Decolonizzare il genere

Pamela Marelli 16 gennaio 2019

Al Giardino dei Ciliegi di Firenze, da anni, nel ponte dell’8 dicembre, si tiene un importante convegno dedicato ai femminismi, quest’anno il tema è stato DE/CLINARE percorsi di sottrazione nelle narrazioni di movimenti, pratiche, corpi: “Scegliendo il deper indicare sottrazioni a concetti, campi, azioni, situazioni che concorrono all’oppressione o all’esclusione, ci è sembrato importante – scrivono Barbarulli e Borghi – lavorare sul passaggio dal post-colonialismo al de-coloniale, teorizzato e praticato al fine di de-colonizzare i saperi e l’immaginario per sottrarli al predatorio dominio capitalistico. Il de – opponendosi alla proliferazione di ciò che ha oppresso e opprime con violenza, sfruttamento e dominio –  può esprimere antitesi e aprire a un valore nuovo… può affermare come vorremmo vivere, invitando a de-naturalizzare i rapporti di potere.”
Percorsi dissidenti di sottrazione femminista sono stati richiamati da Clotilde Barbarulli nell’intervento iniziale dedicato in parte alle riflessioni e pratiche decoloniali dell’America latina. Partendo da una lettura del libro “Imposta alla carne” della cilena Diamela Eltit, ha invitato alla declinazione, sottrattiva e oppositiva, che permetta di aprire una porta su ciò che è stato per rimemorare un passato incompiuto e vedere il futuro.
E’ il momento, in particolare per chi abita l’Occidente, di una epistemologia decoloniale che assuma,una corpo-politicadella conoscenza come punto di partenza per una critica radicale, illuminando con parole e domande la temibile oscurità politicamente sempre più incombente, per dis/connetterci dal discorso costituito che governa l’odierno, delirante sistema-mondo, verso un dis-apprendimentocontinuo dai codici coloniali.
Liana Borghi ha interpellato le persone presenti sul “fare altrimenti disobbedienza affettiva”, citando le parole di Paul Preciado per la morte di Pedro Lemebel(http://guazzingtonpost.blogspot.com/2015/02/beatriz-paul-preciado-su-pedro-lemebel.html).
Come si ragiona di decoloniale negli spazi femministi?  Le ferite inflitte da razzismo e sessismo nei regimi coloniali sono tangibili nei corpi esposti alle violenze delle Storia, seppur nascoste nelle narrazioni egemoni: esiste un modo per guarirle? Marìa Lugones considera il genere una imposizione coloniale che ha deumanizzato i corpi dei popoli colonizzati nelle Americhe, un dispositivo per dare accesso sessuale alle donne. Il dominio di genere fu introdotto per imposizione coloniale insieme alla razza e all’eterosessualismo: strumenti primari di dominio e oppressione per distruggere genti, cosmologie, comunità e sostituirle con la “civiltà” occidentale. Accostando corposi spunti dalle Glefas, femministe latino-americane, da Walter Mignolo sulla ferita coloniale, alle riflessioni di Madina Tlostanova, Karen Barad, Olivia/Roger Fiorilli e Nathalia Jamarillo,  al romanzo “Ho paura torero” di Lemebel, Liana ci ha incalzate, da attiviste femministe antirazziste, a decolonizzare il genere: quale processo di autodecolonizzazione è praticabile per distaccarsi dalla colonialità della percezione?

