Il rigore di Abramovich

Sara Pollice, 15 gennaio 2019

“The Cleaner”, cento opere a Firenze dell’artista serba che fa discutere da 50 anni. La mostra non promette tranquillità. Ma se non si fugge di fronte al dolore e alla voglia di vivere di Marina si può vivere un’esperienza unica. Chiude il 20 gennaio.

Sara Pollice

Scrivere ancora su “The cleaner” la mostra su-di-per-dentro Marina Abramovic a Firenze fino al 21 gennaio dovrebbe essere proibito. Si è detto e scritto di tutto, sia da parte dell’artista che del curatore che del pubblico (siamo oltre i 145 mila visitatori). Del resto questa è Storia con la S maiuscola, perché è la prima volta che Palazzo Strozzi dedica una retrospettiva ad una donna artista (ma anche su questo ci sono fiumi di parole).

A me interessa mettere su carta cosa trasmette questa mostra. Intanto il filtro del nome: “The cleaner”. L’attraversamento che ti ripulisce dal superfluo e ti fa guardare per forza (ma con amore per te stess*) dentro di te.

La pulizia avviene in più strati. Il primo è quello che concerne l’idea che la fama dell’artista può far assumere al potenziale visitatore. Infatti pensando all’arte di Abramovic si potrebbe erroneamente pensare che c’è dell’estremismo a cui si viene costretti, perché ormai il personaggio ha una sua eco popolare e quello che trapela attraverso i media è un esporsi fisico e psichico eccessivo, esibizionista, narcisista, un corpo esposto per attirare attenzione su di sé. Visitando la mostra si viene investiti da tutt’altro: da un’ondata di rigore, essenzialità, dolcezza, lealtà a se stessa, rottura delle gabbie imposte e visione e sensazione dei segni che queste rotture comportano (come in Freeing The Voice, del 1976 [1], oppure Art Must Be Beautiful, 1975[2], tutta la serie rithm). Esporsi fisicamente per mandare un messaggio universale che arrivi al corpo oltre che alla mente rende immediatamente coscienti che si è vivi e che questo comporta una responsabilità. Questa prima pulizia porta al silenzio. Al sacro.

L’ultima sala del piano sotterraneo apre e lega il lavoro di Abramovic a quelli di altri performer artist a cui si è ispirata e che ha ispirato, tra cui il celebre “Genital Panic” di Valie Export del 1968. Come scrive Silvia Bottani nel suo articolo[3] dettagliatissimo sulla mostra dalle pagine di doppiozero:

“Se oggi la performance ha ampliato il proprio spazio d’azione fino ad abbracciare territori come l’economia e la sociologia (pensiamo ad esempio agli esperimenti del collettivo Norma Jean, ai Public Movement e alle “constructed situations” di Tino Sehgal), il mondo digitale (Alva Noto, Eva e Franco Mattes), l’ambiente (Hamish Fulton, Zheng Bo) è anche grazie al lavoro dell’artista serba che ha demolito con furia iconoclasta i confini di ciò che era lecito, ciò che era considerato praticabile all’interno di un’indagine artistica”.

È il momento in cui Abramovic esce definitivamente dall’idea pop di un suo “vantaggio personale” a cui sono dovute le sue scelte artistiche. Vecchio come il mondo è il refrain sulla purezza dell’artista: Abramovic ci dimostra che non solo esistono solo contraddizioni (e l’idea di purezza è essa stessa mortifera) ma che è solo accettandole che riusciremo a non farci travolgere da esse, che troveremo il senso della vita e non ci stermineremo.

Alle performance live si accede andando al piano superiore. (Prendendo l’ascensore si fa un’esperienza immersiva importante).

Qui non si assiste, la pulizia non è più mediata solamente, qui la vibrazione muove viscere e altri organi. La pulizia delle ossa di Balkan Barok del 1997 (ebbe il Leone d’oro alla Biennale di Venezia) non è più solo una metafora su cui riflettere quanta fatica facciamo per tirare a lucido le nostre coscienze di fronte all’orrore commesso in nostro nome. Abramovic è un canale. Non c’è più niente in lei mentre pulisce 2500 ossa.

Il visitatore al piano superiore è anche attore. Può provare a far passare energie attraverso il suo corpo. Io l’ho fatto, ho accettato l’invito, ho fatto tutto quello che avevo il potere di fare e ne sono uscita più consapevole di quanto sono viva. Il mio essere al mondo ha acquisito di per sé più significato. Mi sentivo immersa nel flusso di coscienza e di vitalità di Marina Abramovic e insieme all’amica con cui sono andata non volevamo più uscire.

Preceduta dalla sua fama la mostra di Firenze non promette tranquillità e non ne porta, ma semplicemente rimanendo, non fuggendo di fronte al dolore, all’esposizione, alla voglia di vivere di Marina Abramovic si può vivere un’esperienza unica e importante.

Marina Abramović. The Cleaner
a cura di Arturo Galansino (Fondazione Palazzo Strozzi, Firenze), Lena Essling (Moderna Museet, Stoccolma), con Tine Colstrup (Louisiana Museum of Modern Art, Humlebæk) e Susanne Kleine (Bundeskunsthalle, Bonn)

21 settembre 2018 – 20 gennaio 2019

Palazzo Strozzi, P.zza Strozzi, Firenze

Cento opere in mostra, non solo performance – riprodotte attraverso foto, filmati, strumenti e oggetti originali – ma anche dipinti, sculture, memorabilia e le cosiddette reperformance, ovvero le ri-esecuzioni dal vivo di alcune delle sue azioni artistiche pubbliche più celebri attraverso un team di artisti, appositamente selezionato e formato da Marina Abramovic stessa.  Tra queste l’opera che dà il titolo alla mostra, Cleaning the mirror, in cui l’artista siede con uno scheletro umano in grembo, cercando di pulirlo con una spazzola: lo scheletro però si sporca sempre di più perché la spazzola viene risciacquata nell’acqua sporca. Una re-performance che rimanda a riti di morte tibetani che preparano i discepoli a diventare tutt’uno con la propria mortalità.

[1] In questa performance che è presente nella mostra in forma di video performance proiettata su una grande parete, Abramovic ha la testa reclinata fuori dal bordo di un materasso e urla tutta la sua frustrazione prima di lasciare Belgrado. In The cleaner la performance è legata ad altre due con lo stesso significato
[2] In questa azione sempre presentata in forma di video, Abramovic ripete la frase “Art must be beautiful” e la alterna a “Artist must be beautiful” mentre si pettina violentemente in capelli
[3] https://www.doppiozero.com/materiali/marina-abramovic-cleaner

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Sara Pollice

Socia della cooperativa Befree dal 2014 ed operatrice presso lo Sportello donna all’interno del pronto soccorso dell’ospedale San Camillo di Roma, gestito dalla cooperativa Befree, dal 2015. Nell’ambito della cooperativa fa parte della staff organizzativa della scuola estiva di politica delle donne dall’edizione del 2014, organizzata dalle funambole dal 2017. Si tratta di una scuola residenziale che si svolge ogni anno tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, con un tema specifico. La relazione tra donne, l’elaborazione collettiva ed il confronto profondo sia sul piano personale che su quello politico sono al centro di questa esperienza. Tutte dimensioni scelte e amate dalla sottoscritta!

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