Non tutto il mondo è paese

Michela Marocco, 16 dicembre 2018

“Ogni pena può essere sopportata se la si narra, o se ne fa una storia”,  scriveva Karen Blixen. Al festival cagliaritano Pazza idea, ha partecipato anche il Concorso Lingua Madre con una delle sue autrici, l’argentina Marcela Luque e Luisa Ricaldone, presidente della Società delle letterate e giurata del CLM. Il Concorso restituisce voce pubblica alle donne che arrivano da luoghi lontani.

Michela Marocco

In novembre il Concorso Lingua Madre ha partecipato a Pazza Idea, il festival cagliaritano che esplora gli scenari sociali e culturali della contemporaneità attraverso la capacità interpretativa e divulgativa dei libri. La VII edizione portava il titolo di Femminile Plurale ed era dedicata alla visione femminile nei libri, nel lavoro, nell’arte, nelle relazioni.

Il Concorso LinguaMadre (CLM) ha partecipato a un incontro su questi temi, coinvolgendo Marcela Luque, autrice CLM, e Luisa Ricaldone, che presiede la Società italiana delle Letterate e fa parte del Gruppo di studio e della giuria del CLM.

“Ogni pena può essere sopportata se la si narra, o se ne fa una storia”, recita il noto esergo,tratto da Isak Dinesen, più nota con lo pseudonimo di Karen Blixen, posto inapertura del capitolo L’azione di Vita activa di Arendt”, ha spiegato Luisa Ricaldone illustrando la storia del concorso Lingua Madre. A suo parere i primi racconti ponevano l’io in primo piano; si trattava dibrani di autobiografia, la “storia dei poveri” – come è stata definita –  che dava parola a chi non l’aveva. Questo dire, questo dirsi, produceva cambiamento e, ancor prima, poteva avere un’azione taumaturgica. “Quando si racconta la vita, tutto cambia” – dice la protagonista del romanzo Quaderno proibito di Alba De Céspedes; che è poi il ruolo stesso che Lonzi attribuisce alla scrittura del proprio diario”, ha spiegato.

Ricaldone ha quindi posto l’accento su diverse parole chiave che costituiscono la fisionomia delle narrazioni raccolte nell’antologia appena pubblicata, Lingua Madre Duemiladiciotto – Racconti di donne straniere in Italia (EdizioniSEB27), analizzando i tratti in comune delle storie. Alcune modalità sono proprie dell’autocoscienza o meglio del “partire da sé”: il raccontarsi in un contestonon giudicante, dove ciascuna viene riconosciuta dalle altre e dove ciascunariconosce le altre, rappresenta la scelta iniziale. “Riconoscimento”, infatti, è stata un’altra parolachiave cui è seguita “separatismo” visto che i gruppi sono costituiti esclusivamente da donne.

Ricaldone ha anche osservato come i racconti scaturiscano sovente nei corsi di lingua o comunque in uno spazio di apprendimento comune, nel quale, nonostante vi sia una donna che ne sa di più, essa non tende a istituire rapporti verticali, bensì a sollecitare relazioni paritarie. Una giovane rom,per esempio (nel racconto Mi chiamo Munira, sono una zingara) scrive che, non sapendo né leggere né scriverebene, si affida a una “occasionale voce narrante” che “esprime i miei sentimenti, raccoglie i miei desideri”.

Si può parlare di “affidamento”? “La relazione e l’affidamento sono un dato costitutivo del modo di procedere nel mondo delle donne: una forza che, per ciòche mi riguarda, mi autorizza a pensare, progettare, realizzare” sosteneva Aida Ribero. L’affidamento a un’altra donna che ne sa di più (in quello specifico ambito) autorizza la presa di parola.

Altro termine individuato è stato “cambiamento”. Il desiderio di cambiamento è sotteso alle parole di queste donne. Esso può avvenire attraverso la solidarietà; oppure con l’improvviso superamento della paura e della timidezza, come racconta la donna colombiana spaurita del CTP di Cuneo (racconto contenuto nell’antologia Lingua Madre Duemilatredici), che non ha neppure il coraggio di presentarsi, tanto prova disagio; ma poi “in un attimotutto cambia e tutto l’universo femminile racchiuso qui mi dà pace, mi dà conforto, mi aiuta a liberarmi dal fantasma del fiume che scorre veloce, dalla mia corsa senza fiato, dal muro nero che mi aspetta sempre alla fine delle mie corse senza fiato”.