Fabrice Olivier Dubosc ha avviato la sessione Postcoloniale, decoloniale, neocolonialismi con un intervento su De-celerazione e disarmo culturale: vivere e morire nell’Antropocene,termine quest’ultimo su cui avevamo iniziato ad interrogarci a partire dalle riflessioni di Donna Haraway, nel seminario dello scorso anno Fare mondo: poetica del futuro dimenticato,(http://www.ilgiardinodeiciliegi.firenze.it/Fare-Mondo-materiali/). Affrontando la crisi climatica che viviamo, Dubosc ha ragionato sull’accelerazione produttiva tipica dell’Antropocene che richiede una quantità di energia sempre crescente, basata su un sistema capitalista consolidatosi su sfruttamento, colonialismo e reificazione degli esseri viventi. Il dispendio di denaro a sostegno delle spese militari è difficilmente conteggiato tra le cause dell’aumento dell’inquinamento.La gravità della situazione imporrebbeuna radicale ridistribuzione del potere e della ricchezza globale, invece si sta andando verso un’ondata mondiale di sovranismo legato al mantenimento dello status quo ovvero dei privilegi per pochi sovrani e della concessione del minimo per i sudditi in un’ottica nazionalista, uno scenario in cui aumenteranno disuguaglianze e tragedie umanitarie, di fronte alle quali abbiamo purtroppo sviluppato un’empatia selettiva. Dubosc ha concluso col tema del lutto: la vulnerabilità dovrebbe essere pensata come un bene comune, un fondamento sociale. Richiamando Donna Haraway auspica la capacità di fare lutto, di rimanere con una perdita così da rinnovare le relazioni, imparando ad essere davvero nel tempo presente come creature mortali interdipendenti.
Paola Zaccaria con La svolta decoloniale del pensiero critico dei confini del progetto “S/murare il Mediterraneo” ha affrontato la necessità di staccarsi dalle“geo-corpo-grafie dell’epistemologia dei poteri imperiali in cui lo stigma della modernità, designato dagli usurpatori europei bianchi, monoteisti e patriarcali impegnati nell’occupazione di territori e corpi d’oltremare, imprime(va) – soprattutto sui soggetti inferiorizzati e dis-umanizzati per razza e genere – la violenza dell’esclusione e invisibilità.”
Nel 2009 è nato il progetto S/murare il Mediterraneo (https://smuraremediterraneo.wordpress.com/)  nel contesto di politiche migratorie che iniziavano ad impedire ai pescherecci di prestare aiuto ai migranti. Di fronte alla costruzione di muri marini, urgeva un pensiero che fosse smurante, pratiche che agissero il diritto di disancorare e riattraccare tramite ogni mezzo. Di fronte a politiche di chiusura delle frontiere il progetto di attivist* ed artist* mette in campo unapolitica e poetica dell’ospitalità e della mobilità. E’ importante portare alla presenza storie del passato rinarrate, dare visibilità agli archivi ombra come una delle trame del ripensamento dei confini del sud, far circolare le voci intombate nell’archivio dei silenzi nella storiografia dei colonizzatori. E’ dal raccontarsi delle persone arrivanti, migranti che parte la ricostruzione di una psicogeografia distrutta dai muri di ogni tipo. La prima giornata si è conclusa meravigliosamente con la voce ammaliante di Lordes Perez, cantautora, attivista, lesbica. (https://www.lourdesperez.com/)

