Eracle è una donna

Pina Mandolfo 5 luglio 2018

Come rendere “grande” uno dei  testi più fragili di Euripide e della produzione dei tragici greci? Emma Dante, con il suo immaginario visionario, feroce e potente, con la sua capacità di dominare la scena, non solo può farlo ma riesce ad andare oltre ogni nostra aspettativa.
La messa in scena ricca di tradizione, di modernità, contaminazioni culturali, sonore, sceniche, non ammette tregua per  i personaggi “costretti” dentro un ritmo incalzante e convulso.

E altrettanto, non  concede tregua a chi sta nella grande cavea gremita di spettatori e spettatrici che, oltre a godere lo spettacolo, sono chiamati a decodificare continuamente i significati palesi e nascosti e l’astuzia narrativa della geniale regista palermitana.
Nell’interpretazione di Emma Dante del dramma euripideo “ogni cosa è al suo posto”.  La scenografia, in perfetta sintonia con una storia di morte, è funerea e, con la sua preziosa aderenza al testo, è quasi una narrazione nella narrazione. Il gigantesco fondale di loculi, con centinaia di ritratti di morti, racconta di cimiteri mediterranei. Da lì  avanzano tombe sovrastate da croci di legno come pale di mulini, in un moto continuo, segno del viaggio dalla vita alla morte e più giù le vasche ripiene d’acqua, per le purificazioni e i lavacri prima del viaggio nell’aldilà. La potenza della scena è poi arricchita dalle contaminazioni culturali degli straordinari costumi di Vanessa Sannino.

Il coro degli anziani ci appare come dei personaggi sbalzati fuori da un quadro fiammingo  o resuscitai da saghe nordiche, oppure reclutati in un convento di suore o nell’antico Begijnhof di Amsterdam. Stupore suscita, inoltre, l’abito di pizzo con copricapo a raggiera, simbolo di regalità, di Megara (Naike Anna Silipo), unica donna deputata ad incarnare la potenza femminile, altrimenti misconosciuta, in un’opera intrisa del millenario potere patriarcale maschile, arbitro esclusivo dell’esistere.  Arbitrio che l’imperturbabile Emma Dante troverà il modo di sfidare.
La scena è continuamente dominata da corpi in movimento, suoni di tamburi, danze vorticose come un’onda che invade fino ai limiti dell’umana resistenza.  Un’onda fisica e sonora.  Musiche (Serena Ganci) di grande suggestione accompagnano tutta la rappresentazione che, pur nella differenza di suoni e canti e nella diversità di tradizioni, non stridono mai con il testo. Lamentazioni da sacre rappresentazioni si intrecciano a ritmi moderni fino alla bellissima canzone che accompagna i movimenti del corteo funebre.

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Si ringraziano Maria Pia Ballarino e Franca Centaro per i magnifici scatti

