Indicibili fantasie di stupro

Giulia Caminito,13 maggio 2018

Era il 1977, anno della pubblicazione di Fantasie di stupro (Racconti Edizioni, 2018), e Margaret Atwood raccontava di giovani donne e uomini appena laureati, assistenti universitari, archivisti e ricercatori. Gli scenari erano spesso le case anguste e i seminterrati di periferia, quelli di alcune famiglie che per arrotondare affittavano stanze a studenti e studentesse.

Camere singole, bagni in comune, rumori delle intimità altrui e insofferenze, vasche piene di vomito, lattine di piselli da farsi bastare per giorni e infine, sempre, costante, la paura per ogni giovane donna di avere come vicino di stanza un tipo poco raccomandabile, di quelli che la notte meglio chiudersi a chiave.

In quegli anni in alcune città, soprattutto quelle universitarie, dove le ragazze si muovevano a piedi e prendevano gli ultimi autobus per tornare dalla biblioteca, lo stupro era cosa quotidiana e la maggior parte di questi stupri finiva con l’omicidio.

Fantasie di stupro non era il titolo originale della raccolta, a questo era stato preferito Ballerine, ma viene scelto nel 1991, nella prima edizione italiana di La Tartaruga.

Uno scritto giudicato indigesto all’inizio da lettori e critici americani, scartato nella sua seconda edizione, che oggi torna da protagonista.

Un titolo difficile, forte, per un racconto dove però di stupro non ce n’è neanche uno.

Nel suo non essere manifesta o compiuta, però in Atwood la violenza diventa una sottotraccia, non accade ma respira in molti dei racconti, come latente terrore esistenziale. È una condizione, una possibilità di cui si è consapevoli.

Come viene raccontata questa paura e come si può scrivere di una violenza sessuale senza scriverla?

Ciò che Atwood mette in scena è a tutti gli effetti una commedia dell’assurdo, che però, come da copione, ha il suo finale serio, lo smascheramento del suo dramma.

Nel suo ultimo saggio Uomini e donne. Una fratellanza inquieta, Nadia Fusini scrive: “Freud stesso, ci ha insegnato che nel campo sessuale vince la Fantasia. […] Addirittura, il medico viennese, da ardimentoso scienziato qual era, arriverà a scoprire uno stadio ulteriore di realtà, oltre il vero e il falso, il reale e l’irreale. È questo lo statuto del «fantasma», che non ha necessariamente a che fare con gli spettri”.

Di questo parla anche il racconto, di ciò che pensano le donne quando pensano al sesso, quando sono sole coi loro fantasmi, oltre la realtà e la menzogna.

Le donne di Atwood si domandano l’un l’altra, se abbiano o meno fantasie di stupro, se abbiano mai pensato per esempio a uno sconosciuto aitante che entra dalla finestra e piomba sulla prescelta per consumare l’atto sessuale.

Alcune dicono di sì, altre rispondono che queste non sono fantasie di stupro perché manca il presupposto essenziale, cioè la paura, senza coercizione, senza diniego, senza mancanza di consenso, non c’è stupro (sarà sempre vero?).

La narratrice del racconto per smascherare le altre interlocutrici racconta le sue divertentissime, crudeli, fantasie di stupro. Ci sono stupratori che si spruzzano da soli un limone negli occhi, stupratori goffi e incapaci, stupratori raffreddati e messi KO da un calcio di kung fu. E non si può non sorridere, non trovare le sue parole grottesche, dissacranti, terribili. È possibile quindi ridere dello stupro? Fino a un certo punto.

Esistono davvero queste fantasie o sono solo leggende?

Un’ipotesi accreditata è quella secondo cui la violenza immaginata dalle donne e quindi la non partecipazione alla scelta dell’atto, sia un modo per giustificarlo, dietro cui nascondersi, un modo per non dover affrontare direttamente le proprie fantasie, la propria sessualità. Come a dire che alcune donne pur di non immaginarsi disinibite preferiscono pensarsi violentate.

Non posso negare in realtà che, quando ho letto il titolo la prima volta, ho pensato subito alle fantasie di stupro, certo, ma non a quelle delle donne.

Piuttosto mi è venuto in mente l’impianto solido, ben collaudato della fantasie di stupro maschili, che passano indisturbate nell’immaginario comune attraverso la rappresentazione dello stupro, soprattutto quella pornografica.

L’industria del porno, come tutti sanno, presenta lo stupro come pratica del piacere, non solo il piacere maschile, scontato, ma il piacere femminile, teatralizzato, che mette quindi in campo due fantasmi: la fantasia maschile di possedere una donna che si nega e quella femminile di negarsi all’inizio per poi arrendersi e dire sì durante il piacere dell’atto.

Mi viene in mente un libro a proposito, Settimana nera di Enrico Emanuelli.

Parla di un italiano in Somalia, periodo post coloniale, l’autore ci racconta il rapporto tra gli italiani bianchi, potenti, ricchi, e le donne nate e cresciute lì. Queste donne nel romanzo non sono solo schiave sessuali. Il protagonista, a cui è data la possibilità di passare una settimana intera, con la schiava dell’amico, infatti non solo ne approfitta, ha rapporti con lei quando più gradisce, ma pretende, anzi si infuria, si dispera, perché oltre al corpo, vorrebbe il piacere di lei, vorrebbe quel famoso sì, dopo i tanti no.

La giovane donna si sottrare, si aliena, si stacca dal corpo, non dice nulla e come una statua apre le gambe e le richiude e annulla l’atto dello stupro, lo rende vano e ridicolo (anche se lo stupro continua a esistere).

Non è quindi la stessa fantasia di stupro maschile un possibile paradosso?

Margaret Atwood quando deride lo stupro e lo sbeffeggia non fa altro che portarci alle righe finali del suo racconto, con ancora il sorriso sulle labbra.

La protagonista, dopo aver scherzato e fatto sorridere, dice che ci ha provato a capirlo, lo stupro, ma davvero non riesce, non ce la fa a credere nei paradossi e a pensare che troppo spesso l’umanità venga dimenticata, l’umanità non valga abbastanza. Lei ci ha provato, davvero, dice all’interlocutore uomo, seduto davanti a lei nel bar, ma non ha capito, per lei questa rimane una storia di fantasmi.

Margaret Atwood, Fantasie di stupro, Racconti Edizioni, 2018

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Giulia Caminito

GIULIA CAMINITO è nata a Roma nel 1988 e si è laureata in Filosofia politica. Suo padre è originario di Asmara, sua nonna e suo nonno si sono conosciuti ad Assab, la sua bisnonna fu guidatrice di camion, contrabbandiera di alcolici e personalità vivace della comunità italiana d’Etiopia ed Eritrea. Giulia oggi vive a Testaccio e lavora per una casa editrice romana. "La Grande A" è il suo primo romanzo.

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