Nutrire la nostra umanità

Mariella Pasinati 5 ottobre 2018

Interdisciplinare e polifonica, inesorabilmente non spettacolare eppure non priva di episodi di singolare vitalità immaginativa, partigiana ma rigorosamente antiretorica: così si presenta Manifesta, la prestigiosa biennale europea d’arte contemporaneaapprodata a Palermo per la sua 12ma edizione (si visita fino al 4 novembre).

Nota per il carattere “itinerante” e per un approccio che nega la spettacolarizzazione o la mistica del grande evento culturale ingabbiato nelle istituzioni museali, larassegna ha sempre un’impronta fortemente politica, propone forme che privilegiano le potenzialità di cambiamento che l’arte può offrire e adotta una metodologia che punta alla costruzione di reti capacidi connettere e potenziare le risorse e le capacità creative presenti nelle città che di volta in volta la ospitano, coinvolgendo gli abitanti nella speranza che pratiche condivise, oltre che interventi fisici in loco, rimangano ad alimentare la vita pubblica.

Nell’incontro con Palermo, Manifesta sembra aver ripensato se stessa. Il dialogo istaurato nella e con la città ha prodotto, infatti, una novità nella costruzione della rassegna, portandone a maturazione i presupposti e trasformando la mostra in un terreno di mediazione tra discipline diverse.

Lo si legge nella composizione multidisciplinare del gruppo di mediatori creativiche hanno curato la rassegna1 (oltre che dei/lle partecipanti, provenienti non solo dalle arti visive) e nella ricerca preliminare che l’accompagna. Affidata all’autorevole studio di architettura OMA di Rotterdam, l’indagine si è concretizzata nella pubblicazione di Palermo Atlas: una descrizione non scontata della città, costruita dialogando con alcune realtà locali, volutamente non esaustiva, e che restituisce un mosaico flessibile di narrazioni e luoghi del passato e del presente, nonché la sollecitazione ad indagare ulteriormente la città. L’ambizione, nelle intenzioni della direttrice Hedwig Fijen, è di offrire uno strumento potenziale per il futuro della città “grazie all’analisi di ciò che è già presente e che già opera per il suo cambiamento”. Il presupposto è, dal punto di vista politico e culturale, assolutamente condivisibile: per la concretezza e valorizzazione del positivo “che c’è già”, per la fiducia nella possibilità della cultura di attivare significativi processi di trasformazione. Difficile dire se e quanto questa prospettiva porterà frutti; resta intanto la rassegna.

Cosa si manifestadunque oggi a Palermo?  Il Giardino Planetario. Coltivare la Coesistenza-è questo il titolo generale-esplora il dramma dei flussi migratori e le connesse risposte securitarie; le forme “invisibili” di controllo, potere e sorveglianza e i flussi immateriali di un mondo interconnesso; i processi ambientali e le nuove necessità in un’epoca di cambiamenti climatici. Si tratta di questioni urgenti del nostro presentee Palermo risulta il luogo ideale per indagarle, perle sue stesse caratteristiche – è punto di incontro, stratificazione e convivenza di etnie diverse, in una vicenda millenaria che continua in un presente di immigrazione – e per le acute contraddizioni, sociali, economiche, ambientali che la città presenta.

La rassegna si sviluppa in tre sezioni distinte ma non incomunicanti: Garden of flows, Out of Control Roome City on Stagedislocate in una moltitudine di luoghi della città e del suo territorio.

Le raccontiamo qui scegliendo esclusivamente lo sguardo e le peculiari interpretazioni delle numerose artiste invitate.

Se l’intera manifestazione prende a prestito l’idea di mondo di Gilles Clément2, il giardino planetariodove non esistono barriere e di cui l’umanità deve prendersi cura in armonia con le altre forme di vita, la sollecitazione palermitana arriva dall’incantevole, suggestivo Orto Botanico con le sue piante che provengono da tutto il mondo, un luogo simbolico di incontro e convivenza fra soggetti diversi che nel 2015 aveva già ispiratoRaìces, azione intensa ed esemplare di Regina José Galindo. Oggi come allora sorprende una straordinaria coincidenza di tempi: Manifesta capita in un momento segnato dagravissimi meccanismi di esclusione e di controllo dei flussi migratori.

