La lingua materna in noi

di Maria Laura della Rosa Antonellini 26 GIUGNO 2018

“Ho capito, che sono una poeta”. Questo mi confidò Benedetta Davalli, anni fa, dopo un nostro lungo sodalizio nella “Società poetica, artedella lingua materna”, società nata a Ravenna nel 2001, a seguito di corsi di scrittura per la poesia tenuti da me, in collaborazione con l’Università per adulti “ Giovanna Bosi Maramotti”, e conclusasi nel 2010-2012, con un libro collettaneo, La lingua che ci accade,di cui anche Benedetta fu curatrice. Lei, Benedetta, non aveva frequentato quei miei corsi, ma veniva da una sua già significativa esperienza di scrittura e di pubblicazione, con due raccolte: La penna ferita, eLuci e colori a Budrio. Ci conoscemmo, mi pare, nel 1999. Quando poi, con un gruppo di ex allieve e allievi, decidemmo di fondare la Società poetica, arte della lingua materna,la invitai a partecipare. La sua presenza nella Società poeticafu spesso essenziale per orientare le dinamiche di relazione, ascolto e attenzione reciproci, ad essa e alle nostre umane peripezie dedicò la poesia“Societàpoetica”, pubblicata nella raccoltaVoca, Voce.
Si rafforzarono e crebbero così la nostra amicizia e il nostro sodalizio, che io mi figuravo senza fine, perché, come l’amore, anche l’amicizia non sa della morte.
A lei non bastava scrivere poesia. Lei si interrogava sul suo essere/esserci e attraverso questo percorso interrogante, mai facile e raramente pacificato, era giunta ad un approdo: lei si sentiva poeta. Essere e sentirsi poeta, per Benedetta, voleva dire aver riconosciuto l’essenza amorosa della sua anima in relazione col mondo, dentro una lingua non letteraria, dentro una lingua che riconoscemmomaterna, la cui arte è per noi la poesia. Intendo per Lingua materna quella lingua che nasce dall’esperienza, per dire l’unicità del proprio essere/esserci. Lingua sorgiva dunque, emotiva, sonora e sessuata: lingua in cui si dà pensiero nascente, creatore. Una di noi, allora, disse, con splendida intuizione, che noi si scriveva e si scrive con la musica delle parole.
Da La lingua che ci accade, raccolta poetica, collettanea, ho estratto la testimonianza, sulla Lingua materna, di Benedetta Davalli, che conclude il capitolo Quando le parole sono le cose (pag.75):
“Quando rivedo i miei fratelli o le mie cognate, tutti più grandi di me, mi viene da usare il dialetto e loro mi parlano in dialetto. Spontaneamente ritorniamo alla nostra lingua dell’infanzia, che ha una sua propria forza emotiva, perché è collocata in quei recessi percettivi che nella vita adulta si usano di rado. Sono i recessi delle nostre origini, della nostra appartenenza in cui il suono stesso della parola è evocativo e corporeo. Queste parole rimettono al mondo il mondo.
Il dialetto è la mia lingua intima e contemporaneamente condivisa, perché è la lingua della mia gente, una lingua risonante in alto e in profondità, balbettante e connessa ai ritmi delle giornate, agli incontri, alle attese, allo stupore infantile. Ogni lingua materna è una lingua i cui suoni sono istintivamente riconosciuti dalle nostre viscere, le parole sono incarnate nelle voci, nelle emozioni
primarie, nei luoghi, nelle figure. Questa lingua dell’infanzia ci immette nella poesia”.O, ancora, daRelazioni(pag. 79-80): “Le relazioni autorevoli, che qui raccontiamo e che ci hanno esortato all’impresa delle poesie di questo capitolo, sono due. Una è quella avvenuta fra il 2003- 2004, con Donatella Franchi; l’altra, nata negli stessi anni e che è ancora fertile e  presente nel percorso autoriale di questo libro, con Monica Farnetti.
Ci siamo incontrate, come gruppo, con Donatella Franchi, artista bolognese, che associa la pratica artistica alla pratica politica delle relazioni, nel 2004, grazie all’opera di mediazione di Maria Laura. Attraverso il dialogo con lei, prima con un carteggio, poi con incontri diretti, da cui è nato L’album di foto a colori, abbiamo riscoperto, nel racconto della sua esperienza di artista e sulle artiste, e nel pensiero di una sua Maestra, Carla Lonzi, che le donne non separano vita e creatività, e che la creatività femminile fa tesoro di tutto. E’ stato dunque con grande emozione che anche noi, attraverso la nostra esperienza di scrittura, abbiamo potuto testimoniare come la poesia, arte della lingua materna, usi veramente tutto: voce, corpo, espressività, ritmo, musicalità, figure, segni ecc. così come accade nell’infanzia, quando impariamo a parlare quella lingua che chiamiamo materna”.

