Estate 2018. Consigli di lettura a cura della Associazione Evelina De Magistris

Associazione Evelina De Magistris, 31 luglio 2018

di Laura Visconti

 

Lita Judge, Mary e il Mostro. Amore e ribellione. Come Mary Shelley creò Frankestein, il castoro, 2018 

 

Libro particolare, eccentrico, uscito nel 2018 per il bicentenario della pubblicazione di Frankestein, il Prometeo moderno, di Mary Shelley, che uscì nel gennaio 1818.

I testi di Lita Judge sono in versi liberi, illustrati da immagini che non sono solo a corredo della parola, ma dicono ciò che rimane sottinteso: illustrazioni di grande impatto, combinazione di matita acquerello, inchiostro e digitale, in bianco e nero. È una forma ibrida, coraggiosa, una biografia particolare, una fantasia visiva, una allegoria femminista, per restituire a Mary il suo ruolo e onorare il suo spirito rivoluzionario.

  1. Judge si è basata oltre che sul romanzo, sulle Lettere e Diari in cui Mary annotava non solo i viaggi che faceva insieme al marito, Percy Bysshe Shelley, ma anche i libri che leggevano e gli argomenti delle loro discussioni.

Le vicende dolorosissime e tragiche di una vita fatta di abbandoni e lutti sono raccontati in prima persona da Mary stessa, questa donna indomita e anticonformista, che ha fatto della scrittura la sua forza e la sua liberazione.

 

di Letizia Del Bubba Tolomei

Arundhati Roy Il ministero della suprema felicità, Guanda 2017

Il primo personaggio che incontriamo è Aftab, primo figlio maschio dopo tre femmine, nato a Delhi alla Signora Jahanara Begum. Aftab è un bambino particolare, possiede gli organi genitali di entrambi i sessi. Una volta adolescente scappa di casa e si unisce agli altri hijra – così si chiamano in hurdu- nella Casa dei sogni, a Bombay e sceglie un altro nome, Anjum, femminile. Lì Aftab sente la guerra dentro di sé perché il suo corpo cresce da uomo ma lui/lei si sente donna. Dopo vari avvenimenti dolorosi Anjum decide di andare a vivere in solitudine come una mendicante in un vecchio cimitero islamico abbandonato che sorge accanto all’ospedale pubblico e ad un obitorio, e fonderà con altr* la pensione e l’impresa di pompe funebri Jannat, “Paradiso”, accogliendo tutti gli “inconsolabili”, cacciati dai loro alloggi di fortuna nelle bidonville spianate per costruire nuovi quartieri residenziali e  con la compagnia di vari animali, tipo un asino zoppo, un pavone che non può più volare e gatti randagi.

Indù, sikh, musulmani, senza mai scordarsi le tragedie e i massacri a cui hanno assistito fin da piccoli, riescono a convivere e ad amarsi proprio perché alla pensione Paradiso nessuno cerca “un’identità”, l’etnia e la religione non definiscono più di tanto le loro individualità, le loro vite. Qui ciò che conta è la “soggettività” e le relazioni che tra queste si costruiscono a partire da una condizione comune: la povertà.

Ma Arundaty Roy, tornata al romanzo dopo il successo planetario de Il dio delle piccole cose, è sicura che se un cambiamento nel mondo ci sarà, sarà soprattutto grazie alle persone che danno battaglia ogni giorno per proteggere le loro foreste, montagne, fiumi e persino i luoghi dimenticati delle periferie delle grandi città, che hanno “cura del mondo”, perché sanno che le foreste e le montagne sono la loro protezione, la loro casa.

 

di Paola Meneganti

Anna Banti, Racconti ritrovati, La nave di Teseo 2017

Si legge, in un’intervista rilasciata da Anna Banti a Sergio Falcone nel 1982: «La mia opera, in genere, rientra nella ‘interpretazione storica’ e non nel ‘romanzo storico’, dal momento che è documentata sulla storia vera. Ma la storia ha dei buchi neri. Tanto più che preferisco la storia dei bassi tempi, dell’alto Medioevo. Ho cercato spesso di ritessere delle ipotesi su lacune, sui silenzi dei secoli bui». Il nostro pensiero corre subito alla pittrice Artemisia, ma, in realtà, il procedere della scrittura di Banti sul crinale delle lacune e dei silenzi si esprime nel complesso della sua opera, compresi i racconti da poco ripubblicati.

