Rinata a se stessa

Pina Mandolfo, 13 novembre 2018

The wife, il film interpretato da Glenn Close appena uscito in Italia, racconta la vicenda non rara di una moglie che, relegandosi in secondo piano, regala il proprio talento letterario al marito che vince addirittura il Nobel. Eppure lei si risveglia e…

Pina Mandolfo

Nel 2003 la scrittrice americana Meg Wolitzer, nota anche per La stagione delle cattive madri, pubblicò, con successo The wife. Paradigma narrativo di una storia millenaria di silenzio, scelto o imposto, di esclusione e omologazione del “genio” femminile. Donne i cui nomi e i cui corpi e il cui talento sono stati usati, abusati e taciuti dalla predatoria cultura patriarcale. Come quella (immaginaria ma realistica) sorella di Shakespeare, di woolfiana memoria, e come una lunga genia di donne, madri, sorelle e mogli, la protagonista del romanzo, Joan, abdica il suo talento di scrittrice in favore del marito.

Con il titolo The wife – vivere nell’ombra, il regista svedese Bjorn Runge  consapevole che, forse, anche in epoca di metoo, la pratica di favorire il proprio “amato” mimetizzandosi o nascondendosi sia un gioco delle parti ancora in uso, realizza la trasposizione filmica del romanzo di Meg Wolitzer.

Il film comincia e si conclude su un volo, simbolicamente inizio e conclusione del  percorso di vita dei protagonisti. E proprio sull’aereo vengono dette le frasi chiave del film. I coniugi Castleman, Joe e Joan, si stanno recando a Stoccolma dove la brillante carriera di scrittore di Joe è legittimata dal conferimento del Nobel. Il viaggio in Svezia sarà, nella trepidazione di lui, già in avanti negli anni,  il compimento delle sue ambizioni. Ma per Joan, da sempre moglie devota, accomodante pure nel tradimento, disposta a rinunciare al proprio talento di scrittrice, di cui fa dono a lui, il viaggio è una lenta e insospettata presa di coscienza. Il regista, tra piccoli episodi chiave, ricordi e flash back, ci introduce, con lenta maestria, nel risveglio della protagonista. Le numerose lusinghe, le attenzioni del pubblico, della stampa e del cerimoniale, attribuiti al marito, e a cui Joan è costretta ad assistere in silenzio, si intrecciano abilmente con i dettagli del matrimonio dei due protagonisti, così che Joan  si scopre a ripercorrere la sua vita. E’ uno svelamento a se stessa.

Il fastidio di Joan per quell’apparato riservato ad una finzione di grandezza letteraria immeritata, contribuiscono al prevedibile epilogo. Un figlio desideroso del riconoscimento, che l’ambizioso padre non è disposto a dare, e  un giornalista d’assalto in ricerca di scoop, fanno da contrappunto al dissidio di Joan. Il giornalista segue la coppia fin dal viaggio in aereo. Lui conosce la verità e, in un dialogo con una straordinaria Glenn Close, la spinge a condividerla con il mondo. Ma per lei, rinata a se stessa, è sufficiente rivelarla ai figli. La riconquistata libertà la ripaga del silenzio che impone minacciosamente al giornalista, ultimo generoso atto d’amore verso un uomo, di scarso valore che, comunque, lei ha amato.

Se  stabilito che un’opera filmica si regga sulla non prevedibilità, al contrario The Wife già dopo i primi quindici minuti diventa prevedibile.  A mio parere, però, questo non è un limite, come certa stampa ha evidenziato, perché la bellezza e l’appeal, sia del romanzo che del film, risiedono altrove. Risiedono sulla lenta  messa in scena della presa di coscienza della protagonista e della sua evoluzione. E l’eleganza della rappresentazione, l’ambientazione, il lusso degli abiti e l’ottima colonna sonora concorrono al piacere visivo.

Lo stile del film è impeccabile, ma anche qui due donne  concorrono all’ottima messa in scena: la pluripremiata sceneggiatrice Jane Anderson e l’attrice Glenn Close, candidata all’Oscar per questa interpretazione. Alla presentazione ufficiale, in cui la poliedrica attrice americana ha vestito – anche lei – l’abito nero suggerito dal metoo, Anderson ha sottolineato come questo genere di storie incontrino difficoltà di produzione. Dopo 14 anni finalmente il film è stato fatto con un cast tecnico e artistico quasi tutto al femminile: produttrici, montaggio, musiche.

Ecco allora un tassello in più nella difficile messa al mondo delle donne, siano esse artiste, scienziate di talento o casalinghe amorose e pazienti. Perché la valenza simbolica e reale dell’opera filmica è anche quella di modificare il senso comune. E in The wife – vivere nell’ombra il regista ci regala, con grande maestria, la visione di un millenario “proibito” per le donne: una storia ancora da raccontare.

 

The wife – vivere nell’ombra, regia di Bjorn Runge, sceneggiatura di Jane Anderson, interpreti principali Glenn Close e Jonathan Pryce.

Il film è tratto dal romanzo The wife. Vivere nell’ombra di Meg Wolitzer, tradotto per Garzanti (da G. Maugeri) nel 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Pina Mandolfo

Sono attivista nei movimenti delle donne e nella diffusione delle loro pratiche e saperi. Il cinema, la scrittura, la difesa dei diritti e della "bellezza"sono oggetto del mio lavoro e del mio impegno politico e civile. Dal 1978 al 1982 ho organizzato, a Catania, le Rassegne cinematografiche: British film club; Il reale e l’immaginario; L’immagine riflessa; Sesso, genere e travestitismi al cinema; Sally Potter e Virginia Woolf, rappresentazione del femminile; Vuoti di memoria, il ‘900 delle donne (Palermo 2007); Le donne, la vita, il cinema (Palermo 2008). Nel 1996 sono stata socia fondatrice della Società Italiana delle Letterate e ho fatto parte dei primi due Consigli Direttivi. Sono autrice del romanzo: Desiderio (La Tartaruga Milano, 1995), tradotto in Germania e Svizzera. Nel 2000 ho organizzato l'incontro delle Madre di Plaza de Majo con la città di Palermo. Ho scritto i saggi: Il sud delle donne, le donne del sud (in Cartografie dell’Immaginario, Sossella, 2000); La felicità delle narrazioni (in Lingua bene comune, Città aperta, 2006); Tra i mie raccontii: Una necessità chiamata famiglia (Leggendaria, maggio 2001); Racconto di fine anno (in Principesse azzurre, Mondadori, 2004). Sono autrice del cortometraggio: Silenzi e Bugie, vincitore del Sottodiciotto Film Festival di Torino e targa CIAS; della sceneggiatura e regia del film Correva l’anno (2008); del soggetto e della co-sceneggiatura del film: Viola di mare vincitore del Nice Festival New York e Mosca 2009 e premio Capri. Sono autrice dei documentari: L’antigattopardo, Catania racconta Goliarda Sapienza (2012); Donne, sud, mafia (2013); Orizzonti mediterranei: storie di migrazione e di violenze (2014); Gesti di luce: passeggiata letteraria nei luoghi di Maria Messina (2014); Come un incantesimo: passeggiata letteraria nel Golfo dei poeti (2014); Le invisibili: 250mila donne sfilano a Roma (2016); dello spot per la Rete antiviolenza D.i.R.E. Le parole per dirlo (2015).

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