Poiché si parla di relazioni, è successo che anche fra le nostre poesie possiamo incontrare relazioni, cioè occorrenze di immagini e parole, che si ripetono e legano alcuni testi fra loro. L’occorrenza che mi interessa seguire qui è quella delpozzo di Benedetta. Dobbiamo ricordare che Donatella Franchi ci venne a trovare e fu ospite di Benedetta a Bagnacavallo. Per suo piacere fotografò tutto: la casa, il giardino, e infine il vecchio pozzo. Tornata a Bologna, ci spedì un album di foto a colori, chiedendoci di scriverci su qualcosa. Noi le rispondemmo in versi: ciascuna scelse una o due fotografie, come sua fonte di ispirazione. L’album di foto a colori è ora un capitolo poetico della raccolta La lingua che ci accade, ed è anche l’immagine di copertina. La poesia di Benedetta è questa:

Fotografie

Hai fotografato
il pozzoil fuoco e l’acànto
incorniciati dalle fronde
del fico e del nocciolo
elementi antichi della vita di sempre

Forse anche tu hai sostato
in quest’angolo greco
e immaginato il vecchio
Laerte, seduto in attesa
del ritorno di Ulisse

Era partito molti anni prima
su quella piccola barca
ora adagiata dinnanzi al capanno
azzurro, anche lei in attesa

E scorre l’onda sull’arenile
e la brezza smuove le grandi reti
sospese sul mare ad aspettare
chissà chi

E il ponticello nella pineta
e la rustifina colorata
di sole e di tramonto
in attesa di altre orme

Di altri colori

Di altre foto

Le fotografie su cui Donatella ci invitava a scrivere, diventano esperienza comune, che però in ciascuna di noi si esprime con proprie immagini. Il pozzo di Benedetta diviene qui un topos, un luogo ideale e mitico, presso cui sostare in attesa della propria personale visione.
Non farò una veloce panoramica, come foto aerea, della struttura dell’opera e delle sue cinque sezioni, in cui si suddivide quest’ultimo lavoro di Benedetta, Non vivo nel tempo che Crono dispone, né dirò dei molti legami, richiami d’immagini, parole ricorrenti e temi, che percorrono tutta la sua opera, ma mi soffermerò su due aspetti della poetica di questo sua raccolta: uno riguarda quei testi intimi, fulminei, quasi degli haiku, o meglio dei  frammenti ritrovati, che si potrebbero idealmente riferire a un Canto perduto.  L’altro riguarda il suo impegno poetico-politico, per dire l’indicibile.
Il “Canto perduto” viene ritrovato dall’anima poetica di Benedetta per frammenti, che, in questa raccolta, si concentrano soprattutto nella sezione “Giorni e stagioni”. I frammenti del Canto perdutosembrano appoggiarsi a certe riprese (legami ricorrenti in altre raccolte) di immagini e parole che, come cardini, fanno scorrere porte, che immettono in stanze intime, dove la gioia e il dolore, la luce e il buio, la vita e la morte, si sovrappongono e si alternano. Un canto lirico dunque, a tutto tondo, che, a ben leggere, costituisce, nell’insieme della sua opera, un unico Poema.
Potremmo chiamarlo diario dell’anima, che canta la sua avventura terrena, alla ricerca del suo Canto perduto:

Inseguo questa luce incalzante
apro porte e finestre
e lo splendore incede.
Ebbra di luce ritorno bambina.