Tenuto conto che per cambiare queste donne hanno abbandonato tutto e sono approdate in Italia, la presidente della Sil ha detto che si può anche parlare di “gocce di narrazioni del divenire, di momenti di un racconto di formazione sempre in fieri. Ma c’è di più: c’è che queste donne si sono autorizzate a desiderare – come scrive Muraro – sono in grado di esprimere i loro desideri, perché hanno superato il silenzio con la presa di parola. Un traguardo straordinario”.

Dopo aver evidenziato la trasformazione nel tempo dei racconti analizzando i temi cucina/cibo escuola/istruzione, usandoli come una sorta di “cartina al tornasole” letteraria, Ricaldone è entrata in dialogo con Marcela Luque. Affrontando le parole chiave individuate, Luque è partita dalla sua esperienza personale, che l’ha portata da Buenos Aires a Torino insiemeai suoi due figli, lasciandosi alle spalle un passato di giornalista e blogger. “Mi è sempre piaciuto scrivere e ho trovato in questo concorso una grande apertura– ha detto – e la possibilità di avere voce, anche e soprattutto quando ci sitrova in un Paese straniero, è una opportunità meravigliosa di creatività e interazione”.

Ecco quindi “Non tutto il mondo è paese”– il racconto di Luque pubblicato in Lingua Madre Duemiladiciassette – chesi inserisce nel discorso sul rapporto tra migrante e nativo/a e che le haofferto lo spunto per una riflessione sul fatto di dare spesso per scontato illegame con il posto in cui si è nati. La dimensione identitaria el’appartenenza territoriale, invece, sono elementi importanti ma distinti. “Estero significa laddove non ci si sente a casa – si legge nel suo racconto – e quello che c’è scritto sul passaporto non basta a definire l’identità”.

Hind dappertutto“, che ha vinto il Terzo Premio della XIII edizione del Concorso ed è pubblicatoin LinguaMadre Duemiladiciotto, ha poi suscitato una discussione sul legame tra donne, anche e soprattutto quando queste appartengono a diverse religioni o culture assai lontane fra loro. La relazione fra donne nasce al di là degli stereotipi e nel confronto della vita quotidiana, reale, quella che ogni giorno faceva incontrare le protagoniste del racconto di Luque davanti alla scuola dove andavano a prendere i rispettivi figli.

La scrittrice argentina racconta, in terza persona, la vita e l’amicizia tra due donne di nazionalità e religioni diverse, unite per la vita da un sottile ma fortissimo legame di appartenenza al genere femminile, un sentimento che supera le differenze e aiuta a vivere. Dietro all’atteggiamento di Hind si riflette un bagaglio di valori che accomuna molte donne straniere in Italia.

Storie, speranze,desideri che hanno messo in luce come “la mia voce sia così simile alla tua” e che hanno sollecitato numerosi interventi da parte del pubblico. Un incontro la cui conclusione ha combaciato perfettamente con quella del racconto di Marcela Luque:  “Hind c’era anche lì, in prima fila. Per dimostrare che ci sono rapporti talmente intensi che trascendono i confini del tempo e dello spazio per diventare di un’immensità tale che neanche i tornanti del tempo riescono a cancellare”.

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Michela Marocco

Michela Marocco (Moncalieri, 1987) vive a Chieri, in provincia di Torino. Dopo la laurea in Letterature Moderne Comparate presso l’Università degli Studi di Torino, si trasferisce a Edimburgo, dove studia e lavora per due anni. Ritorna in Italia per seguire un master in storytelling e performing arts alla Scuola Holden di Torino, specializzandosi in Crossmedia. Ha seguito diversi progetti in ambito museale con importanti realtà torinesi come il Museo Egizio e Lavazza. Ora collabora con il Concorso letterario nazionale Lingua Madre come social media editor.

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