Le zingare e la sbaglieranza
Sabato 8 dicembre i Femminismi. Laura Corradi ha affrontato la Decolonialità e intersezionalità nel femminismo delle zingare invitando ad autosottrarsi dalle complicità, dalle disparità delle differenze come progetto decoloniale che ci riguarda a livello individuale. Da cinquecento anni il potere è coloniale, ciò richiede una disobbedienza sistemica. Bisogna assumere che le forme di lotta agite dalle femministe bianche sono spesso invisibilizzanti per donne di altri colori. Appartenenti alla più grande minoranza d’Europa, le soggettività femministe zingare producono saperi e lotte contro il sessismo, l’antizingarismo sociale e istituzionale, avendo come obiettivo il superamento del patriarcato e l’omofobia presente nelle comunità. La loro pratica è intersezionale, in un’ottica di critica al neoliberismo, alla supremazia bianca, all’eteronormatività.  Corradi auspica la capacità collettiva di lavorare sui minimi comuni denominatori, non sulle differenze che separano, per produrre una conoscenza sovversiva e trasformatrice.
Rosella Prezzo con Le verità svelate dal velo ha sostenuto che il velo, questo dibattuto indumento, è indice di  contemporaneità, non di arcaicità,racchiudendo in sé la memoria di un passato coloniale, il tema dell’immigrazione, le difficoltà di nuove forme di convivenza e la questione della relazione tra i sessi. Ciò che vediamo è anche una costruzione culturale. Dobbiamo prendere consapevolezza che la nostra è una visione da un angolo. Prezzo cita due momenti storici. Il primo avvenuto ad Algeri nel maggio del 1958: alcune donne algerine vengono esibite in piazza nell’atto di togliersi il velo, come gesto di supporto alle retoriche coloniali francesi sui valori fondanti di libertà delle donne e laicità. Nel febbraio 2001 Oprah Winfrey, star della tv negli Usa, svela una giovane afghana dal burqa per farla entrare nella luce della democrazia. Una scena impressionante secondo Prezzo che sottolinea come il problema sia la riproduzione costante  dell’opposizione tra donna velata e donna svelata, come se esistessero solo due significati nel portare il velo. Ha concluso con due artiste che risignificano il velo, proponendolo in immagini disorientanti: Shirin Neshat, fotografa iraniana, e  la regista algerina Kaouther Ben Hania.
Carlotta Cossutta ha de/clinato la relazione tra femminismi e tecnologie per indagare la possibilità di mettere in discussione i limiti del femminismo stesso nel suo contributo Quali strumenti per distruggere la casa di quale padrone? Mutuando da Donna Haraway ha ragionato sul radicamento nell’esperienza: cos’è e cosa conta quando parliamo di femminismo? Occorre interrogarsi sulle modalità di costruzione della narrazione della propria esperienza, in un’ottica di costruzione di affinità per compiere lotte materiali ed agire conflitto.
Bisognadistruggere la promessa di trascendenza nell’obiettività, ritracciare costantemente genealogie e riappropriarsi della  visione per immaginare pratiche trasformative. Ha de/clinato lungo i confini che separano naturale e artificiale, autentico e fittizio, materiale e immateriale per interrogarci su quali siano i modi di produzione degli strumenti tecnologici e quali padroni servono. In tale contesto, le pratiche di liberazione passano dai tentativi di aprire i codici, evitando di  creare da femministe nuove categorie e gerarchie. Bisogna penetrare nella casa del padrone, infilarsi in un interstizio, in una fessura, per smagliare il sistema.
Nella sessione pomeridiana Rachele Borghi ha portato il contributo C’è spazio per la decolonialità nella produzione del sapere? Imparare da SCUM. Sottrarsi alla violenza epistemica con le pratiche di cura: le brigate SCRUM (Streghe per un Cambiamento Radicale dell’Università Merdosa). Si è trattato di una intensa performance, di difficile restituzione tramite un testo scritto, in cui Rachele ha agito insieme a Julie Coumau e Katia Acquafredda intessendo riflessioni e pratiche a partire da posizionamenti femministi, antispecisti, antirazzisti e queer.
Una totale messa in gioco dei corpi rispetto alla decolonialità del sapere, condividendo percorsi possibili di sottrazione alla violenza epistemica e istituzionale attraverso pratiche di mutualismo, cura e riflessione collettiva. La performance si è conclusa con il dono alle presenti di una stimolante definizione di Monique Wittig, del neologismo sbaglieranza: “in un contesto di benvedenza, si chiama sbaglieranzala presa di posizione di una compagna a voler agire pur non essendo sicura che vada bene. La sbaglieranza si pratica in terreno scivoloso… La sbaglieranza si pratica a scale, in particolare a centri concentrici. Si chiamano cerchi di fiducia quelli costruiti in spazio benvedente. Si dice che sia questo il terreno più propizio alla sbaglieranza, nel momento in cui la sbaglierante è sempre in postura di messa in discussione di sé individuale e collettiva.”
Liana Borghi ha condotto il workshop  degener/azioni: decolonizzare genere e sessualità del quale ha proposto, come introduzione, una carrellate di declinazioni possibile del “de” e stimoli di riflessione rispetto a come ci leggiamo, alle esperienze per rendere in/visibile il corpo, alle politiche delle differenze, alle modalità di colonizzazione di genere e sesso, ai saperi trasformativi.  A seguire Egon Botteghi ha performato il suo essere transessuale spogliandosi di fronte al pubblico, un capo per volta, lasciandosi osservare e condividendo intime riflessioni ed esperienze in un atto toccante e potentemente politico e descrivendo così la sua azione: “Per questa persona il suo corpo transessuale agisce sul sesso e sull’orientamento sessuale come un prisma agisce sulla luce. Attraversato dagli sguardi e dalle narrazioni trans sulla sessualità, la sua carne disperde le componenti spettrali del sesso ordinario, mostrandone colori e geografie inaspettati, che solitamente rimangono nascosti nei dettami della sessualità ordinata. Allo stesso modo l’orientamento sessuale viene disperso da questo corpo, perdendo il significato di identità fondante e univoca.”
Francesca De Rosa e Nina Ferrante nel contributoGli elefanti nella stanza tutta per sé hanno guardato  nel ripostiglio, la stanza dove si accumula ciò che non è bene vedere, per mettere a soqquadro il salotto, dove si  accumulano i rimossi della storia coloniale. Attraverso una condivisione di testi e pratiche di scrittrici ed artiste decoloniali hanno messo in discussione i concetti di bianchezza, italianità, normalità, decoro della nazione: da Carolina Maria de Jesus, a Maria Basura, a Ginopunk. Dobbiamo metterci scomod* nella stanza tutta per sé, nominare l’elefante che rappresenta il nodo irrisolto tra femminismi e razza, interrogandoci su  ciò che è rimasto invisibile, sui nostri privilegi e sulla possibilità di decolonizzare le nostre pratiche e de/clinare le nostre dis/identificazioni. Solo così eviteremo “di soccombere e di arrenderci  – scrive Gloria Anzaldua – ad una definizione di femminismo che rende ancora troppe di noi invisibili”.
Elena Biagini ha chiuso il workshop condividendo alcuni frammenti di esperienza personale segnati dall’omonazionalismo. Narrando di iniziative fuori dal Cie di Ponte Galeria, lager per migranti, di Pride segnati da conflitti tra diversi posizionamenti, di ferente   banalità del razzismo quotidiano,  ha offerto spunti per ragionare sul concetto di decolonizzazione.  Si sente colonizzata dall’eterosessualità obbligatoria e vive  il proprio lesbismo come  una fuga. Di fronte alla militarizzazione degli spazi di socialità delle città, cui ci siamo purtroppo abituate, quanto possiamo chiamarci fuori? Il sistema di ricchezza occidentale, protetta dai mitra dei militari,  dentro cui viviamo, quanto ci permette di decolonizzarci senza renderci complici del sistema? Biagini suggerisce come pratica di sottrazione il non tacere per non diventare complici di un sistema razzista ed omofobo.