Alla coltivazionedi un territorio multiculturale di piante e comunità umane lavora, da oltre un decennio, Maria Thereza Alves3.Nella sontuosa cornice settecentesca di Palazzo Butera, sede insieme all’Orto Botanico diGarden of flows, l’artista brasiliana presenta Una proposta di sincretismo (questa volta senza genocidio) datato 2018:un grande pannello in piastrelle, per il quale Alves ha preso spunto da alcune mattonelle con impresso un motivo ornamentale di pappagalli, recuperate in un mercato cittadino; ne è risultato un giardino delle differenze con pappagalli e piante allogene presenti oggi nel paesaggio (e sulla tavola) della Sicilia: un esempio di sincretismo felice, in questo caso, che fa cogliere la bellezza di ciò che la contaminazione porta con sé.

La preoccupazione per le condizioni del nostro vivere oggi, tra globalizzazione alienante, una distorta idea di progresso e di consumo e il permanere di strutture patriarcali sta, invece, alla radice dei video della trilogia Night Soildell’olandese Melanie Bonajo. Con un’impronta semi documentaristica, la narrazione mette in scena alcune esperienze di ricerca di nuovi modi e pratiche di vita indipendenti e alternativi, al di fuori degli schemi e delle norme – sociali, politiche, legali – della società dei consumi, nel tentativo di arrestare il senso di vuoto e di alienazione. Le storie e i personaggi che Bonajo fa agire, ora ricorrono a tecniche magico-rituali, in una ricerca spirituale e terapeutica sull’uso dell’ayahuasca (Fake Paradise, 2014); ora ripensano il lavoro sessuale quale strumento per riconsiderare le nostre idee su corpo, spirito, intimità e una nuova relazione fra i sessi, fuori dell’ordine patriarcale (Economy of Love, 2015); o ancora cercano usi alternativi, pre-coloniali della terra, sfidando le ingiustizie del sistema alimentare e le sue conseguenze sugli animali da allevamento (Nocturnal Gardening, 2016). Forse non sono vere e proprie “alternative etiche radicali anticapitaliste”, come vorrebbe Bonajo, e la voce delle donne che l’artista vuol far sentire potrebbe raccontare altro, ma le tematiche sono di peso e l’immaginario alternativo che prende forma nei video poggia su un’espressione briosa, enfatizzata dalla scenografia colorata e da un linguaggio vivace in cui è molto presente la fotografia, essendo basato, più che su ritmo e movimento, sulla durata dell’immagine fissa che quasi ci fa entrare nelle scene.

All’Orto Botanico è un’ispirazione scientifica a determinare l’opera della svedese Malin Franzén che si confronta qui con la tecnica di stampa usata, nel ‘600, dal botanico palermitano Paolo Boccone: un procedimento che richiedeva l’uso di piante essiccate da ricoprire con l’inchiostro e che consentiva, rispetto al disegno, uno studio più oggettivo della pianta. In una saletta del Ginnasio, Franzén dispiega, sotto lo sguardo di Bernardino d’Ucria immortalato da Mario Rutelli, uno dei due lunghi rotoli (l’altro è all’ingresso) che sono parte del suo Palermo Herbal(2018)fatto di piante come la canna comune ed altre erbe capaci di convivere con sostanze nocive, raccolte in due aree critiche della città.

Di tutt’altro tenore sono le opere delle due giovani artiste africane, la sudafricana Lungiswa Gqunta e la nigeriana Toyin Ojih Odutola. Lungiswa Gquntainterpreta la pratica artistica come strumento di mobilitazione e azione politica per affrontare i temi della segregazione, dell’oppressione, le diverse forme di violenza e gli squilibri sociali risultanti dal colonialismo. Nella serra sperimentaledell’orto botanico realizza Lituation (2018), un’installazione in cuialcune bombe molotov, riempite di benzina, pendono dagli alberi di papaya mentre qualche bottiglia èconficcata nel terreno, cosparso anche di frammenti di vetro; l’aspro contrasto genera un’esperienza di disagio trasformando un ambiente verdeggiante in un luogo avvelenato. L’arte di Toyin Ojih Odutola,straordinariamente radicale eppure visivamente semplice, mette in discussione gli stereotipi negativi che definiscono la comunità nigeriana negli USA e la rappresenta, adottando una ritrattistica “tradizionale”, in contesti di una “normalità” stereotipicamente “imprevista”. Scenes of Exchange(2018) presenta luoghi, oggetti e dettagli ordinari della vita quotidiana di gente africana in Italia; anche in questi disegni a carboncino e pastello protagonista è il colore della pelle, nera, e l’artista ne esplora la struttura in una trama che trasforma la pelle in un complesso di fili sfumati.