Anna Banti, nata come Lucia Lopresti a Firenze nel 1895, si laurea in storia dell’arte e, durante gli studi, incontra Roberto Longhi, celebre storico dell’arte, che, nel 1924, diventerà suo marito. Spiegò a Sandra Petrignani (in “La scrittrice abita qui”, Neri Pozza): «Mi sarebbe piaciuto usare il cognome di mio marito. Ma lui l’aveva già reso grande e non mi sembrava giusto fregiarmene. Il mio vero nome, Lucia Lopresti, non mi piaceva. Non è abbastanza musicale. Anna Banti era una parente della famiglia di mia madre. Una nobildonna molto elegante, molto misteriosa. Da bambina mi aveva incuriosita parecchio». E ancora: «Consideravo la critica la cosa più nobile che uno potesse esercitare. L’abbandonai quando capii che avrei fatto della critica d’arte di secondo piano. Avevo sposato Longhi e non potevo permettermelo. Volevo essere io, autonoma». Banti scriverà comunque su Fra’ Angelico, Lorenzo Lotto, Claude Monet, Giovanni da San Giovanni, Matilde Serao; e poi tradurrà testi dall’inglese (compresa Jane Austen) e si occuperà, dapprima con Longhi, poi da sola, dopo la morte di lui, della rivista “Paragone”.

Grazia Livi, in “Le lettere del mio nome” (Iacobelli) la descrive come una donna solitaria e superba: «Per il grande pubblico, la Banti resta una regina altera che difficilmente viene a patti coi sudditi». Disse di sé la scrittrice, in un’intervista del ‘71: «Praticamente ho passato in biblioteca tutta la mia giovinezza. Avevo fatto degli studi molto severi, la mia preparazione intellettuale era di grande rigore». Eppure, incoraggiò giovani autrici a scrivere, tra cui la stessa Grazia Livi. E allora, è sempre Livi che parla, «come collocarla? In quale casella delle lettere? Femminile? Mai, eppure… Nel saggio “Saluto a Colette”, Banti scrive: «Tanto donna, questa Gabriella Colette di Saint-Sauveur, da essersi rivelata, senza il peso coniugale, uno dei più grandi narratori europei […]. La poesia di Colette è direttamente innestata sulla vita: con una immediatezza e precisione spiega l’umanità […] solo in questo senso può accettarsi la qualifica specificamente “femminile”: se è vero, come è vero, che la donna è munita di un interiore cannocchiale che la avvicina prodigiosamente al tessuto e la sostanza della vita».

Anna Banti aveva esordito con il romanzo Itinerario di Paolina (1937), seguito da Sette Lune (1941), Artemisia (1947). Seguirà, nel 1953, Il bastardo, Poi Allarme sul lago (1954), Le mosche d’oro (1962), Un grido lacerante (1981). Ai romanzi si aggiungono sei raccolte di racconti.

Lo scorso anno, curato da Fausta Garavini, che di Banti fu allieva, è uscito il volume Racconti ritrovati. Ve ne racconti di argomento storico, altri che potremmo definire di costume, altri avviati da un’osservazione rapida, precisa, densa di uno spicchio di realtà, altri che nascono dall’introspezione. La sua magnifica scrittura restituisce persone, paesaggi, oggetti in modo tanto più vivido, quanto più il ritmo della narrazione è disteso e descrittivo. Banti fa vivere donne anziane signore, madri giovani e insicure, ragazze alla scoperta della vita, domestiche, o personagge come Beatrice Portinari, Laura De Sade, Caterina de’ Medici.  Ne com-patisce il dolore e la forza, gli affanni e le soddisfazioni, e, sempre, il modo con cui, per citare il suo giudizio su Colette, si avvicinano prodigiosamente al tessuto e alla sostanza della vita: donne che sfidano, magari perdendo, la “pietra d’inciampo d’essere nata donna”.

