Resistenza femminista

Clotilde Barbarulli, Liana Borghi, 16 novembre 2018

De/clinare è il titolo del convegno che si terrà dal 7 al 9 dicembre a Firenze al Giardino dei Ciliegi. Fuori e dentro i luoghi del potere il percorso della Sil fiorentina si dipana tra il movimento delle “donne di colore” di Donna Haraway e giunge fino a Audre Lorde e Ursula Le Guinn. Per de-colonizzare i saperi e l’immaginario e sottrarli al predatorio dominio capitalistico.

Clotilde Barbarulli e Liana Borghi

 

Al Gardino dei Ciliegi di Firenze, stiamo preparando il convegno del 7-9 dicembre, “DE/CLINARE percorsi di sottrazione nelle narrazioni di movimenti, pratiche, corpi”.  Scegliendo il “de” per indicare sottrazioni a concetti, campi, azioni, situazioni che concorrono all’oppressione o all’esclusione, ci è sembrato importante lavorare sul passaggio dal post-colonialismo al de-coloniale, teorizzato e praticato al fine di de-colonizzare i saperi e l’immaginario per sottrarli al predatorio dominio capitalistico. Il de – opponendosi alla proliferazione di ciò che ha oppresso e opprime con violenza, sfruttamento e dominio — può esprimere antitesi e aprire a un valore nuovo, può trasportare verso altri luoghi politici, culturali, sociali, può affermare come vorremmo vivere, invitando a de-naturalizzare i rapporti di potere.

 

Nei contesti più vari esistono pratiche di resistenza femminista e dis-apprendimento della visione capitalista e coloniale che possono contribuire a una lettura critica delle categorie con cui analizziamo la contemporaneità. Per esempio, il femminismo de(s)coloniale, afferma Marìa Lugones (2007, 2010), considera il genere una imposizione coloniale che ha assistito fin dall’arrivo di Colombo alla de-umanizzazione dei corpi dei popoli, colonizzati nelle Americhe tramite razzismo, sessismo e lo sterminio dei saperi. Questo ci ha fatto riflettere sui tanti testi di scrittrici e pensatrici incontrati negli anni alla ricerca di resistenza e opposizione ai paradigmi dominanti, tra questi un gruppo di “donne di colore” vicine a Donna Haraway – della quale ci siamo occupate in particolare nel convegno su Fare Mondo dello scorso dicembre.

Nella storia del femminismo nord-americano degli anni Ottanta il movimento delle “donne di colore” è emerso ad affrontare “le conseguenze emergenti dalla decolonizzazione”, ha scritto Donna Haraway.  Nel capitolo sulle “Identità fratturate” del suo Manifesto cyborg (1985/1995/2018) riconosce il contributo delle femministe chicane in risposta alla “terribile esperienza storica delle contraddittorie realtà sociali di patriarcato, colonialismo e capitalismo”.  In un periodo di crisi di identità politica, Haraway propone come rimedio coalizioni per affinità e non per identità, perché un soggetto “collettivo e personale, decostruito e riassemblato nel contesto di umanità, scienza, natura e tecnologia” è necessario per un mondo in trasformazione.

Fuori e dentro i luoghi del potere si può e si deve teorizzare usando l’esperienza pratica del vivere, resistendo, contestando, sottraendosi — dicono lesbiche femministe chicane e caraibiche come Moraga, Anzaldúa, Lorde, Cliff. Teorizzando la sua esperienza di marginalità frontaliera nella zona tra Messico e Stati Uniti, ripetutamente violata e conquistata nei secoli, dove “il soggetto è in perenne trasformazione e movimento”, Anzaldúa  (Borderlands/La Frontera 1987/2000) scrive che sul confine  ibridità e coscienza meticcia si traducono in un sapere diverso. Chela Sandoval, nella Metodologia degli Oppressi (2000) teorizza un soggetto oppositivo e la coscienza differenziale di una identità politica postmoderna nata dall’alterità, la differenza e la specificità delle lotte, che dal margine e dalla frontiera si oppone all’esclusione sociale e culturale del sistema patriarcale WASP.

Nel loro programma troviamo formazioni tipiche del decoloniale: la coscienza oppositiva, la frontiera, la separazione razziale del sapere, il movimento differenziale, la critica antirazzista e antisessista, la politica dell’identità trans, l’amore come movimento sociale. Da un lato un movimento identitario per la giustizia sociale, dall’altro politiche di resistenza e sottrazione al dominio, basate su un sapere altro, sulla contestazione degli apparati sociali descritta da Esteban Muñoz (2009) come una pratica di dis-identificazione, e l’identità come un dispositivo di protesta verso ruoli sociali stabiliti, come performance del rifiuto di un contratto sociale obbligato. Non si trattava di una richiesta di inclusione, ma una dichiarazione di posizionamento che ritroviamo nelle parole recenti di Angela Davis: “non vogliamo essere inclusi in una società razzista e capitalista che valuta la società più degli esseri umani” (29/5/18).