Corpi e confini
La domenica mattina si è tenuta la tavola rotonda Detenszioni: corpi, confini, confinamenti, de/contaminazioni intersezionali. Ad aprirla Bruna Bianchi col contributo Le donne, la guerra, il confine. Riflessioni a partire dalla Grande guerra, evento che produsse processi di esclusione che lacerarono comunità e famiglie, ed una ridefinizione violenta dei confini, da quelli territoriali a quelli di genere. La prima guerra mondiale ebbe traumatiche ripercussioni sulla vita delle donne, le più colpite dalla profuganza e dagli stupri compiuti dagli uomini di tutti gli eserciti e dalla fame. Il pacifismo femminista si interrogò sui nazionalismi e la brutale imposizione del confine. Attiviste come Vernon Lee, Marian Rauze, Edna Kenton praticarono un internazionalismo femminista. Con la guerra le donne oltrepassarono il  confine domestico, lavorando in numerosi ambiti fino a quel momento banditi. Ma vivere una nuova socialità ed inediti ruoli sociali in un contesto bellico di morte poteva davvero migliorare la condizione delle donne? Le azioni di aiuto alle vittime di guerra e ai cittadini/e di nazionalità nemica compiute da numerose donne sfidarono i confini dell’odio e posero le basi per possibili riconciliazioni. Attiviste femministe varcarono fisicamente i confini nazionali per recarsi all’Aia, nel 1915, a parlare insieme di pace e per presentare le loro proposte relative anche al diritto di voto.
Del rapporto tra le donne e la politica istituzionale ha parlato Barbara Bonomi Romagnoli nel suo De-politicizzazione: femminismi e rappresentanza. Analizzandoil contesto politico attuale, segnato dal privilegio di vivere in un paese non in guerra, e caratterizzato da populismo e cosiddetta antipolitica, ci ha interpellate sul posizionamento delle femministe nel nostro paese: che rapporto c’è tra i movimenti e i meccanismi di partecipazione intesi anche come presenza nelle istituzioni pubbliche? Secondo alcune ricerche recenti sull’Italia la presenza femminile in crescita nelle istituzioni, con l’imposizione delle “quote”, è comunque bassa in paragone a paesi come l’Islanda, la Germania e gli Stati Uniti.
Il rifiuto dei meccanismi di rappresentanza fuori e dentro i movimenti femministi comporta dei rischi, quali l’autoreferenzialità e la chiusura: perché nessuna si assume il coraggio dell’azione radicale in ambito istituzionale? Siamo forse carenti di dispositivi per parlare di delega e fiducia? Un movimento dovrebbe creare spostamento sociale. L’assenza di femministe intersezionali nei meccanismi istituzionali fa sì che tutti gli  spazi siano occupati da  altre ed altri. Quale compromesso, ossia impegno attivo nel senso spagnolo della parola, è abitabile senza diventare conniventi di un sistema patriarcale e neoliberista?
Gisella Modica con “Se vuoi, puoi s(de)viare i tuoi figli”. Strategie di sottrazione nella lotta alla mafia ha affrontato un tema sul quale manca secondo lei un punto di vista femminista: la lotta antimafia, troppo spesso raccontata dal solo pensiero maschile. Esistono pratiche femministe per mettere in campo rivendicazioni legate a democrazia ed una legalità  non violenta? Partendo dal vissuto di alcune collaboratrici di giustizia ha puntato l’attenzione sul loro fare un passo a lato denunciando con coraggio mariti, padri, genitori, facendosi di fatto terra bruciata attorno. Ciò che queste donne raccontano nel loro de/clinare da un sistema biopolitico, violento e patriarcale come quello mafioso è l’immensa fatica nello scrollarsi di dosso mentalità e pratiche assorbite ogni giorno in un sistema di controllo totale di corpi e menti. Come femministe possono esserci utili queste strategie di libertà agite nella solitudine delle case per ribellarsi alla violenza delle famiglie mafiose?