Banti, scrive ancora Grazia Livi, «non fa che parlarci di un unico tema: la condizione femminile. E ce ne parlava non per affermare un punto di vista, non per sostenere un’ideologia (ogni ideologia le è estranea, la parola femminismo le è odiosa) ma per dar vita a un’urgenza personale, a un patimento nascosto. Questo patimento – di donna tra uomini, di artista tra artisti – premeva al punto da trasformarsi in voglia di scrivere, e da voglia di scrivere in ispirazione, e da ispirazione nella forma simbolica di un’esperienza vissuta da tutte».

 

di Mariapia Achiardi Lessi

Melania Mazzucco, Il museo del mondo, Einaudi 2014

Un libro che raccoglie 52 brani, che raccontano 52 quadri, perché come suggerisce Mazzucco, citando Edward Munch all’inizio del libro: “Il racconto è lo scopo di ogni arte”.

Nel volume sono presenti le riproduzioni a colori di tutti i dipinti raccontati. I criteri di scelta delle opere, diversissime per il periodo (dall’Acheropita del V secolo al Sol invictus di Kiefer del 1995) e fuori da ogni criterio di tempo e di estetica, sono espressi così da Mazzucco: «Parlerò solo di pittura …. Solo opere di artisti coi quali vale la pena di trascorrere del tempo
devo aver visto l’opera coi miei occhi. Da vicino. Averle girato intorno, averla annusata, aver visto le crepe sulla superficie. Devo averne visto i colori, la dimensione, il supporto, la pennellata, la tecnica usata: la sua pelle, la carne, la materia. Il desiderio di un’opera è l’unico criterio veramente fondamentale della mia selezione… Ma perché ho il desiderio di ascoltarla ancora, consapevole che essa ha tutto da insegnarmi e non smetterà mai di parlarmi. Ne scrivo appunto per ritrovarla, e rivivere l’esperienza di quell’incontro».

Ogni racconto in tre pagine mostra l’opera nel suo contesto storico e nell’incontro con l’autrice. La presentazione di Maria al Tempio di Tintoretto fu la folgorazione a Venezia: “È stato proprio ammirando il telero nella chiesa della Madonna dell’Orto che ho iniziato un percorso di ricerca verso il maestro Tintoretto e verso l’arte tutta che non si è mai concluso». (Nel 2008 Mazzucco scrisse la biografia romanzata dei Jacopo Tintoretto intitolata La lunga attesa dell’angelo)

Tre sono le artiste, su 52 opere, Artemisia Gentileschi, Suzanne Valadon e Georgia O’Keeffe, perché, spiega Mazzucco «La presenza così limitata di pittrici, pur nel Museo immaginato da una donna, non rispecchia tanto un gusto personale quanto la realtà storica del mondo dell’arte. Nel quale, più ancora che in quello della letteratura o della musica, le artiste hanno faticato ad essere accettate e riconosciute… Per questa ragione, fra le “old masters” ho incluso solo Artemisia Gentileschi, l’unica che sia riuscita a costruirsi un’identità autonoma e riconoscibile. Un criterio analogo (originalità, potenza espressiva, segno individuale) mi ha spinto a privilegiare Susanne Valadon tra le artiste attive nel tardo Ottocento».

 

di Simona Cerrai

Alice Munro, Nemico, amico, amante, Traduzione di Susanna Basso. Einaudi, 2005

Nemico, amico, amante…(2003) è una raccolta di nove racconti lunghi e concentratissimi, in cui emerge l’arte di una costruzione tanto ampia quanto meticolosa, che calcola tutti i particolari e li dispone nella vastità del mondo. E’ la stessa Munro, premio Nobel, a dirci di «non costruire storie», ma «di acciuffare con la mano qualcosa nell’aria», seguendo una intuizione misteriosa.

