La cheffe è ambiziosa

Clotilde Barbarulli 24 giugno 2018

La Cheffe – come la chiama con amore e rispetto il  “devoto” narratore – è una scelta lessicale che vuol sottolineare la notorietà, rara, di una donna in un settore tipicamente maschile. Sono entrambi senza nome, anche se si saprà alla fine quello della Cheffe, tratteggiata nella sua ascesa da una famiglia povera alla celebrità culinaria, con pagine splendide sulla preparazione ad esempio del primo pasto per la famiglia borghese presso cui viene mandata a lavorare a quattordici anni. La ricostruzione della sua  vita attraverso i ricordi ascoltati  e le ricerche fatte dall’io narrante,  è la biografia di chi non può averla, dato che la donna esiste solo per e nella sua arte. Ad essa s’intrecciano cenni dell’esistenza del narratore in Spagna, a Lloret de Mar, in uno spazio destinato alla classe media francese, dove gli anziani si comportano da eterni giovani.  La protagonista non è un’eroina, non è bella né simpatica, solo il narratore l’ama totalmente. La  scrittura procede come fa la Cheffe coi  i suoi piatti, per i quali non cede mai alla dolcezza troppo facile del dolce, per sollecitare in chi mangia quella “sobrietà” che desidera sia la “bussola di tutte le inclinazioni, anche per se stessa”. Convinta che la cucina “ammette solo mani autorizzate, delicate, leggere, consapevoli”, è – per il narratore –  una “grande artista” e il suo talento avrebbe potuto ugualmente esprimersi nella pittura o nella letteratura, perché si tratta comunque di un’avventura spirituale.
La Cheffe,  a disagio sia con i complimenti che con le critiche, è “aspra”, “ambiziosa”, ma talvolta mostra “un volto più dolce”: “tutte le facoltà di amare, di darsi, di soffrire, di sperare le erano state sottratte dalla cucina” e le poche riserve rimaste sono per la figlia ingrata. Il romanzo racconta come, dopo un’infanzia amara, di cui però si cerca di attenuare/rimuovere le  crepe, il “soffio sacro della cucina” si sia rivelato come “vocazione”  ad una adolescente, in un quotidiano, solo in apparenza quieto, ma attraversato – come negli altri libri dell’autrice –  da un tumulto di sentimenti non detti, da fragilità, gelosie, passioni: la protagonista è tuttavia una donna forte in una genealogia cha va da nonna a nipote, ricordando così  “Ladivine”. Nel corso delle vicende trapela dunque solo la debolezza verso la figlia Cora che, nata senza un padre ufficiale negli anni Cinquanta, la domina senza amore e finirà per rovinarla da adulta: anche qui l’autrice scava nei legami familiari spesso inquietanti.
Dopo vicende varie e dolorose, l’assistente e la Cheffe si ritroveranno a lavorare insieme, ma qualcosa è cambiato: lui tace sulla storia avuta con Cora per solitudine e disperazione, lei mostra come un “astio” verso la cucina, “una sorta di ascetismo”  alla ricerca di una “frugalità quasi fanatica” e alla fine lo inviterà a mangiare solo immaginando il sapore di ogni ingrediente. Anche l’autrice, arrivata alla perfezione, dovrebbe – viene da chiedere -smettere di scrivere?
L’io della Cheffe sembra dal narratore collocato solo nell’obiettivo glorioso della cucina, ma, nel dipanarsi della storia, si rivela nella sua frammentarietà e in una molteplicità di forme che talvolta sfuggono: quale verità emerge dalla mediazione fra un vissuto e il modo in cui è narrato? Al giovane aiutante – che pensa di essere venuto al mondo il giorno in cui ha conosciuto la Cheffe – non interessa descriverla, ma evocarla attraverso le sue sensazioni, quando “risplende di una gioia costante, in cucina, con il “corpo avido di cominciare”, quando la guarda creare di notte piatti divenuti famosi nella cucina silenziosa.  Pensa a volte di essere più vicino alla verità di quanto la realtà stessa possa essere. Chi legge è spint* ad accogliere le suggestioni del narratore, ed è catturat*  in un monologo articolato secondo una ricostruzione che di continuo ritorna a riflettere su persone, momenti, sensazioni. La narrazione svela lo sforzo di negoziare tra verità e finzione, tra immaginato e vissuto, riempiendo i vuoti della conoscenza diretta con racconti possibili, attraverso una rielaborazione di momenti dove i fatti, non verificabili, si fanno perturbanti.
“Lei era così. Insomma, a me pare che fosse così”, sottolinea il narratore, in pagine sovraccariche di immagini, dense di aggettivi, dalla straordinaria forza evocativa. Le protagoniste di Ndiaye sono fragili, ma, nei difficili percorsi di vita, esprimono quella dignità e volontà che le rendono autorevoli: l’autrice ha parlato di ‘resilienza’ al riguardo. Se resilienza significa all’origine la capacità di un materiale di assorbire l’energia di deformazione elastica resistendo agli urti senza rompersi, dall’ingegneria si è poi esteso – accolto dal femminismo ma sfruttato anche dalle aziende – a vari campi del sapere come la psicologia, per indicare la capacità di una persona di reagire a un trauma in modo positivo. Al di là dell’uso e abuso del termine diventato ormai popolare, le donne disegnate da Marie Ndiaye (da Khady Demba, in Tre donne forti, alla Cheffe) , nonostante debolezze e difficoltà, mettono in moto – in forme diverse a seconda anche dei contesti –  un movimento di resistenza senza mai arrendersi a quel mondo inquietante di dolore e di ingiustizia che vibra al di sotto della seducente scrittura.

Marie Ndiaye, La Cheffe. Romanzo di una cuoca, Bompiani 2018
Marie Ndiaye, Tre donne forti, Giunti 2011.
Marie Ndiaye, Ladivine, Giunti 2016.

PASSAPAROLA: Facebooktwittergoogle_pluspinterestlinkedinFacebooktwittergoogle_pluspinterestlinkedin GRAZIE ♥
The following two tabs change content below.

Clotilde Barbarulli

Clotilde Barbarulli collabora attivamente con associazioni quali il Giardino dei Ciliegi di Firenze, la Libera Università Ipazia, la Società Italiana delle Letterate. Si occupa di autrici contemporanee fra lingue e culture e di scrittrici '800/900. Tra le sue pubblicazioni: con L. Brandi, I colori del silenzio. Strategie narrative e linguistiche in Maria Messina (1996); con M. Farnetti, Tra amiche. Epistolari femminili tra Otto e Novecento (2005); con L. Borghi Visioni in/sostenibili. Genere e intercultura (2003), Forme della diversità. Genere, precarietà e intercultura (2006), Il Sorriso dello Stregatto (2010)."Scrittrici migranti: la lingua, il caos, una stella" (ETS 2010),

Ultimi post di Clotilde Barbarulli (vedi tutti)

Categorie
0 Comments
0 Pings & Trackbacks

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.