Attraversando
questo buoi dolore
intono il Gloria

I miei capelli sono bianchi
le rughe segnano la pelle
camminando oscillo…

Dov’è il mio baricentro?

Se la mia inquietudine approdasse
ai canti, ai profumi primaverili
possiederei un rifugio.

E’ stato detto che, se una donna lotta nella lingua, non lo fa per un intellettuale intento di sperimentazione, ma lo fa perché non trova, nel bagaglio di parole a sua disposizione,
quella parola unica, contenitiva, che possa dire con voce di verità la cosa, perché per una donna, specie per una poeta, spesso le parole sono le cose. Questa lotta, in particolare, noi la cogliamo nelle poesie: Sororità e Il nodo. I suoni che compongono la parola sororità, improvvisamente si scompongono, si separano, si ingarbugliano e si aggrovigliano ad altre parole, come spinti da un vento di guerra. Le consonanti e le vocali, che ordinatamente conducevano a sororità, tentano ora una disordinata e sparpagliata riunificazione e finiscono col riunirsi tutte in un nonsense linguistico a significare l’antitesi, l’estrema opposizione del sentire, che contiene tutto un groviglio di odio, ira dentro il neologismo “atiroros”.

E’ un selvaggio sentire
che agisce e fa guerra
e offende la sororità vissuta
la trasforma in un atiroros
nuova parola-inversa sororità
vissuta nell’immaginazione
come il gesto-polemos
per dichiarare guerra

Ed è anche il suo anagramma, che riconosciuto, infine, farà dire:

Sororità riemerge
si ricompone e vive
Ancora sorriderà

Come si fa a dire di fatti umanamente inconcepibili, dove, mancando a noi post-moderni il senso della tragedia e la sua pietas, non ci resta che la sventura, intesa come muta caduta senza riscatto, né catarsi, perché di essa non c’è epos? Anche nella poesiaIl nodo,la ricerca poetica di Benedetta sembra interrogare queste questioni sottintese e sembra chiedersi: c’è una parola che possa contenere l’orrore della sventura, quella sventura quotidiana dei migranti, che fuggono da terre pericolose e inospitali “con-fi-ni-di-vi-ta”? La sua risposta poetica ci indica ancora una volta, nell’anagramma della parola nodo, che divieneOnod,il suo personale approdo. Chi è Onod, se non uno dei mostri partoriti dal nostro tempo? E perché non Scilla e Cariddi, di epica memoria?
Come dicevo sopra, Benedetta lotta nella lingua per far aderire le parole alle cose, e non c’è per lei mitologia classica, parola classica, che possa dirla questa cosa dell’attuale esodo di tante genti, poiché l’indicibile della cosa: centinaia di esseri umani che periscono nel mare nostrum in cerca di salvezza, porta all’indicibile della parola, al nonsense, a Onod, che è anche un indicibile della sua/nostra personale tragedia umana:

Un nodo che non è dono
né ondon né ondo
forse è un Onod buio e stretto
che si è conficcato in gola
come una spina………

Onod è una spina ciclope
Primitiva spina di angustia
che nascosta allo sguardo si insinua.
Bellicosa spina-dolore che getta nel buio profondo
che partorisce spaesamento
che mi toglie dal mio mondo
che mi imbarca con tanti altri
su un’onda assassina che non ci sostiene…

