Un’inviata negli harem di Salonicco

Laura Ricci 16 dicembre 2018

Poeta, viaggiatrice e scrittrice, poliglotta, femminista, Jelena Dimitrijević (1862-1945) sembra più una donna dei nostri tempi che non dei decenni a cavallo tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento durante i quali ha vissuto e operato. Lo evidenzia Marija Mitrović nell’introduzione al volume “Lettere da Salonicco”, in cui vengono pubblicate per la prima volta in italiano, le dieci missive che dalla città macedone, all’epoca ancora parte dell’impero ottomano, Jelena indirizzò tra l’agosto e il settembre 1908 all’amica Luisa Jakšić, insegnante presso la Scuola Superiore Femminile di Belgrado. Per la loro attualità le lettere furono subito pubblicate a puntate sulla rivista serba Srpski književni glasnik (Messaggero letterario serbo) e già nel 1918, a Sarajevo, dall’editore I. D. Durđević; più recentemente in un’edizione bilingue in serbo e greco (Loznica, Karpos, 2008) e in una in lingua inglese (Piscataway, New Jersey, Gorgias Press LLC, 2017).
Della contemporaneità di questa scrittrice finalmente fruibile anche in italiano, testimoniano sia la biografia sia lo stile di scrittura, spigliato, diretto, senza fronzoli, con l’andamento di un reportage che, senza sacrificare una punta di affettuosa familiarità epistolare, presenta il taglio documentario del migliore giornalismo di viaggio.
Jelena era nata a Kruševac, nella Serbia centrale, da un secondo matrimonio di Stamenka Knez con il ricco commerciante Nikola Miljković. Dopo la morte del padre, a nove anni si trasferisce con la madre ad Aleksinac, presso un ricco fratellastro che possiede una cospicua biblioteca. Ed è qui che, da autodidatta, comincia a leggere alacremente e a dare forma alla sua ampia cultura cosmopolita, mostrando tra l’altro una particolare predisposizione per le lingue straniere: leggeva, parlava e scriveva in inglese e francese, conosceva il tedesco, il greco, l’italiano e il turco, l’idioma dell’impero che aveva dominato la Serbia per quasi cinque secoli. Aveva cominciato a studiare il turco a Niš – città diventata da turca a serba nel 1878 – quando vi si era trasferita nel 1881 a seguito del suo matrimonio con Jovan Dimitrijević, ufficiale d’artiglieria e accanito lettore, proprietario di una biblioteca che andava ampliando costantemente. E aveva voluto apprenderla perché desiderava capire lo spirito della cultura ottomana ed entrare in contatto con le donne degli harem, sia turche che islamizzate. Lo aveva già fatto a Niš, pubblicando nel 1897 “Lettere da Niš sugli harem” (Pisma iz Niša o haremima). Poi, per conoscere meglio la vita delle musulmane aveva viaggiato insieme al marito a Skopie, Salonicco e Istanbul.
Quando nel luglio 1908 comincia a Salonicco la rivoluzione dei Giovani Turchi, apprendendo dai giornali che l’auspicata democratizzazione stava modificando anche le abitudini delle donne e che queste si erano tolte il velo, come una vera e propria inviata speciale cambia la meta di un viaggio già programmato per l’Europa occidentale e, insieme al marito, raggiunge la città: vuole vedere con i propri occhi e sentire con le proprie orecchie dalle dirette interessate quali sono i cambiamenti determinati dalla rivoluzione nella vita delle donne islamiche. Jelena resta a Salonicco sei settimane. Grazie alla sua non comune capacità di relazione, a rapporti con persone più o meno influenti e alla conoscenza del turco, oltre a osservare quanto accade politicamente in città riesce a introdursi in alcuni salotti e negli harem. Per scoprire che è difficile decifrare fino a che punto fossero vere le notizie sullo svelamento del volto e ancor più decifrare il quadro delle donne islamiche di Salonicco, che è molto più variegato e complesso di quanto si dica e si sappia e, soprattutto, attraversato da fermenti culturali e sociali e da istanze che vanno ben al di là dell’adozione o meno degli indumenti tradizionali. Nello