La sezione Out of Control Roomsi sviluppa nei palazzi Ajutamicristo,Trinacria e Forcella-De Seta. In quest’ultimo buona parte dei lavori espostiè dedicataal dramma dei flussi migratori. Di grande impatto visivo è The Soul of Salt(2016) di Patricia Kaersenhout, la maestosa piramide di sale intorno alla quale il giorno dell’inaugurazione si è svolta un’azione performativa: è stata eseguita un’antica canzone sulla schiavitù da parte di alcune ragazze ospiti di un centro per rifugiati e poi si è celebrata una cerimoniadi benedizione del sale. Il lavoro di Kaersenhout, olandese e originaria del Suriname, si basa infatti su una leggenda caraibica che narra degli schiavi volantiche evitavano di mangiare sale per diventare più leggeri e tornare in volo in Africa. Il pubblico è stato poi invitato a prendere del sale e dissolverlo in acqua, un atto simbolico per sciogliere il dolore del passato e liberare le anime degli antenati.

Ugualmente intensa risulta, a palazzo Ajutamicristo l’installazione The Third Choir(2014) dell’artista algerina Lydia Ourahmane: 16 fusti di petrolio, all’interno dei quali sono collocati 16 cellulari, formano una griglia che trasmette un’insolita colonna sonoraprodotta dai telefoni sintonizzati sulla stessa frequenza radio risuonanti all’unisono. Necessario complemento concettuale dell’opera sono i 934 documenti che mostrano il retroscena della problematica spedizione dei barili dall’Algeria a Londra in occasione della prima esposizione dell’opera; per legge, infatti, come opera d’arte erano “inesportabili”: la difficoltà del loro viaggioè simbolo  della difficoltà di ogni tentativo, umano, di raggiungere l’Europa via mare.

Meno convincente rispetto alle sue abituali, incandescenti, opereche mettonoin discussione la natura delle strutture di potere, è article 11(2018), il lavoro di Tania Bruguerasul MUOS (il sistema di comunicazioni satellitari militari degli Stati Uniti) che documenta la lunga campagna politica “NO MUOS” svolta dalla popolazione locale e da attivisti politici per contrastare l’installazione nella sughereta di Niscemi delle antenne ad elevatissima potenza elettromagnetica, molto pericolose per la salute umana (e anche di animali e piante).

Intorno al MUOS e alla centralità delle basi militari statunitensi siciliane per la conduzione di operazioni con i droni ruota anche The Signal flow(2018), di Laura Poitras,ma con risultati più stimolanti e coinvolgenti. A Palazzo Forcella, Poitras espone un video particolarmente suggestivo, girato di nascosto proprio con una telecamera drone, un uso creativo dello strumento che l’affranca dalla sola dimensione di simbolo di controllo globale e sorveglianza. Il bel progetto, che comprendeva anche la collaborazione con il giornalista danese Henrik Moltke per uno studio sulle missioni di droni da Sigonella, si completa con i quattro documentari realizzati, sotto la guida della documentarista americana, da un gruppo di studenti del Centro sperimentale di cinematografia di Palermo.

