L’ossessione dell’orrore

Clotilde Barbarulli, 03 dicembre 2018

Nona Fernández recupera la memoria dolorosa del Cile sotto Pinochet nel suo libro “La dimensione oscura”. Lo fa a partire da un agente che nel 1984 decise di fornire dettagli e particolari sugli torture e omicidi perpetrati dal regime. Un fatto vero che colpì l’autrice allora adolescente.

Clotilde Barbarulli

Nella preparazione del Convegno “De/clinare percorsi di sottrazione nelle narrazioni di movimenti, pratiche, corpi” che si terrà al Giardino dei Ciliegi 7-9 dicembre, ho incontrato una scrittrice e sceneggiatrice cilena, Nona Fernández, estremamente interessante per il suo disconnettersi dai paradigmi del potere che cercano di controllare memoria e immaginario. Rientra in quel filone letterario chiamato letteratura testimoniale che si apre anche a testimonianze non derivanti dall’esperienza diretta, ma dall’abbracciare il vissuto delle vittime, raccogliendone e raccontandone le storie.

La scrittura, nel rapporto tra creazione e società, è un atto di solidarietà storica (Barthes), una scrittura che rievoca il passato per impedirne l’oblio, riconoscendo il valore sociale del trauma e tendendo a creare una memoria collettiva, politica e culturale, di resistenza a disposizione di chi legge, al di là di temporalità e frontiere.

Il racconto parte da un famoso episodio che sconvolse l’opinione pubblica cilena in piena dittatura: il 27 agosto 1984 un uomo alto, magro, moro, con folti baffi neri arriva negli uffici della rivista di opposizione, “Cauce”, per raccontare tutto ciò che sa sui sequestri e le torture. È un agente dei servizi segreti che fornisce dettagli e particolari sugli orrori perpetrati dal regime fascista di Pinochet, pubblicati poi in un resoconto che colpisce l’autrice allora adolescente.

È nello “spazio” dell’infanzia – racconta in un’intervista – che sono ancorate le immagini fondanti della sua vita, che coincidono con un momento violento della storia del suo paese. La memoria conserva e seleziona i fatti, li colora, “li ascolta, ha bisogno di loro”, è “come il pane, ha bisogno di riposare e lievitare per restituire il suo sapere più autentico” specie quando si riferisce a violenze e abusi, spiega l’uruguaiana Edda Fabbri.

Fernández ha passato parte della sua vita a ricostruire quelle vicende che l’hanno ossessionata: “Perché riesumare una storia iniziata oltre quarant’anni fa? Perché parlare ancora di sevizie, scariche elettriche e topi? Perché parlare ancora di sparizioni di persone?”.

Ma – si chiede – all’uomo era sufficiente confessare per espiare le proprie colpe, per prendere distacco dal male? a cosa pensava l’uomo con i baffi quando i prigionieri venivano condotti in un luogo isolato e finiti con un colpo di pistola?

Nona Fernández recupera la memoria dolorosa del Cile sotto Pinochet e percorre le strade della sua città per dare voce a donne e uomini sequestrati, torturati e uccisi, ricreando così “storie rimaste in sospeso, racconti lasciati a metà,  dettagli non menzionati”, grazie all’immaginazione che svela un mondo “fatto di sostanza e ombre, di oggetti e idee”.

Non cerca solamente di ricostruire i giorni successivi alla confessione del torturatore, il suo percorso di uomo che “si coricava e si alzava con addosso l’odore di morto”, ma restituisce, grazie alla forza dell’immaginazione e al potere della letteratura, i pezzi mancanti della vita delle sue numerose vittime, così ad esempio, la storia di  Josè e Marìa Teresa Weibel: nel marzo del 1976, come sempre, accompagnano i due figli a scuola in autobus, sembra una delle solite mattine, ma sono all’erta perché sanno di essere sorvegliati (Josè è figura di rilievo del Partito comunista). Non si accorgono di essere subito circondati dai nemici, fra cui l’uomo delle torture, che creano un diversivo per una borsa rubata, accusano Josè, e nella confusione lo fanno scendere fra gli altri viaggiatori impauriti.