strabiliante incrocio di culture della città, turca ancora per poco (resterà sotto il controllo ottomano fino al 1912), dove la metà dei 150.000 abitanti sono ebrei che convivono pacificamente con musulmani e cristiani e in cui, per le effervescenze democratiche della rivoluzione dei Giovani Turchi, sono in arrivo nuove e consistenti migrazioni di Greci e di Bulgari, Jelena Dimitrijević frequenta le musulmane e le dunmeh, ossia le donne appartenenti a famiglie ebraiche che, pur mantenendo la fede degli antenati, avevano assunto gli usi dell’islam. Sono loro che per prime si sono tolte il velo e si sono mescolate agli uomini, ma la stratificazione sociale appare complessa e trasversale. Vi sono, sia tra le dunmeh che tra le musulmane, le anziane che restano ancorate alla tradizione, e quelle che Jelena definisce “nuove”: donne aperte e intelligenti che conoscono e assimilano la cultura occidentale, parlano francese e seguono gli usi parigini, ma sono restie a togliere il velo e a ricevere gli uomini nei loro spazi, con la motivazione che i cambiamenti sono politici mentre l’abbigliamento fa parte della tradizione e della religione. A partire dalle contrastanti conversazioni negli harem e non solo, corre anche il dubbio, nella scrittrice, che le giustificazioni addotte altro non siano che un modo per compiacere il bisogno di dominio e l’inestirpabile gelosia maschile, un prudente ancorarsi alla consuetudine mentre nell’animo premono pulsioni ribelli e desideri di una più completa libertà. Questa dialettica femminile tra conservatorismo islamico e spinte all’occidentalizzazione, di cui Jelena Dimitrijević rende conto attraverso testimonianze e le sue personali osservazioni, è quanto mai interessante e attuale: oggi come allora resta, nella società turca, una questione aperta, specie considerando la reviviscenza di idee e costumi tradizionalisti dovuta alla stretta politica dell’odierna Turchia. Le dieci lettere da Salonicco conducono chi legge in un’immersione di grande interesse non solo nell’universo femminile, ma nell’intera storia quotidiana di questa terra balcanica di frontiera: gli usi di varie e diverse etnie, le relazioni familiari e sociali, le atmosfere cittadine in questo scorcio di inizio secolo che prelude alla Prima guerra dei Balcani e alla caduta e allo smembramento dell’impero ottomano, irrompono nelle pagine attraverso descrizioni e considerazioni acute, stringenti, talvolta appassionate talvolta ironiche. Il volume è inoltre corredato da foto d’epoca che rendono più semplice e al tempo stesso suggestivo orientarsi in spazi muliebri e sociali di non facile decifrabilità. Rimasta vedova nel 1915 Jelena continua a viaggiare in Europa e nel mondo, sempre mettendo al centro dei suoi viaggi e dei suoi scritti i contatti con le rappresentanti dei movimenti delle donne, sempre confrontandosi con grande apertura con culture e religioni diverse. La sua intelligenza, la sua versatilità multiculturale e il suo attivismo testimoniano di un’eccellenza di pensiero e di una libertà femminili che, a conoscerle e a saperle riconoscere, sono sempre esistite. 

Jelena Dimitriević, Lettere da Salonicco, Traduzione e cura di Ginevra Pugliese

Trieste, Vita Activa Edizioni, 2018, Pag. 142, € 14,00

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Laura Ricci, scrittrice e traduttrice, ha viaggiato in molti luoghi e abitato in diverse città. Vive a Orvieto. Collabora con alcune riviste letterarie, fa parte della Società Italiana delle Letterate e ha pubblicato varie opere in poesia e prosa. Tra le pubblicazioni più recenti: i racconti di Dodecapoli (LietoColle, 2010) e, in poesia, La strega poeta (LietoColle, 2008), le traduzioni poetiche di e Io sono una Rosa (LietoColle, 2013), il poema bilingue In viaggio. Grani di Saudade - Travelling. Beads of Saudade (La Vita Felice, 2015), Rose di pianto (La Vita Felice, 2017).

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