Flora la visionaria

Clotilde Barbarulli 14 settembre 2018

La scrittrice, nata a Rio de Janeiro, vive in Italia dal 1989 dedicandosi alla narrativa, alla psicologia e ai laboratori di scrittura. Da quando l’ho conosciuta nel 2003 per la sua prima raccolta di racconti al Giardino dei Ciliegi di Firenze, ho sempre seguito con interesse la sua produzione sia per l’innovazione lessicale – una interessante e riuscita sperimentazione sull’italiano – sia per la visionarietà attraversata dall’ironia che denuncia leggi e dispositivi sociopolitici di esclusione ed oppressione.
Questo è un romanzo sul respiro del  mare, sui colori e le emozioni fra crinali di culture, identità e memorie. Del resto l’acqua è una componente importante e  ricorrente in Christiana de Caldas Brito. Anche le vicende di 500 temporali(libro del 2006) – che si svolgono durante i preparativi del 2000 per festeggiare la scoperta del Brasile, da sempre “violentato” dagli umani, una violenza che prosegue con il liberismo – sono percorse dall’acqua. Lì la leggenda di Gigante, metafora del Brasile,  e di Pioggia “la donna dai capelli d’acqua” che “avrebbe bagnato” il suo cuore per svegliarlo,  lascia spazio alla speranza:  “mentre cinquecento anni di pioggia precipitano sulla città”, la  “sottile capigliatura d’acqua” che s’ingrossa sembra alludere ad una diversa possibilità per il Brasile .
Nel nuovo libro, Colpo di mare, Flora lo dipinge in burrasca: in un quadro “da una grande zucca arancione, spaccata a metà, usciva un’acqua scura che portava dei pesci”. Del resto “parlare del mare o parlare di sé era la stessa cosa” anche se fin da piccola preferiva stare a guardare l’amato padre nuotare. Flora è una creatura inquieta, considerata strana dalla stessa sorella, perché sogna posti che non conosce ma che le sembrano familiari, oppure una donna che canta e la dondola fra le sue braccia: così racconta all’amica Elisa chiedendole di scrivere su di lei, per riuscire a capirsi e a spiegare quello che in una vacanza nel “silenzio blu” di  Carloforte l’ha sconvolta. Ma come narrare una persona, si chiede Elisa, dagli eventi, dalle movenze del suo corpo, dalle mani …o da cosa? Ben presto capisce che “chi racconta una storia non deve cercare coerenza nei suoi personaggi … per essere fedeli al mistero di ogni vita bisogna parlare di quello che non si riesce a spiegare”.
Leggendo si è coinvolte in una narrazione in cui emerge il sottile confine fra conoscibile e inconoscibile, fra ieri e oggi, fra realtà e visionarietà  e – come in altri racconti, ad esempio  “Memoria invasa” e “In fondo all’occhio” –  si attraversano confini della mente, del tempo, dei luoghi. Se il terreno del familiare è spinto  a ridisegnarsi continuamente nel grande esodo dell’oggi, il linguaggio di de Caldas Brito ci offre un continuo passaggio fra quotidiano, onirico, fantasmatico.
I confini non possono che narrarsi fluttuando come il mare, in questa scrittura al crocevia dell’esistenza in un pianeta “confuso, mischiato,  complicato dalla nuova e complessa mobilità delle migrazioni” (Said). Di fronte agli arroccamenti identitari odierni, Christiana de Caldas Brito  ci offre una poetica impastata con la visionarietà  e con l’utopia: apre delle crepe sia nel monolitismo dell’odierna società, sia nell’appiattimento seriale sui modelli massmediatici. É una narratrice del mutamento, del transito, transito di persone, di identità, di tempi, di sentimenti,  come senza tregua è il respiro del mare.
A Carloforte (come nel racconto “Tre silenzi”)  la vicinanza fisica di un uomo misterioso che non parla induce effetti perturbanti su Flora (“come un’onda era venuto. Come un’onda se ne andò”), mentre la lettera di Maria do Mar dal Brasile – aprendole uno scenario inedito del suo passato – conferma i ricordi strani che l’affollano: “quei pezzi di vita che le mancavano … si erano nascosti dietro sensazioni che persistevano nelle memorie del suo corpo”. Flora sembra ad un certo punto lasciarsi andare a quel mare che voleva dipingere come vincente sulla gravità fino ad entrare dalle porte per prendere possesso di lei e portarla via, quasi cullata dal ricordo della leggenda brasiliana sulla nascita del mare.
