Poesia del lavoro di fabbrica

Clotilde Barbarulli, 11 marzo 2018

Il mondo rappresentato dove “tutto è reale e nulla e nessuno è riconoscibile” – in queste prose poetiche, o meglio secondo l’autrice un libro di poesie per il ritmo della lettura – è un universo “tenero e spietato, come la vita” (Magazzeni), venato di dolore e di ironia, di razzismo e di solitudine, che un immaginario giovane operaio “porta nelle mani, nelle braccia, negli occhi”, ogni giorno che comincia nell’alba fredda: “l’alba è coniglio. corre davanti all’auto. bestiola impaurita. manda vanti le gambe e il muso”. Poi il cancello, il cartellino da timbrare, il corridoio, lo spogliatoio, il reparto e le macchine: “parte il rumore. il giorno è giorno tra tanti”. Non c’è una registrazione quotidiana e dettagliata relativa a modalità tecniche, lavori e rapporti, ma – attraverso un tessuto di frammenti spezzati – vengono evocati momenti, impressioni fisiche ed emotive, persone nella loro umanità, nel bene e nel male: è la vita in fabbrica, spesso dimenticata in un oggi in cui si fa fatica a percepire l’esistenza di un mondo operaio, fra indifferenza al lavoro salariato, precarietà, delocalizzazioni e nuovi lavori. In realtà basta pensare ad esempio alla Foxconn (famosa per il suo ruolo di snodo chiave nella manifattura in subappalto di prodotti elettronici di alta gamma) in Cina, dove, nell’imperativo di aumentare il profitto e ridurre i costi, chi lavora è ridotto ad automa, controllato e sottoposto a orari folli (8-20, 20-8). Chiamata la ‘fabbrica-lager’ è stata al centro di un vasto dibattito proprio per i numerosi suicidi e le condizioni di lavoro che violavano i diritti umani. Non siamo qui a quei livelli ma la fatica e lo sfruttamento esistono insieme al rischio di spersonalizzazione.

Se nel Diario di Simone Weil la fabbrica negli anni Trenta – quando venticinquenne decide di prendere un’aspettativa dall’insegnamento e di entrare come operaia alle presse in un’azienda elettrica a Parigi – era un incubo con la catena di montaggio dove chi lavorava era come una “bestia da soma”, la fabbrica odierna, tratteggiata da Nadia Agustoni, è ugualmente pesante fra la ripetizione dei gesti, il rumore, la scansione del ritmo perché i molti tempi della fabbrica sono veloci: indietro sulla tabella di marcia perché è saltata la corrente. i temporali creano i ritardi. ci tocca lavorare il sabato. gli straordinari chiedo di passarli in banca ore. saranno un giorno in più di ferie e non ne sono contenti. sono ladri di tempo”. È un luogo dove una ragazza del Ghana che andava “troppo a pisciare” perché incinta sparisce: “ i contratti sono solo carta. gente va e viene in poche ore. li assumono per fare le sotto bestie”. E se qualcuna osa reagire e rispondere “dovrà pulire i gabinetti. i gabinetti sono punizione. il capo non vuole le tipe toste. troppo diretta la ragazza”. Non solo, gli uomini, anche se ugualmente sfruttati, si divertono a vederla pulire i cessi: “ridono e si toccano le palle. ridono con gli occhi più di tutto. vuol dire non sei uguale a loro. vuol dire ti pagano meno e lavori di più. non hai tra le gambe i coglioni. Gli uomini si difendono dalla fabbrica così, con i poster di donne nude e con le partite alla televisione.

Simone Weil scriveva che si era risucchiate dalla macchina di produzione in uno stato di schiavitù fino ad uccidere pensieri e sentimenti per 8 ore al giorno, data la fatica fisica e psicologica, perciò forse l’uso della parola necrologio, che significa un annunzio funebre, su giornali o riviste, talvolta accompagnato da brevi cenni sulla vita e le opere di chi è defunt*, vuole metaforizzare una forma di morte dell’autrice nel tempo del lavoro in fabbrica? Ma è una morte solo apparente, perché lo sguardo poetico anche nel ritmo alienante non è anestetizzato (“diventare ferro non si riesce”), continua a fotografare, guardare, riflettere, interrogarsi: la fabbrica domina la vita ma “si impara a resistere” ai ritmi (“carichi e togli. ricarichi e limare. 4 per volta su una macchina. 8 su due macchine”), al senso di solitudine desolante (“ la notte va avanti e siamo soli. siamo nelle braccia e nei piedi. alziamo cassoni col muletto. carichiamo la piattaforma esterna, i camion”). E talvolta, ad esempio il sabato, il lavoro sembra diventare più leggero e l’umanità riemerge: “il sabato è lungo, ma siamo in pochi ed è bello. c’è come un guardare diverso. gli occhi sono davvero un uomo, una donna, i ragazzi”. Nadia Agustoni è una poeta singolare, che si sente interrogata dal mondo e crede, nonostante tutto, nella comunità umana, anche nei compagni e nelle compagne di lavoro.

Se la voce narrante è quella di un ragazzo, in realtà, come spiega in un’intervista, nella sua poesia “la voce è sempre un io/tu/voi…noi essi ecc. Sento il mondo al plurale, per me l’io in poesia non è ego, è semplicemente una posizione in cui siamo in un certo momento. Da lì si può parlare o tacere”. È un alludere anche, credo, all’oggi, fra chi ricorda i “picchetti di una volta con le bandiere in giro. sul cancello a parlare di tutto”, chi legge il giornale nella pausa mensa ( “a essere comunisti ci vuole coraggio. il coraggio di perdere. tanto perdi lo stesso”), chi pensa che “il lavoro sarebbe un’altra cosa se stessimo insieme”: non c’è libertà, manca spesso la forza della solidarietà, ma c’è pensiero e la resistenza è nelle parole. Scrivere diventa così il modo di misurarsi con le ferite dell’intimo e del globale, di esprimersi come soggetto incarnato che, campo di affetti trasformativi, vive il proprio tempo e lo trattiene in varie forme nel dare corpo, suono e colore alla voce e al silenzio.

 

Nadia Agustoni, I necrologi, La Camera verde 2017

Simone Weil, La condizione operaia,SE 1994.

Loredana Magazzeni, “Nelle cattedrali della fabbrica”, Poesia2punto0 on line.

Intervista a Nadia Agustoni, a cura di Daniele Barbieri, Versante ripido on line.

Ferruccio Gambino e Devi Sacchetto, Nella fabbrica globale, Ombre corte 2015.

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Clotilde Barbarulli

Clotilde Barbarulli collabora attivamente con associazioni quali il Giardino dei Ciliegi di Firenze, la Libera Università Ipazia, la Società Italiana delle Letterate. Si occupa di autrici contemporanee fra lingue e culture e di scrittrici '800/900. Tra le sue pubblicazioni: con L. Brandi, I colori del silenzio. Strategie narrative e linguistiche in Maria Messina (1996); con M. Farnetti, Tra amiche. Epistolari femminili tra Otto e Novecento (2005); con L. Borghi Visioni in/sostenibili. Genere e intercultura (2003), Forme della diversità. Genere, precarietà e intercultura (2006), Il Sorriso dello Stregatto (2010)."Scrittrici migranti: la lingua, il caos, una stella" (ETS 2010),

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