La scrittrice si augura che Josè sia riuscito almeno a imprimersi in mente l’immagine affettuosa e sorridente della famiglia: l’uomo delle torture disse che subì un duro interrogatorio e poi fu fatto sparire, per dargli il colpo di grazia forse nella cordigliera andina gettandolo nel fiume con pietre ai piedi e le dita mozzate per rendere difficile l’identificazione: “Nemmeno la mia immaginazione sconfinata può nulla contro tutto ciò”. Scrive ricorrendo spesso al procedimento retorico dell’anafora allo scopo di enfatizzare parole ripetute per comunicare quei momenti tragici, in un periodare incalzante come quando i ricordi e le immagini si affollano con urgenza emotiva.

Nona Fernández ci racconta di un Cile prostrato dal peso del proprio passato, di un inquietante territorio dove ogni cosa – animata e inanimata – è la voce di un fantasma che chiede attenzione, perché erano “tempi di corpi feriti, carbonizzati, crivellati e sgozzati”. Proprio come nella popolare serie americana della fine degli anni cinquanta, “Ai confini della realtà”, la confessione dell’agente diventa così come un messaggio inviato dall’altro lato dello specchio, “un territorio ampio e oscuro che sembra lontano, ma che si trova vicino come l’immagine che lo specchio ci restituisce ogni giorno”.

In questa ricerca del passato, riflette sul Museo della memoria e dei diritti dell’uomo inaugurato nel 2010 al tempo di una “democrazia tutelata dai militari”, e ricorda che nell’occasione due donne, sorelle di giovani assassinati, turbarono la cerimonia ufficiale urlando e denunciando: “ridestano la memoria, la mettono in contatto con il presente” creando disagio e fastidio. Ed “è proprio quest’aria di pericolo e agitazione che dovremmo sempre respirare”, afferma, affinché le ingiustizie del passato pulsino nelle vene del presente.

Fernández, profondamente implicata con la Storia del suo paese, ha la volontà, etica e politica, di elaborare e trasmettere i vissuti delle persone uccise dando loro corpo e voce attraverso la scrittura.  Nel discorso tenuto il 29 novembre 2017 a Guadalajara per il premio Sor Juana Inés de la Cruz proprio per questo libro, afferma che è “un dovere usare per dinamite una poesia”. E lo fa riprendendo storie udite negli anni della dittatura per costruire una memoria collettiva “viva”, “fatta con i ritagli dei ricordi” di tutt*, fra poesia e prosa, tra cronaca e invenzione, in una scrittura che esprime il dolore sottraendosi alla Storia ufficiale.

 

 

Nona Fernández, La dimensione oscura, traduzione di Carlo Alberto Montaldo, Gran via 2018, pp.213, euro 16,00

Roland Barthes, Il grado zero della scrittura, Einaudi 1982

Edda Fabbri, Oblivion, Salerno 2012.

 

 

 

 

 

 

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Clotilde Barbarulli

Clotilde Barbarulli collabora attivamente con associazioni quali il Giardino dei Ciliegi di Firenze, la Libera Università Ipazia, la Società Italiana delle Letterate. Si occupa di autrici contemporanee fra lingue e culture e di scrittrici '800/900. Tra le sue pubblicazioni: con L. Brandi, I colori del silenzio. Strategie narrative e linguistiche in Maria Messina (1996); con M. Farnetti, Tra amiche. Epistolari femminili tra Otto e Novecento (2005); con L. Borghi Visioni in/sostenibili. Genere e intercultura (2003), Forme della diversità. Genere, precarietà e intercultura (2006), Il Sorriso dello Stregatto (2010)."Scrittrici migranti: la lingua, il caos, una stella" (ETS 2010),

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