La sposa marina

Nadia Tarantini, 11 gennaio 2019

Da quando sei piccola senti raccontare una storia che ti affascina e un po’ ti spaventa. Guardi attonita la foto del nonno, illuminata da una cornice d’oro. È imponente al tuo sguardo – misterioso. Crescendo cerchi di mettere insieme frammenti, indagare buchi neri, ricostruire il tessuto di esistenze che ti hanno influenzata profondamente.

E la storia lavora dentro di te, si mescola con le storie della tua vita, crea legami che si chiariscono nel tempo. Sì, stai capendo che quella nonna sempre in gramaglie, triste se non rideva a scoppi improvvisi quasi stonati (sorridere, mai!), aveva qualcosa dentro, qualcosa prima del lutto e del dolore. E questo qualcosa è giunto fino a te, alimenta la tua voglia di vivere e le tue scelte. «C’è qualcosa che non torna tra l’immagine ufficiale di quella donna diventata un’icona del dolore e la minuscola foto in bianco e nero con il bordo frastagliato che ha trovato di recente fra le cose di sua madre. (…) chi era invece quella giovane donna fotografata sulla spaggia? Marianna strizza gli occhi per il riverbero del sole, ha un ombrellino, forse di seta giapponese, appoggiato civettuolo a una spalla (…) È l’immagine di una donna volitiva, di carattere, con un suo stile rigoroso, persino alla moda. Il viso intelligente, curioso della vita».

È come una danza antica, Sono io la tua sposa marina di Donatella Borghesi, una danza in perfetto equilibrio fra gli slanci del cuore – e le ragioni sociali e politiche di un destino. Intrisa di nostalgia per un luogo lontano dalla Milano in cui vivrà Alberta, la protagonista, la principale voce narrante. Un luogo invece vicino ai sentimenti più segreti.

Viareggio. Viareggio prima dei vip e del turismo di massa; col porto e i calafati, la marineria che nel Novecento era la più famosa al mondo.

La trama cuce e rammenda saltando gli anni per cogliere, di ogni protagonista, il momento di svolta, il cambiamento, l’agnizione o il riconoscimento del punto cruciale di un’esistenza.

Avanti e indietro nel tempo, come fa la memoria cogliendo frammenti che si collegano o si inseguono sulle strade delle emozioni. Marianna, trentenne negli anni Trenta, ha lasciato in eredità ad Alberta una sessualità che «pretende»; e le ha consegnato la scrittura, per la nonna un segreto (come le crisi di nervi), per Alberta mestiere, passione – uscita felice da un’adolescenza ombrosa e da una giovinezza disordinata.

Eppure la protagonista di Sono io la tua sposa marina deve riconoscere che le radici su cui ha costruito, sin da bambina, la sua identità, i modelli in cui si è specchiata per crescere, sono stati uomini. Il padre, gli zii materni, il fratello (più piccolo di lei, ma inserito con tanto più agio nel mondo). Sullo sfondo l’ombra di Alberto/Titan, da cui tutto comincia, anche il romanzo: perché là c’è il punto di frattura, la linea rossa che spartisce il prima e dopo fra un’esistenza qualsiasi e una tragedia dagli echi (quasi) imperituri.

La tragedia mette semi dentro tutte le persone coinvolte – l’attaccamento morboso dei figli maschi alla madre Marianna, il silenzio angosciante della figlia femmina. E giù per i rami arriva ad Alberta, la chiama a sciogliere i nodi che son restati lì, e potrebbero ingombrare anche la vita della figlia, della nipote.

Sono semi di genialità e di ribellione, e pian piano Alberta, attraverso slanci e delusioni del Sessantotto e degli anni Settanta, attraverso il femminismo, li può raccogliere per costruire finalmente una genealogia femminile, consegnarla alla figlia Carlotta, danzatrice in filigrana contro le finestre di un’antica magione parigina, immagine che chiude il cerchio e dà senso al tutto.

Con una lingua impastata di reminiscenze toscane e in particolare della Versilia, in un andamento piano con passaggi poetici – Donatella Borghesi intona un canto che non riguarda soltanto lei, ma tutte le donne che, come lei, si sono dovute confrontare con figure femminili la cui forza e il cui valore sociale (e direi pure politico) hanno dovuto scoprire da sole, pagando prezzi alti.

Relazioni sentimentali e sessuali disordinate. Aborti. Rischi di illegalità. Sofferenze che restano senza parola. La sua generazione. La nostra. Quella che ha rotto gli argini e ha riscattato le Marianne piene di talenti senza espressione,   mute. Ce la restituisce, la nostra generazione, con scene di vita, dialoghi impeccabili, ritratti che non si dimenticano. Con le lettere che pazientemente ha collezionato. Tipica tessitura femminile, perché solo la memoria, rivisitata con gli occhi di oggi, può nutrire le emozioni che la invadevano confuse – e le permetterà di andare avanti.

Donatella Borghesi, Sono io la tua sposa marina, L’Iguana 2018

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Nadia Tarantini

Nadia Tarantini Scrittrice e giornalista. Esploratrice di molti mestieri, sin da giovanissima ha cercato la scrittura in molti luoghi, dalla vendita rateale di libri, al giornalismo e infine all’insegnamento… della scrittura, sia privatamente (“Le vie dei Cinque Sensi”) che nelle università. Solo nel 2017, a 71 anni, dopo una decina di altri libri, ha pubblicato il suo primo romanzo, “Quando nascesti tu, stella lucente” (L’Iguana), storia ambientata nel lontano 2346. Con Iacobelli, nel 2011, ha ripubblicato “Il risveglio del corpo. Dai sintomi alle emozioni l’arte della salute”, romanzo-saggio uscito nel 1996 presso La Tartaruga, che ha avuto quattro edizioni. A fine maggio 2019 il suo secondo romanzo, “Amore Inquieto”, nei Leggendari di Iacobelli. È vissuta fuggendo e cercando le storie dentro di sé e ha combattuto furiosi dubbi sul proprio valore attraverso la relazione con altre donne. La rivista Leggendaria e la Sil sono stati i luoghi privilegiati della sua “autorizzazione alla scrittura”.

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