Le parole sembrano modulare il viaggio del corpo verso la propria soppressione, in un abbraccio morbido, che, in un crescendo di tessuti emozionali, solo la scrittura rende comprensibile, ma il mare – luogo delle nascite, delle trasformazioni e delle rinascite – rappresenta simbolicamente sia l’immagine della vita sia quella della morte (“Entrambe mi volevano”) e Flora accetterà la complessità della sua esistenza e nel suo studio – tenuto sempre al buio – aprirà finalmente le finestre “per lasciare entrare il giorno”.
Nel racconto “Il capostazione” l’autrice spiega che il suo lavoro di psicoterapeuta consiste “nell’avvicinare le persone alle proprie emozioni”, anche se sono “coperte da convenzioni sociali, da abitudini, da convivenze sbagliate”, e le accompagna  “in un incerto e lungo viaggio”: è quello che fa anche con chi legge, a mio avviso, alternando  i vari registri, dall’ironia al fantastico alla saudade nell’attraversare i confini del tempo e dello spazio. Nella lingua della transizione, la narrazione aiuta a lenire le ferite, a circoscrivere i confini del proprio sé: l’io narrante, anche in psicanalisi,  permette di costruire l’identità personale tramite la sua storia, una storia possibile in quel momento e in quel contesto.
“In Brasile – racconta Maria do Mar – siamo oceano, fiumi, pioggia, laghi, cascate. Siamo sudore e lacrime”. Esistono memorie marine –  sembra suggerire Christiana de Caldas Brito con la sua poetica del mutamento  –  e storie incrociate nella complessità di quella geografia plurale di luoghi, culture, corpi, che, irrompendo nella storia,  tracciano disegni di contaminazione anche in questa Europa che ha come dichiarato guerra a una parte dell’umanità.
Dalla poetica dell’autrice viene incontro la figura di Maroggia, che porta nel nome la fusione del mare e della pioggia – nell’omonimo splendido racconto – esussurra sulla spiaggia parole “inesistenti” quali “marondamare, spazzoventolato, marnulla” fino a diventare lentamente parte dell’acqua. In questa dislocazione continua, se non si accetta di vedereMaroggia marefarsi, si rischia di ritrovarsi  smarrit* sulle linee di confine, così come leggendo Colpo di mareci si deve lasciar contaminare dal continuo andirivieni fra passato e presente, fra Italia e Brasile, fra tempi, luoghi, storie e affetti diversi.Del resto il mare non ha confini,è un’interrogazione perenne: il mare non si cattura né si possiede, è piuttosto un passaggio di saggezza, perché l’acqua,  libertà fatta elemento, propone una mappatura lieve e fluida, incrinando la rigidità di confini e  appartenenze.

Christiana de Caldas Brito, Colpo di mare, Effigi, 2018
Christiana de Caldas BritoQui e là. Racconti, Iannone 2004
Christiana de Caldas Brito, 500 temporali,  Iannone 2006
Edward Said, Nel segno dell’esilio, Feltrinelli 2008.

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Clotilde Barbarulli

Clotilde Barbarulli collabora attivamente con associazioni quali il Giardino dei Ciliegi di Firenze, la Libera Università Ipazia, la Società Italiana delle Letterate. Si occupa di autrici contemporanee fra lingue e culture e di scrittrici '800/900. Tra le sue pubblicazioni: con L. Brandi, I colori del silenzio. Strategie narrative e linguistiche in Maria Messina (1996); con M. Farnetti, Tra amiche. Epistolari femminili tra Otto e Novecento (2005); con L. Borghi Visioni in/sostenibili. Genere e intercultura (2003), Forme della diversità. Genere, precarietà e intercultura (2006), Il Sorriso dello Stregatto (2010)."Scrittrici migranti: la lingua, il caos, una stella" (ETS 2010),

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