La raccolta è un viaggio nelle più diverse vite e situazioni attraverso le interiorità delle personagge, raccontate mediante le più varie forme di narrazione. La Munro racconta drammi e inganni più o meno gravi della vita di donne comuni, ricordi incancellabili e attrazioni irresistibili ma proibite; riesce quasi a sintetizzare frammenti di vite, con la loro ironia e la loro drammaticità.   A volte pare non succeda nulla per tutta la narrazione, poi un bacio, una lettera, una parola sussurrata e tutto il racconto prende a ruotare su un particolare, spesso un dettaglio, o su una parola non detta. La capacità di Munro di dipanare in un lampo l’irriducibile complessità della natura umana è ineguagliabile.

I racconti sono ambientati in una provincia quasi selvaggia, il suo Canada fatto di laghi, paesaggi innevati, boschi dalle foglie dai mille colori, campi di grano, cittadine silenziose o grandi città. Nonostante gli ampi spazi canadesi, ogni ambientazione dei racconti ha come denominatore comune un senso di intimità, raccoglimento, un luogo mentale più che fisico, ristretto da ciò che ogni personaggia/o sente, vede, odora, percepisce. In questo spazio si muovono le protagoniste della Munro, che vivono vite e condizioni diverse, ma che paiono tutte legate da un filo che attraversa le storie che le vedono coinvolte.

Questi racconti sono probabilmente i più folti, ricchi e pieni di assonanze che Alice Munro abbia composto, come se non potesse distogliere lo sguardo dalla patria originaria della sua immaginazione. Ma come Il sogno di mia madre anche Nemico, amico, amante... comprende anche racconti di argomento moderno, ambientati nel 1999 o nel 2000. L’autrice sente anche l’esigenza di guardarsi attorno, di seguire le minime mode, di ascoltare il linguaggio dei ragazzi e delle ragazze, di entrare in un negozio. L’immaginazione di Alice Munro affonda nel passato contadino del Canada e degli Stati Uniti. La sua vera patria sono gli anni tra il 1935 e il 1950, quando la cosiddetta civiltà di massa non aveva (apparentemente) uniformato il mondo. Era il tempo dei grandi pranzi famigliari, quando i convitati, seduti attorno a un lungo tavolo, tagliavano, ingoiavano, digerivano, “illuminati dal candore abbacinante della tovaglia bianca, mentre la luce violenta entrava a fiotti dai vetri appena puliti”. La conversazione riguardava esclusivamente cose pratiche: chi aveva una malattia, chi un’infezione alla gola, chi una brutta orticaria. La mattina i mariti uscivano di casa con il collo straziato dal nodo della cravatta, e ricomparivano la sera, a volte pronti a dare occhiate di arrogante sufficienza sul timido mondo femminile. Allora la natura era inesplorata, sontuosa e ricchissima: tutte le piante e le pietre sembravano creazioni antropomorfe, dove si aggirava una gioventù libera e avventurosa.  

Una peculiarità di Munro che segnala Marisa Caramella, la curatrice che l’ha fatta conoscere in Italia (con La Tartaruga e Einaudi) riguarda la scrittura e il rapporto tra scrittura e geografia. La sua scrittura funziona come la memoria: tira fuori cose che di solito affiorano in tutti noi, incapaci però di metterle insieme con tanto genio e coniugate alla potenza dell’immaginazione. La realtà serve per cominciare, poi la l’immaginazione si scatena. Lo dice lei stessa in una intervista, segnalando che quello che le interessa è la realtà “marginale”.

Bio

Alcune delle donne che dettero vita al Centro Donna di Livorno nel 1984, continuano a lavorare insieme, all’interno della Associazione Evelina De Magistris, che tra le molte attività ha creato nel 2014 anche questi incontri chiamati “consigli di lettura”. Da cinque di loro nasce la bibliografia che vi proponiamo.

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Redazione

Scritture, politiche, culture delle donne. E non solo. Alla ricerca di parole, linguaggi, narrazioni che interpretino e raccontino cambiamenti e spostamenti in corso. Nello scambio tra lettrici, autrici e autori – e personagge.
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