A Palazzo Trinacria, invece,è in mostra il bel lavoro diTaus MakhachevaBaida (2017), concepito per la Biennale di Venezia 2017; peccato che nella presentazione palermitana del video, non siano adeguatamente inquadrate le modalità che l’artista aveva scelto per proporre a Venezia il suo lavoro, intenzionalmente volto a generare un senso di confusione e incredulità. A Venezia, infatti, l’intervento di Makhacheva sipresentava come una performance inesistente: era esposto solo un cartello con cui si avvisava il pubblico che ogni giorno in un punto dell’Adriatico, di cui venivano indicate le coordinate, alcuni performers si sarebbero “esibiti” intorno ad un’imbarcazione rovesciata che proveniva dal Daghestan; che all’evento si poteva assistere di persona affittando una barca e portandosi nel punto indicato; che in alternativa si poteva seguire la performance anche sul sito web della Biennale. Il video che qui vediamo, infatti, era stato girato e montato prima di approdare a Venezia e non rappresenta la presunta performance cui il pubblico veneziano avrebbe potuto assistere, bensì un’escursione in barca, alla ricerca della performance, di un ipotetico gruppo di visitatori della biennale, semplici voci fuori campo che conversano e che, arrivati sul posto, non vedranno altro che una barca capovolta: “we didn’t have any art at all, only water” afferma una delle voci. Si tratta di una rappresentazione esemplare, ambigua e spiazzante, poetica ed ironica, forse l’unica possibile per dare forma ad un lavoro nato a partire dalle interviste che l’artista ha fattosullastoria dei pescatori del Mar Caspio che si legano alla prua delle barche nella speranza che i loro corpi possano essere recuperati e consegnati alle famiglie, se anche non dovessero essere salvati quando le barche si capovolgono in mare. Il lavoro rimanda a tutte le barche invisibili che scompaiono e alle quali non prestiamo la dovuta attenzione ma, allo stesso tempo, commenta e ci interroga sullo stesso mondo dell’arte.

La funzione testimoniale dell’arte e la spinta a non dimenticare segnano Unending Lightning(2015) l’installazione video a tre canali di Cristina Lucascollocata nella sorprendente Casa dei Mutilati. In questa sorta di tempio del sacrificio realizzato nel 1939 dall’architetto Giuseppe Spatrisano, Lucas mette in mostra un agghiacciante, dettagliato rendiconto di tutti i bombardamenti aerei che, dal 1911, hanno colpito la popolazione civile. Il progetto culmina in un database molto documentato.

L’ultima sezione, City on Stage, mette al centro in maniera più puntuale la città di Palermo, nel confronto con le sue tradizioni e con la sua storia più recente. La storica processione di Santa Rosalia che si ripete in città ogni 15 luglio dal 1624, ad esempio, è stata reinterpretata in chiavi diverse, in alcune performance che hanno interessato la città nei giorni dell’apertura della rassegna. E’ il caso di Tutto (2018) di Matilde Cassani. L’artista ha rivisitato la festa barocca organizzando ai Quattro Canti, nel centro della città antica, uno spettacolare gioco pirotecnico diurno con l’esplosione ed il lancio in alto di una miriade di bigliettini colorati che si sono mescolati in aria per ricadere poi sulla folla. La bella festa, sarà foriera di cambiamenti per la città? Complementari alla performance sono i drappi colorati appesi alle facciate dei palazzi che reinterpretano, in omaggio alla nuova storia multietnica di Palermo nuove sante e santi patroni rappresentati con nuovi attributi iconografici, francamente la parte più debole del lavoro di cui restano esposti alcuni elementi e foto nel settecentesco Palazzo Costantino. Marinella Senatore, invece, ha dato misura con la sua Palermo Procession (2018) del valore poetico e politico delle pratiche relazionali messe in campo dall’artista nella costruzione dell’intero percorso. La performance si è dispiegata fra vie e piazze della città antica mescolando linguaggi diversi dalla danza, alla musica, alla poesia, che le/i partecipanti -gruppi o singole persone, dilettanti e professionisti- hanno impiegato per elaborare le proprie narrazioni. Un’installazione multimediale è visibile nella “ritrovata”  chiesa dei Santi Euno e Giuliano.