A suo modo, anche il femminismo decoloniale contemporaneo pone in questione e contesta lo sguardo prodotto dal femminismo liberale ed eurocentrico per la sua connivenza con la modernità, con il colonialismo (colonialidad) e con la ragione razzista, spiegano Teresa De Martino e Gea Piccardi (DWF 2017). Dagli studi decoloniali ci arriva un’ulteriore spinta a mettere in discussione una serie di assunti del modo di pensare dominante, importanti per continuare ad andare al di là dei modi consueti di vedere il mondo.

L’invito alla disobbedienza epistemica come opzione decoloniale viene non solo, ma più specificamente, da Walter Mignolo (2011), a dissociarci dai paradigmi distorti del sapere che guastano e rovinano le promesse di libertà della modernità e dell’immaginario imperiale mondiale: “bisogna aprire le porte a un altro pensare”, scrive, al pensiero critico nato dalle ferite coloniali, dal confine e dall’esclusione, cercando altre modalità economiche, politiche, sociali, soggettive.

Marìa Lugones sottolinea una intrinseca colonialità della moderna nozione di genere che col colonialismo si afferma come categoria binaria e gerarchica coestensiva alla categorizzazione, altrettanto binaria e gerarchica, di razza. Decolonizzare implica non accettare i termini del discorso dominante, tra questi il binarismo maschile/femminile – due significanti che sono mutualmente implicati e reciproci tanto quanto bianco/nero, omosessualità/eterosessualità — e proprio per questo aperti e permeati da una molteplicità di differenze e di identità trasversali (incluse tutte le forme di transito tra genere e sesso) capaci di destabilizzare, eccedendo e contestando, queste stesse categorie. Secondo Alessia Drò (2016), Lugones formula “domande che segnano il cammino verso pratiche di lotta femministe situate che vedono nell’interstizio del margine la possibilità di sovvertire le proprie categorie, non solo per mezzo della produzione discorsiva, ma anche per mezzo della trasformazione dei propri modi di vita nell’incontro e nel rispetto delle differenze in dis-apprendimento continuo dalla modernità capitalista e coloniale.”

Parlare più ampiamente di colonialità dei rapporti di potere, permette quindi di approfondire come l’attuale sistema di produzione capitalistica abbia costruito le sue fondamenta a partire da un sistema di appropriazione coloniale e patriarcale. Fra le scrittrici e studiose incontrate, Ursula Le Guin ci mostra un percorso (1974, The Dispossessed: An Ambiguous Utopia; trad. I reietti dell’altro pianeta) dove esistenza, società e politica dipendono dal de-clinare momento per momento la propria dis/identificazione sia con il capitalismo egemonico sia con un anarchismo burocratizzato che nel contrastare le leggi della proprietà dimentica la solidarietà, l’affettività e l’etica individuale.

Il nostro percorso dissidente continua rivolgendosi anche a narrazioni che dall’America latina irrompono nell’attuale spazio discorsivo, come veicoli di una memoria alternativa e contrappuntistica capace di perturbare l’attuale algebra del potere e gli archivi tradizionali del sapere e della cultura occidentale. Quindi tendiamo alla sottrazione nel senso di Badiou (1992), sia come disobbedienza epistemica per scollegarsi dai paradigmi distorti del sapere propri della colonialità, sia per pensare con un pensiero critico di confine a futuri nuovi e migliori (Muñoz). Ma l’immaginare nuovi orizzonti ha bisogno della problematicità dei femminismi e del queer per restare sui margini lontani dal centro dove i discorsi di potere si cristallizzano.

 

Nelle giornate del Convegno, vedremo diversi approcci per saperi differenti oppositivi così da operare, nell’attuale Fortezza Europa, un desprendimento (Quijano 2014), ossia lo sganciamento dai saperi che hanno avallato il dominio coloniale, in modo tale da sganciarsi dalle forme eurocentriche di conoscenza. Il Convegno si svolgerà dal venerdì pomeriggio alla domenica mattina su testi letterari e teorici collegati a temi come: le radici coloniali dell’antropocene e la decrescita; la svolta de(s)coloniale, neocolonialismi e femminismi;  degener/azioni: gender, generi, generazioni; detenszioni: corpi, confini, confinamenti; de/contaminazioni e aggiustamenti intersezionali…

www.ilgiardinodeiciliegi.firenze.it

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