L’Eracle di Emma Dante, nello scenario suggestivo del teatro greco di Siracusa, non è solo meraviglia e stupore, ma anche sapiente pedagogia. Cosa vuole comunicare Emma Dante a noi educate ed educati, fin dall’età scolare, alla poetica e al culto dell’eroe? La regista palermitana, con il suo sguardo ora feroce, ora ironico e beffardo ce ne consegna il crollo. Il crollo dell’eroe  e del potere. E così il tiranno Lico (Patricia Zanco) non è altro che un usurpatore megalomane e vile del trono di Eracle, che si suppone morto. Il vecchio padre Anfitrione, nell’interpretazione straordinaria di Serena Barone, piange la perdita del trono e del figlio, con voce stridula in un corpicino ripiegato,  una sorta di guitto calvo e storpio che entra in scena su una sedia a rotelle. Anche qui un salto temporale che cede all’ironia nell’intercalare il monologo tragico con inflessioni palermitane. Già a metà della rappresentazione il pubblico, dapprima confuso, comincia a compiacersi dello stravolgimento della tradizione classica laddove, coraggio, passioni estreme fanno posto a eroi fragili  dal destino precario.
Il massimo della dissacrazione  prende corpo all’apparire di Eracle (Mariagiulia Colace), l’eroe delle grandi imprese è qui un semidio umanizzato e sconfitto, che sbatte la chioma con gesti  ossessivi, una sorta di macchietta ridicola rinchiusa in una corazza che, più che farne un eroe, ne fa quasi un pupo della tradizione siciliana, fragile preda dell’arbitrio divino fino ad uccidere moglie e figli. Poi rinsavito e confuso, finisce in catene che contengano il suo pentimento furioso e codardo.
Tra tutte le scelte innovative della regista palermitana, le invenzioni sapienti e suggestive, la più rivoluzionaria è quella di affidare alle donne i ruoli maschili. Per “cercare la femminilità, la fragilità dentro un corpo maschile muscoloso e arrogante”, come ci spiega la stessa regista. Ma vogliamo pensare che  lei voglia capovolgere un’antica tradizione, di sapore forse misogino, con ruoli femminili affidati ad attori maschili, e ancor più mi piace pensare ad una sottile ironia verso il fragile monumento costruito dagli uomini attorno alla loro pretesa virilità. Così la consolazione dell’amico Teseo di fronte al dolore di Eracle parricida,  con quel “Ti comporti come una donna”,  è contrappunto ironico e tragico di una tradizione di millenaria misoginia. Ma Eracle, nell’interpretazione di Emma Dante, è donna e perciò sacrificata, come si conviene ad una donna,  con i figli, sull’altare della follia maschile; e qui Emma Dante, da donna,  conferisce al personaggio l’intatta tragicità del testo classico come tributo di potere e grandezza femminili che oltrepassano i limiti del tempo. E’ Naike Anna Silipo a dare voce e corpo a questo personaggio. Un ruolo non facile per un corpo in movimento costretto,  sospinto, avvolto dall’abraccio ossessivo della prole e per  una voce che richiede un timbro tragicamente imponente.  Per non dire della complessità dei costumi, tra i quali un mantello contornato da fiori che la incornicia, con in cima un cuore di Gesù, quasi  una edicola di tradizione cristiana. Lei vi si muove dentro con portamento sicuro. Una  sfida, per una così giovane attrice, che Silipo supera egregiamente imponendosi sulla scena in modo inedito e sorprendente.  A lei è riservata una delle scene più belle: l’incedere con i figli e con il corpo denudato  lungo la grande vasca del lavacro purificatore.
Con la disperazione di Eracle il dramma è concluso. Il finale è delle danzatrici e del coro a cui Emma Dante ha affidato la funzione tragica del testo. Un corteo funebre porta in scena le vittime della follia di Eracle avvolte nei loro sudari, tra teschi  lungo i quali, in un movimento improvviso e di grande effetto scenico,  le gonne del coro vengono capovolte,  per onorare le vittime, trasformandosi in cuscini di rose. L’effetto è solenne mentre già le prime ombre calano sul suggestivo e unico scenario del teatro. Gli applausi sono lunghi e ripetuti mentre una grande folla silenziosa si avvia lentamente  verso l’uscita.
Ancora una volta Emma Dante, oggi considerata grande tra i grandi della sua generazione, nel passaggio da un teatro piccolo dai soggetti scarni ma potenti, vince la sfida dell’imponente teatro greco di Siracusa con i suoi circa seimila spettatori. Domina sicura i grandi spazi con una ricchezza scenica esuberante e una rivisitazione geniale e generosa del testo di Euripide.

Lo spettacolo sarà replicato a Pompei nei giorni 19-20-21 luglio 2018 e all’Arena di Verona il 14 e 15 settembre 2018.

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Pina Mandolfo

Nata a Belpasso, alle falde dell'Etna, Pina Mandolfo è laureata in Lingue e Letterature Straniere, e lavora in Sicilia, dove si è fermata a vivere con amore per la sua terra, prima a Catania e poi, dal 2000, tra Palermo e la campagna siracusana, luogo dell'adolescenza e della memoria. Ha collaborato con le riviste Lapis e Noi donne e con il quotidiano La Sicilia. Dal 1978 al 1982 ha organizzato, a Catania, numerosi cineforum di film in lingua originale. Con i contributi della Regione siciliana e del Comune di Catania, ha curato i cataloghi e l'organizzazione di numerose rassegne cinematografiche. Nel 1996 è stata tra le socie fondatrici della Società Italiana delle Letterate e ha fatto parte dei primi due Consigli Direttivi. Nel 2004, in collaborazione con l'Università di Palermo, ha organizzato un memorabile incontro con Le madres di Plaza de Majo. E'autrice del romanzo Desiderio (La Tartaruga Baldini&Castoldi, Milano, 1995), edito in Germania e Svizzera (Das Begehren, Piper, Monaco, 1996); e dei saggi Il sud delle donne, le donne del sud (in Cartografie dell'Immaginario, Sossella, Roma, 2000), La felicità delle narrazioni (in Lingua bene comune, Città aperta, 2006); dei racconti: Una necessità chiamata famiglia (Leggendaria, maggio 2001), Racconto di fine anno (in Principesse azzurre, Mondadori, 2004). Con Maria Grazia Lo Cicero ha firmato la sceneggiatura e la regia dei cortometraggi: Carpe Diem (Finanziato dalla Provincia regionale di Palermo, 2005), Silenzi e Bugie (finanziato con i Fondi Strutturali della Comunità europea, 2006), vincitore del Sottodiciotto Film Festival di Torino e della targa CIAS e del mediometraggio Correva l'anno (2008). E' autrice del soggetto di Viola di mare (nelle sale ad ottobre 2009) e co-sceneggiatrice dello stesso film insieme a Mario Cristiani, Donatella Diamanti e Donatella Maiorca.

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