Di diverso segno, infine, è la performance di Nora TuratoI’m happy to own my implicit biases(2018) che ha avuto luogo nella splendida cornice dell’Oratorio di San Lorenzo, riccamente decorato dagli stucchi candidi di Giacomo Serpotta. In un contrasto stridente e suggestivo con il contesto, la giovane artista croata ha dato vita a una delle sue pressanti e provocatorie performance basate sulla parola. Sfruttando la componente fonica e sonora della lingua, Turato rovescia sul pubblico con un ritmo incalzante e esplosivo un monologo fatto di un impasto frammentato di testi costruiti sul modello delle conversazioni quotidiane, dei commenti rilasciati nei forum online, del linguaggio della pubblicità. La cadenza variegata e la veemenza del parlato accentuano l’urgenza dei temi trattati e forse il riferimento alle cosiddette donna di fora dell’antica cultura siciliana, donne un po’ streghe, un po’ guaritrici e un po’ fate e per questo perseguite dall’Inquisizione, traccia una direzione fuori dell’ordine dato ma, attenzione, un testo unitario e coeso,per la sua stessa costruzione, con le frasiche rimbalzano una sull’altra, non è rintracciabilee il lavoro si fruisce e si “legge” solo nell’immediatezza dell’atto performativo.

Sul palcoscenico Palermo è andata però anche con la sua recente, travagliata storia urbanistica, segnata dall’intreccio speculazione-mafia-cattiva politica che ha generato guasti ed alterazioni in luoghi di notevole valore urbano e naturale. L’idea che ha segnato gli interventi proposti è suscitare nuove prospettive capaci di invertire lo sguardo sulla città, fino a far vivere in un terreno abbandonato di un quartiere difficile della città, lo Zen, un giardino degli abitanti, quale esito di una pratica partecipativa (Becoming Garden, 2018), una vera e propria scommessa.

E c’è ancora molto altro, in altre sedi e luoghi che ospitano anche le innumerevoli iniziative -conferenze, seminari, proiezioni di film, workshop, incontri, attività formative- in cornici sorprendenti molte delle quali solitamente non aperte al pubblico o appena -seppur non del tutto- recuperate. La sensazione generale è che le opere esposte risultino addirittura in qualche modo eclissate dal contesto, all’Orto botanico come a Palazzo Butera, al teatro Garibaldi e un po’ in tutti i luoghi di una città dotata di un indiscutibile carattere.

Nel ripercorrere velocemente l’intera rassegna, se c’è una parola che mi ritorna è cura: la cura che è mancata per tanto tempo a Palermo (senza peraltro che la città perdesse il suo spirito e la sua tragica bellezza), quella di cui necessita il giardino planetario,la cura come garanzia di una nuova qualità dei rapporti, di nuovo paradigma della convivenza. Per questo occorre un cambiamento dell’immaginario, operazione simbolica fondamentale e condizione ineludibile per una vera trasformazione. La politica delle donne lavora da anni in questa direzione. L’arte sa fare altrettanto.

 

 

 

1Mjriam Varadinis, curatrice indipendente, al suo attivo diverse mostre per la Kunsthaus di Zurigo, Bregtje van der Haak giornalista e film maker olandese, Andrés Jaque, architetto spagnolo e Ippolito Pestellini Laparelli, architetto siciliano, partner dello studio OMA.

2Botanico, filosofo del paesaggio, scrittore, paesaggista, noto per la progettazione e realizzazione dei giardini del Parc André Citroën (1992) e del Musée du quai Branly (2006) a Parigi e, in Italia, del Jardin Mandala(2010) all’interno del Parco Arte Vivente, il centro sperimentale d’arte contemporanea concepito da Piero Gilardi a Torino.

3Seeds of Change è unprogetto in progress che ha interessato diverse città; racconta di semi trasportati accidentalmente attraverso le balle di zavorra delle navi mercantili e che attecchiscono in terre straniere, modificandone il paesaggio. Mette dunque in discussione il concetto, astratto, di storia geografica e “naturale” dei luoghi.

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Mariella Pasinati

Insegna Storia dell’arte ed è autrice di numerosi saggi su artiste contemporanee. Impegnata nella ricerca e nella pratica pedagogica, ha curato con le docenti della Biblioteca delle Donne UDIPALERMO onlus, di cui è presidente, progetti didattici sperimentali sui saperi e le figure femminili nella storia, promosso seminari su storia e cultura delle donne, corsi di formazione per insegnanti, rassegne su artiste contemporanee. Ha curato: Insegnare la libertà a scuola. Rendere impensabile la violenza maschile sulle donne (Carocci, 2017); Riletture (Ila Palma, 1999); Parole di libertà (Ila Palma, 1992).

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