamento a cui tendere, quasi filosoficamente. Anche riguardo all’amore: gli animali vivono il presente, non fanno progetti di lunga durata. Per chi ama, dovrebbe essere lo stesso. Nonostante ciò, la protagonista di Amuleto celeste costruisce un legame sentimentale che avrà termine, nel suo cuore, solo con la morte, un legame forte, delicato e commovente. La complessità del personaggio Megan Boyd, le sue contraddizioni reali o immaginarie, non devono necessariamente coincidere con la Megan Boyd realmente esistita – e il cambiamento del nome vuole essere un gesto di rispetto verso chi l’ha conosciuta in carne e ossa – ma sono il frutto dell’amore di una scrittrice per il suo personaggio, attraverso il quale possiamo imparare a conoscere ed amare la vita di una donna nella sua ordinaria quotidianità e nella sua laboriosa monotonia.

Helen Humphreys, Amuleto celeste, traduzione di Monica Capuani, Fandango/Playground, 2018.

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Anna Zani

Anna Zani (Bologna, 1965) Lavoro come bibliotecaria all’Università di Bologna, seguendo il settore delle acquisizioni e l’organizzazione di mostre bibliografiche. Nel corso degli anni ho presentato o collaborato alla realizzazione di eventi letterari a soggetto femminile (Adrienne Rich, Alda Merini, Audre Lorde, Tove Jansson…), attività che ancora pratico. Faccio parte del gruppo WiT (Women in Translation), collettivo sperimentale di traduzione poetica, con cui abbiamo pubblicato un’antologia delle poesie di Audre Lorde (D’amore e di lotta. Poesie scelte, Le Lettere, 2018).

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