Liana Borghi ha chiuso il seminario sottolineando alcuni punti  condivisi nelle intense giornate di dibattito, quali il nesso tra patriarcato, razzismo, capitalismo e colonialismo; la produzione di genere e sessualità non binarie, antinormative, trasversali:  per sottrarsi al dominio ed alla soggezione patriarcale occorrono strategie di non coinvolgimento e percorsi di sottrazione femminista.

Paul Preciado
http://guazzingtonpost.blogspot.com/2015/02/beatriz-paul-preciado-su-pedro-lemebel.html
Fare mondo
http://www.ilgiardinodeiciliegi.firenze.it/Fare-Mondo-materiali/)
LIBRI CITATI
Elena Biagini
http://www.edizioniets.com/scheda.asp?n=9788846753007
Laura Corradi
http://mimesisedizioni.it/il-femminismo-delle-zingare.html
Carlotta Cossutta
http://www.agenziax.it/smagliature-digitali/
“Imposta alla carne” Diamela Eltite
http://www.atmospherelibri.it/index.cfm?box=news&azione=view&idnews=86

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Pamela Marelli

Dopo la laurea in Storia con una tesi sul Movimento femminista bresciano degli anni ‘70, mi sono occupata di inte(g)razione e intercultura, sia lavorando per un decennio come operatrice di uffici per persone straniere che per impegno politico come attivista di un’associazione antirazzista. Ho curato l’editing del libro Il bagaglio invisibile. Storie di vita e pratiche di mediazione interculturale, esito del corso per la formazione di donne mediatrici del Progetto Equal. Stimolata da questa esperienza ho compilato una ricerca storica dal titolo Il bagaglio invisibile. Esperienze di migrazione e mediazione culturale di un gruppo di donne straniere radicatesi a Brescia che ha vinto, ex aequo, nel 2004, il Premio Dolores Abbiati promosso dalla Fondazione Micheletti. Nel 2008 ho raccolto le storie di lavoratrici tessili nel libro Tessendo abiti e strategie. Esperienze e sentimenti di operaie bresciane. Da qualche anno sono riuscita a trasformare l’amore per i libri in professione lavorando come bibliotecaria precaria. Mi sto occupando di una nuova ricerca dal titolo Archivi del mare salato. Stragi di migranti e culture pubbliche.

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