L’indicibile che incontriamo in questa poesia, non trova lingua autorevole a cui attingere. Il linguaggio perde il suo splendore, la lingua materna più non accorre e non soccorre: fallisce e diviene muta. Di questa esperienza inaudita, Benedetta vuole farci tuttavia partecipi. Vuole
trascinarci dentro la sua angoscia, che vive in prima persona. Perciò non si arrende: inciampa, cade, tenta un’inversione, balbetta, ed opera così una straordinaria rivoluzione, che trova supporto nel dna della stessa lingua, nel suo alfabeto e stravolge senza remore sintagmi, inverte l’ordine interno delle sillabe. Ci coinvolge e ci trascina nella sua angoscia di aver perduto la sua lingua materna. Il fallimento della lingua suggerisce la potenza di questo inaudito/indicibile e ci trascina con forza sconvolgente dentro l’attimo del suo apparire alla coscienza, un apparire che lascia l’anima attonita e muta.

Maria Laura della Rosa Antonellini, in dialogo col Gruppo ’98 di poesia di Bologna, ha scritto questo ritratto in memoria di Benedetta Davalli, di cui è stato presentato postumo il libro Non vivo nel tempo che Crono dispone, Il Ponte Vecchio edizioni 2017, alla Libreria delle donne di Bologna nel giugno 2018.

Benedetta Davalli, nata a Budrio (BO) nel 1944, è deceduta il 24 giugno 2017.
Laureata a Bologna, ha esercitato per cinquant’anni la professione di psicoterapeuta, pubblicando diversi lavori, tra cui l’ultimo, Dentro la stanza di terapia (Franco Angeli, 2017).Si è dedicata con vivo interesse alla poesia, anche partecipando a vari gruppi e riviste. Presente in diverse antologie ha pubblicato in questo ambito La penna ferita (1992), Luci e colori a Budrio(1997),Voca, voce (Editrice “Il Ponte Vecchio”, 2006). Ha partecipato dal 2001 fino al suo scioglimento, nel 2012, alla Società poetica, arte della lingua materna, nata a Ravenna, di cui ha curato assieme ad altre il libro collettaneo La lingua che ci accade(Ed. “Il Ponte Vecchio”, 2010).

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Maria Laura Della Rosa Antonellini

Maria Laura della Rosa Antonellini (della Rosa è il suo matronimico). Nata ad Alfonsine (RA) nel 1944, vive a Marina di Ravenna. Laureata in Materie Letterarie, per molti anni si è dedicata all'insegnamento. E' tra le fondatrici della “ Società poetica, arte della lingua materna” di Ravenna, nata nel 2001, di cui ha curato nel 2010, assieme ad altre, il libro collettaneo La lingua che ci accade (Il Ponte Vecchio). Ha pubblicato i volumi di poesia: Sasso su sasso, Il Monogramma, Ravenna,1988 e con Book editore Pietre d'acqua (Castel Maggiore, 1994), La fanciulla del miele (1997), La filosofa delle stelle (dedicato ad Ipazia di Alessandria, 2000). Con “Il Ponte Vecchio” ha pubblicato: In piena mancanza (2006), Paradosso felice (2009), Preziose (2011), Discorso d'amore (2011), Sul bordo del silenzio (2015).

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One Comment
  1. Enrico leoncini

    Mi permetto di dire, anche se non sono un poeta, che la poesia “il nodo” parla del SUO dolore di fronte al male e alla morte percepita più che dei naufraghi. Mia mogliea ha conosciuto e riconosciuto il dramma della vita con tutte le gioie e i dolori connessi. La cosa per me veramente significativa è che Betta è stata capace di legare il SUO personale dramma al dramma di tutti gli uomini e donne, consapevole che quanto pativa non era un’eccezione ed era in compagnia con l’umanità. Per questo richiama i naufraghi del barcone, simbolo della vita di tutta l’umanità in viaggio. Nei giorni in cui ormai non poteva sperare di vivere era serena e voleva “che la lasciassi andare via”.
    Grazie ancora a nome mio e di Benedetta

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