Patria madre bambina

Floriana Coppola 4 novembre 2018

Parlare della poesia di Nêga Lucas è impossibile senza legarla in modo indissolubile alla sua voce e alla sua musica, al fiume in piena che suscita nelle sue performances.
Nêga Lucas è un vulcano in continua eruzione e per questo si è trovata benissimo nella terra partenopea.
Il Vesuvio è diventato simbolo fantasmatico della sua scrittura, icona dell’incandescenza arcaica, immagine minacciosa e terribile, magnetica e magmatica, segno di una persona in continuo divenire, donna di fuoco e di passione.

C’è Vesuvio al mio lato sinistro
Gigante che mi aiuta nella lotta
Mi proteggono due forze maschili
Mi lascio portare per sette venti
Nettuno e Vulcano fanno i conti
Di quante lune mancano per seccare le mie ferite

Nel magma vulcanico si incendia e si confonde materiale immenso: arbusti, fiori e germogli, alberi, elementi chimici e naturali, così nella scrittura di Nêga tutto trasborda e diventa flusso di coscienza non addomesticabile, assolutamente indomabile.
Inutile pensare alla metrica e ai principi della versificazione tradizionale.
La poesia di Nêga segue le sue leggi e prende ritmo dal suo respiro e dalle sue pause, ben costruite nei concerti live e immaginabili, quando si leggono le sue pagine.
Varie culture si fondono in ogni testo, la forza ancestrale della cultura brasiliana, il fado portoghese, la forza della cultura spagnola e catalana, il ritmo della danza mediterranea. Diventano un linguaggio unico e originale, non scomponibile nelle sue varie anime presenti e in guerra tra loro. E la cornice che le unisce è la consapevolezza del viaggio esistenziale.

Sono figlia del seme di casa grande
Partorita da nere pance di senzala*
Sono figlia di poveri immigranti
Rifugiati portati dai mari dall’Italia
Sono figlia degli  orrori della storia
Sono figlia dei dolori proletari
Sono figlia di rossi ventri
Delle indie selvagge di Minas
Sono la figlia della Pangea
Che nacque dall’ immensa pancia
Della patria madre bambina

Una battaglia corpo a corpo tra demoni e presenze angeliche, tra le forze dell’amore e del disamore, battaglia che si incarna nella parola lirica  e diventa confessione intima e disperata, monologo indignato e sofferto, lucido canto che svela le contraddizioni e i tormenti di chi si fa attraversare fino in fondo da ogni cosa e da ogni persona, plasma sanguigno che si modifica e vuole registrare ogni contrattura e ogni ferita, usando la scrittura e la musica.
I temi che tornano spesso sono la solitudine, il dolore, la nostalgia e soprattutto l’amore in tutte le sue forme.
L’amore è il fil rouge di questa sua seconda raccolta, amore vissuto come tempesta dei sensi e delle emozioni, lievito vivificatore e trasformatore dell’anima e del corpo, amore come tentativo di toccare l’altro e poi disincanto per tornare a se stessi, rinnovati e feriti,  ingannati e persi, eppure vivi.

La polvere,la foresta, i guardiani
Le protettrici, le divinità
Streghe, bambini, spiriti
La coronaria aperta, la meditazione
La preghiera e il riconoscere
La mia età impari, età di Cristo
Il mio corpo pagano,la luce interiore
Il semi-digiuno ad anima sazia
Messaggi appena arrivati
L’amica, sciamana, ostetrica
La donna che cantava ineuskera**
L’amore

Il segno distintivo che emerge da ogni pagina è proprio questa vitalità incessante, il bisogno di sentirsi sull’onda, sentire vibrare ogni senso e ogni particella dell’anima.
In questo entrare e uscire tra la vita e la morte, tra gli eccessi e i confini di ogni esperienza, si ritrova la potenza arcaica della cultura youruba,che spesso viene citata nei versi di Nega Lucas, religione afrobrasiliana, pienissima di divinità naturali che diventano numi protettori del flusso poetico. Ecco la radice dell’unione degli opposti, mistica filosofica che unisce il Mediterraneo al mondo latino americano, alle energie africane.
Corpo anima e mente danzano insieme tra gli echi lirici dei versi.
La cultura youruba nasce da un incrocio tra religione cattolica e altre religioni africane. Si basa su un ricco olimpo di divinità legate al mondo della natura e del ciclo della vita.
Nega riesce a miscelare  elementi metropolitani e internazionali a elementi relativi a questa radice mistica, creando un cocktail molto avvincente e particolare. Il mare, il tuono, la pioggia, il cielo, i colori, i fiori, la terra, le erbe, l’oro, tutta la natura in una incessante trasformazione partecipa alla cerimonia della danza e del canto di Nega, moltiplicandone la sua magia.

Mineira e il mare 15/08/2016 (Echi dell’Io)

Io, poetessa mineira*
Ogni tanto mi sorprendo
Cantando e declamando per il mare
Descrivo la mia anima in vari toni blu
Io che sempre scelgo la vita verso l’oceano
Nacqui tra i monti, con il loroverde vasto
E dedico al mare i miei versi
Pur se affascinata dalle seduttrici curve rocciose
Penso che il mare mi salvi dalle mie valli
Dalla profonda reclusione nelle grotte
Dalle montagne che porto dentro
E risuonano negli echi del mio cantare
Sono caverna, cascata che cade indomabile dagli alti fiumi
Sono il silenzio dei boschi vestendo le colline
Sono lo sguardo attento e diffidente di un lobo-guará*
Sono eremita, cercatrice d’oro nelle mie “Minas”
E per ciò io canto il mare
Guardando gli orizzonti
Per sentire la vastità, capire la libertà
E affermare che la vita continua aldilà dei miei monti

*Mineira: originaria della regione di Minas Gerais.
**Lobo-guará: una specie di lupo originario del Brasile.

Nêga Lucas, Echi nella grotta dell’io – Ecos na grota do eu,(bilingue) ed de-Comporre,  2018, pp 138, € 10.00.

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One Comment
  1. Angela schiavone

    É veramente una poesia travolgente come quando la natura negativamente addomesticata decide di mostrare la sua forza e si riappropria di ciò che le appartiene. E a questa poesia appartiene tutto ciò che sta al fondo e alla superficie dell’eterno femminile. Anche io mi sono sentita riportata alla luce in questo vortice di scavo.

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