Prigioniera della vergogna

Nada Pesetti, 06 gennaio 2019

È appena uscito in una nuova traduzione (dopo quella Rizzoli del 1999) La vergogna, ancora un testo breve di Annie Ernaux scritto nel 1996, a comporre quel quadro famigliare e sociale che l’autrice va ricostruendo e che più ampiamente viene studiato ne Gli anni. E il termine studio non è casuale, se l’autrice stessa dice di guardare foto, abiti e oggetti (sue foto, suoi oggetti) del 1952, quando aveva dodici anni, con la distanza dell’etologo.

“Per raggiungere la mia realtà di quell’epoca posso affidarmi soltanto alla ricerca delle norme e dei riti, delle credenze e dei valori che definivano gli ambienti sociali, la scuola, la famiglia, la provincia, nei quali ero immersa… portare alla luce i linguaggi che mi costituivano… essere, insomma, l’etnologa di me stessa.”
Nel giugno 1952 ha luogo la scena, innominabile per lei fino all’atto di scriverne più di quarant’anni dopo: il padre aggredisce con violenza la madre. Rivelandolo qui non si anticipa niente, dal momento che è dichiarato dalla prima riga: “Mio padre ha voluto uccidere mia madre una domenica di giugno, nel primo pomeriggio. Io ero andata alla messa di mezzogiorno meno un quarto come al solito. Dovevo essere passata a prendere dei dolci dalla pasticceria…”
È la distanza dei molti anni trascorsi ma ancor più la mancanza di emozione che permettono di dare le parole alla scena che era rimasta sempre “muta”. Ma aver dato voce al “terrore di quella domenica… senza parole” non basta: “appare sfocata, ancora muta… averla messa giù a parole non ha cambiato la sua assenza di significato”.
Quello che affiora dal fondo di quella esperienza è la vergogna. Quella domenica di giugno segna il discrimine, la diversità, la macchia: “ non sono più degna. Sono entrata nella vergogna.” L’indagine procede impietosa, impudica si può dire, a scarnificare le apparenze della vita piccolo borghese, della provincia normanna, degli anni ‘50, a radere via la vernice che stende una patina normale, perbene, su tutto, educazione cattolica e differenze di classe.
Dentro lo scavo su questo sentimento vergognoso si apre quindi la ricostruzione perché ne sia possibile la demolizione, di regole e riti: della scuola privata e della parrocchia, del linguaggio famigliare e di quello colto, dei negozi del paese e della città (Rouen), delle passeggiate, del viaggio a Lourdes. “Per via del color polvere delle demolizioni e delle ricostruzioni del dopoguerra, dei film e dei libri di scuola in bianco e nero, dei cappotti e dei soprabiti scuri, il mondo del 1952 mi appare uniformemente grigio…”. Un mondo manicheo che pare immobile, fisso: quello che si deve fare e quello che non si deve, la scuola cattolica e la scuola laica, “qui nulla si pensa, tutto si compie.”
Ernaux esamina la bambina Annie che è stata, guidata da due imperativi categorici, la religione e la scuola, che si identificano, prigioniera di un codice e del tutto ignara che ne esistano altri, come in genere è proprio dell’infanzia, ignara allora e ancora incredula poi che si potesse rappresentare Ionesco mentre lei leggeva Delly.

In questo puzzle in progress cui si sacrifica l’emozione a tutto vantaggio della passione dell’intelligenza, possiamo continuare ad aggiungere tessere. Lo studio etnologico e la scrittura di Ernaux non hanno una fine poiché “le persone non smettono mai di ricordare”. 

Annie Ernaux, La vergogna, traduzione di Lorenzo Flabbi, L’Orma, 2018

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Nada Pesetti

fotografa e poeta, vive a Genova

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One Comment
  1. elvira boselli

    Mio padre non ha ucciso fisicamente mia madre, però mi permetto di identificarmi con le parole della vostra presentazione e con la resa degli anni ’50, socio politica, antropologica e nei colori che vengono evocati.

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