Poesia erotica di una ladra di versi

Una Ladra di versi. Così Patrizia Valduga si definisce, autodenunciandosi, nell’Epilogo delle sue Poesie erotiche, uscite nel 2018. «E così solo adesso, quasi decrepita, capisco perché ho rubato tanti versi: per rendere omaggio, certo, ai poeti che amo, ma soprattutto perché molti di questi versi, non a caso tematicamente ricorrenti, mi riguardavano profondamente».
Valduga invoca i cento e i mille baci che Catullo implorava da Lesbia, si confronta con le «risonanze inaudite» dell’Erodiade di Mallarmé, con il tormento incestuoso della Fedra di Racine per dare spazio e voce a «un desiderio che non trova pace» e che si srotola nel susseguirsi e sovrapporsi di paronomasie e figure etimologiche, poliptoti e anafore che, ripetendo insistentemente un termine nell’arco di pochi versi, lo risemantizzano.
Valduga attinge a un repertorio consolidato dalla tradizione, a topoi come il vomere nella terra e il mare mugghiante, a echi facilmente riconoscibili quali la notte nera di pascoliana memoria, ma, un po’ come avevano fatto molte petrarchiste del Cinquecento, li risignifica piegandoli alle proprie esigenze espressive. Così, quando apostrofa un «misterioso spirito gentile» perché la spinga a non nascondere più «verità vergognose e voglie vere», non è difficile cogliere una sorta di ribaltamento dello stilnovismo che, erigendo la gentilezza a norma, ne aveva fatto il vessillo di un eros disincarnato, etereo, tutto sommato falso perché non corrispondente alla vita vera di corpi reali, in carne e ossa.
Sembra di leggere la medesima operazione poetica di Gaspara Stampa e di Veronica Franco che, nel serrato dialogo con i modelli consolidati da Dante e Petrarca, in un continuo oscillare tra citazionismo e presa di distanza, quando non sovversione del modello medesimo, sono riuscite a spiccare un originalissimo volo, creando una poesia erotica che dà voce alla materialità di corpi desideranti.
Analogamente la poesia di Patrizia Valduga, pur muovendo dalla tradizione, la vivifica irrorandola di un desiderio che viaggia sul binario eterosessuale, senza per fortuna essere eteronormato. Il fermo controllo della versificazione e dello schema metrico non disdegna scelte ardite, come troia in rima con gioia, e una collezione di situazioni e immagini che spaziano dalla masturbazione alle pratiche BDSM. A volte l’io lirico corrisponde al master, a volte alla «poeta/slave», bambina cattiva e capricciosa, che si piega volenterosa e vogliosa a lezioni di tenebre e d’amore per reclamare a gran voce il suo piacere. Un piacere non conforme, questa volta, a schemi tradizionali e consolidati, ma sempre alla ricerca di sperimentazioni e giochi nuovi, che non rifiutano la prostrazione, l’umiliazione, il dolore, che portano all’annientamento della coscienza: «stai svenendo, venendo, cosa c’è?».
Del resto, è lei stessa a ricordarci che la poesia e l’amore «si prefiggono un po’ di perdita di coscienza, un qualche smantellamento di quell’equilibrio infelice che è la nostra identità» e al tempo stesso a rassicurarci, precisando che «questo è solo un gioco, una finzione».
Eppure, una nota disturbante non smette mai di accompagnare la lettura e per questa via avvinghia chi legge, costringendoci a interrogare il nostro desiderio. In questo risiede la grandezza delle Poesie erotiche di Patrizia Valduga: nella fascinazione, nella capacità dell’io lirico di trascendere l’io lirico medesimo e farsi eco che risuona tra le pieghe recondite di un eros che, proprio come la parola poetica, si è impoverito, appiattendosi sulla norma e sulla consuetudine, ha perso non solo ogni sfumatura, ma anche il coraggio e la forza di osare, riducendosi a cicaleccio massmediatico quando esce dal perimetro del privato. I versi furiosi tenuti insieme dalla camicia di forza della forma, invece, strabordano i limiti del privato per farsi parola poetica e politica che aggancia e interpella i desideri reconditi, repressi, inconfessati di chi legge: «stai svenendo, venendo, cosa c’è?».

 

Patrizia Valduga, Poesie erotiche, Einaudi, 2018, pp. 288, € 16,00.

PASSAPAROLA: FacebooktwitterpinterestlinkedinFacebooktwitterpinterestlinkedin GRAZIE ♥
The following two tabs change content below.

Antonella Festa

Docente di materie letterarie e blogger. Nel 2010 è docente di italiano nel carcere di massima sicurezza di Spoleto e racconta l’esperienza, scolastica ed umana, nei suoi Appunti di una precaria dal supercarcere, che vincono il concorso letterario Lune di primavera, organizzato dal Comitato internazionale 8 marzo di Perugia. Dalla narrativa, si concentra sulla critica femminista, traducendo articoli di Paul Beatriz Preciado, Brigitte Vasallo, Christine Delphine e scrivendo per blog e testate indipendenti come Femminismo a sud, Abbatto i muri, Incroci De-generi, Carmilla online. Dopo un lungo periodo di nomadismo e precarietà, lavorativa ed esistenziale, oggi è docente di ruolo presso il Liceo classico Vittorio Emanuele II di Lanciano (Ch), dove ha curato il progetto “Un altro genere di poesia”, da cui è nato il saggio Né d’altri son che mia, Carabba 2017, scritto insieme alle sue alunne e ai suoi alunni.

Ultimi post di Antonella Festa (vedi tutti)

Categorie
0 Comments
0 Pings & Trackbacks

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.